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Cesare
Borgia
Fu
uno dei personaggi più celebrati della storia italiana del
'500. Tanto da ispirare gli scritti di Machiavelli
di Ercolina
Milanesi
La ricetta politica di Cesare
Borgia: cinismo e sangue
Cesare Borgia è uno dei personaggi più celebri
della storia italiana del Cinquecento. La sua fama è legata
per vari versi al cognome; quello di una famiglia ricordata per
l’astuzia nel trarre benefici dal potere e per un alone di
«ferocia», a volte caricata dalla leggenda, altre
volte connotata da meraviglia (e per ciò stesso in parte
assolta).
Per Niccolò Machiavelli fu l’immagine del
condottiero militare e, soprattutto, del principe italiano che avrebbe
potuto raggiungere l’obiettivo di unificare la Penisola
– seppure questa prospettiva, in quel momento, esistesse
soltanto nella mente di un gruppo poco omogeneo di intellettuali
– in alternativa alla galassia di regni, staterelli e
signorie, in lite tra loro e tutti, in modo diretto o indiretto,
dipendenti dalle potenze straniere di turno. In questo contesto
svettava il ruolo dello Stato Pontificio, che Machiavelli
dimostrò come fosse abbastanza forte da impedire che potenze
straniere unificassero l’Italia (ad esempio
l’Impero Svevo-Normanno di Federico II Hohenstaufen), ma
debole per (o senza la volontà di) cimentarsi esso stesso
nell’impresa; tanto da orientare la propria politica nel
mantenimento della divisione della Penisola – utilizzando
anche la propria posizione geografica che impediva una
continuità territoriale tra Nord e Sud – e
riuscendo a conservare questa posizione di forza fino al 1860.
Lo scrittore politico fiorentino accenna a fatti relativi al Borgia in
vari capitoli del Principe e ne realizza una descrizione più
articolata nel settimo, anche se il sistema analitico costruito
è pieno di insidie, poiché, come avviene per le
valutazioni storiche, è alto il rischio di sovrapporre
modelli attuali al passato, dando per scontato, in modo aberrante,
l’esistenza di condizioni e metodi attuali nella storia di
ieri, nella convinzione, ancora più aberrante, della sua
immutabilità.
Da queste false partenze si rischia di avvolgere l’esistenza
di Cesare Borgia in una cappa opprimente di retorica nazionale,
infondata dal punto di vista storico e insopportabile per le
caratteristiche estetiche, perché così
è stata resa nel corso dei tanti secoli, durante i quali,
essendo la Penisola in possesso di altri Stati, la intellighenzia
intendeva il compito al solo scopo di accreditarsi nei confronti dei
sovrani esteri: una retorica nazionale che di nazionale non aveva
nulla, se non l’apparenza.
Il Borgia, in quanto condottiero, doveva essere strapieno di
pragmatismo e il più possibile alla larga dalle illusioni.
Il suo fine era conquistare territori; prima per annetterli allo Stato
Pontificio, il cui Papa Alessandro VI era suo padre, e poi per crearsi
un suo regno. Si possono avere legittimi dubbi che questo regno si
potesse chiamare Italia e soprattutto che egli avesse
dell’Italia la stessa idea geopolitica attuale e, se
sì, che intendesse applicarla. Tanti dubbi che purtroppo la
retorica, con la disinvoltura che le è propria, ha
trasformato in certezze.
La sua storia
Cesare Borgia nacque nel 1475 da Alessandro Borgia e Vannozza Cattanei.
I Borgia (Borja) erano una famiglia originaria della Catalunya, e
diedero alla Chiesa due Papi. Il primo, Alonso Borgia, nato a
Jàtiva (Valencia) nel 1378, salito al soglio pontifico con
il nome di Callisto III, si distinse sul versante spirituale per la
salvaguardia della dottrina, impedendo uno scisma da parte dei Boemi
Utraquisti, e su quello politico per l’opposizione
all’avanzata dei Turchi in Europa.
Suo nipote Rodrigo Borgia, nato il 1° gennaio 1431, eletto
Cardinale a venticinque anni, divenne Papa l’11 agosto 1492
con il nome di Alessandro VI. Durante il suo pontificato
rafforzò l’ordine pubblico, azzerò una
parte del debito dello Stato, promosse una crociata contro i Turchi,
decretò un anno di Giubileo, fu mecenate di vari artisti,
potenziò l’università, e con un editto
sancì la spartizione del Nuovo Continente tra Spagna e
Portogallo.
Date queste premesse, Cesare sembrava avviato alla carriera
ecclesiastica. A diciassette anni, il 31 agosto del 1492, fu nominato
Arcivescovo di Valencia (ma non si recò in Spagna e non
prese i sacramenti dell’ordine), poi Cardinale il 20
settembre del 1493, e nel 1495 governatore generale e legato di Orvieto.
Nel 1496 morì Ferdinando II, Re di Napoli. Non aveva figli e
il titolo passò allo zio, Federico.
L’incoronazione di questi fu l’ultimo atto di
Cesare Borgia come Cardinale.
Subito però si ebbe il segnale delle sue intenzioni future.
Cercò (senza successo) di assicurarsi la mano di Carlotta,
principessa di Taranto, figlia del nuovo sovrano, per diventare uno dei
più potenti baroni del regno e inserirsi nel gioco della
successione al trono.
Sui motivi della rinuncia al titolo cardinalizio vi sono un paio di
versioni. La prima fa leva sul suo travaglio personale; non si sentiva
attratto dalla vita ecclesiastica. La seconda invece spiega la
decisione con un episodio di cronaca avvenuto nel 1498,
allorché suo fratello, Giovanni, dal 1488 duca di Gandia (il
ramo che continuò la dinastia dei Borgia) e comandante
dell’esercito pontificio dal 1496, fu assassinato e non si
escluse l’ipotesi che fosse stato per volontà di
Cesare.
Ma seppure si sia trattato solo di voci, non sarebbe da scartare la
possibilità che le due versioni siano in realtà
complementari: il solo sospetto sulla fine del fratello potrebbe aver
rappresentato un momento di svolta nella sua vita, portandolo
all’abbandono delle cariche ecclesiastiche che, quanto meno
dal punto di vista formale, stridevano con il suo carattere,
probabilmente anche con le sue ambizioni, e anche con il suo modo di
vivere poco convenzionale che lo portava, ad esempio, a esibirsi in
corride allestite in Piazza San Pietro. Comunque sia andata, questa
vicenda oscura fu soltanto una tra quelle che contraddistinsero la sua
esistenza.
Avvenne intanto un mutamento sostanziale nella politica estera dello
Stato Pontificio.
Nel 1494 Carlo VIII, Re di Francia, su incitamento di alcuni signori
– tra cui Ludovico il Moro – era entrato nella
penisola italiana occupando Firenze, Roma e, l’anno
successivo, il Regno di Napoli (di cui rivendicava i diritti degli
Angiò). Contro di lui si era formata una lega composta da
Alessandro VI, Ferdinando il Cattolico, Massimiliano
d’Austria, che lo costrinse a tornare indietro.
Il 7 aprile 1498 morì Carlo VIII. Essendo deceduto, poco
prima, anche suo figlio, la corona fu assegnata al cugino, Luigi XII
duca di Orleans, che iniziò una politica più
distensiva nei confronti di Alessandro VI.
Il motivo fu la necessità da parte del nuovo Re di annullare
il suo matrimonio con Giovanna di Valois per poter sposare Anna, Regina
della Britannia.
La commissione d’inchiesta pontificia stabilì che
quel matrimonio non era valido: per mancanza di consenso, e
perché non consumato.
Il 1° ottobre 1498, Cesare si recò in Francia per
portare la dispensa papale a Re Luigi, e una nomina a Cardinale per il
suo ministro D’Amboise; ma anche per trovare una moglie di
alto rango.
Ottenuto il nuovo incarico di comandante dell’esercito
pontificio, il 10 maggio 1499, Cesare sposò Carlotta
d’Albret, sorella del Re di Navarra (regione a Nord della
Catalunya) e nipote di Luigi XII, stabilendo un’alleanza con
la Francia – per la futura conquista della Romagna
–, ottenendo il titolo di pari di Francia e il ducato di
Valentinois che da allora avrebbe fornito ai suoi contemporanei e agli
storici un paio di soprannomi: il Duca, e il Valentino.
L’8 ottobre 1499, insieme al Re francese entrò a
Milano. L’inizio della collaborazione con
l’esercito francese e il consolidamento delle sue
capacità di condottiero si ebbero nella guerra contro la
Spagna, di cui un episodio – la presa di Capua, nel 1501
– ispirò una tela del pittore Gaetano Previati,
dal titolo Cesare Borgia, Duca del Valentino, a Capua, che si trova al
Palazzo di Residenza, a Forlì.
La sua prima missione fu la conquista di alcuni territori limitrofi a
quelli della Chiesa, i cui signori, con il sostegno della dinastia
aragonese del Regno di Napoli, si erano resi sempre più
autonomi, tanto da indurre il Papa a dichiararli usurpatori.
Nel dicembre 1499, Cesare Borgia risalì la Penisola verso
Nord-Est con un esercito composto da quattromila mercenari provenienti
dalla Svizzera e dalla Guascogna (regione della Francia
Sud-Occidentale), duemila Italiani, e con il supporto di artiglieria e
di trecento arcieri fornitigli da Luigi XII. Dall’area tra il
Nord delle Marche e il Sud della Romagna si diresse verso la Toscana.
Nell’aprile 1501 aveva conquistato Imola, Forlì,
Faenza, Cesena, Rimini, Pianosa, l’Isola d’Elba,
Piombino. A Cesena trovò il supporto di una fazione, quella
dei Tiberti, contro i rivali Martinelli.
Piombino fu conquistata il 3 settembre, utilizzando l’assenza
del sovrano Iacopo IV degli Appiani, che si era recato a Genova. Ma un
intervento diplomatico di Luigi XII costrinse i nuovi arrivati a
compiere marcia indietro. A quel punto intervenne Alessandro VI il
quale riuscì a convincere gli abitanti del principato che il
loro sovrano stava per cedere l’Isola d’Elba alla
Repubblica di Genova, fomentando così la ribellione popolare
favorevole al Valentino.
Arrivato a Cantalupo, vicino ad Imola, la popolazione, considerando
inutile ogni resistenza, gli consegnò la città.
Da lì passò alla conquista dei territori
circostanti: solo il castello di Dozza riuscì per un breve
periodo ad opporsi, con le truppe guidate da Gabriele del Pica, prima
di essere travolto.
A quel punto il Valentino si dirige verso Forlì, dove
trovò la maggior parte del popolo schierato dalla sua parte.
A contrastarlo era rimasta Caterina Sforza che tentò fino
all’ultimo di ostacolarne l’avanzata, chiudendosi
con i suoi seguaci nella Rocca di Ravaldino (una fortezza
caratterizzata da torrioni bassi cilindrici ad angolo, la cui
costruzione fu completata sotto la signoria di Pino III Ordelaffi); la
rocca, dopo essere stata espugnata, fu adibita a prigione e poi a
polveriera dello Stato Pontificio.
Caterina Sforza, signora di Forlì, era moglie di Giovanni
de’ Medici e madre del futuro celebre Giovanni delle Bande
Nere. Catturata il 12 gennaio del 1500, le fu risparmiata la vita,
venne condotta a Roma e confinata in un convento, da cui fu liberata
per intercessione francese; stabilitasi a Firenze, morì nel
1509.
L’avanzata del Duca avrebbe potuto continuare se le truppe
francesi alle sue dipendenze non avessero deciso di fermarsi, non si sa
bene se per stanchezza, o per ordine arrivato.
Al ritorno a Roma fu accolto in modo trionfale. Ottenne dal Pontefice
la nomina a vicario papale dei territori conquistati e un finanziamento
per il proprio esercito.
Quando non era sul campo di battaglia stava nei suoi appartamenti:
indossava una maschera nera, scriveva poesie, e lavorava giorno e
notte, mantenendo in modo costante i contatti con i suoi luogotenenti.
Il pittore Giorgione, pseudonimo di Giorgio da Castelfranco (tra le sue
opere: la Pala di Castelfranco del 1504, e il Cristo con il Manigoldo,
nella chiesa di San Rocco, del 1508), in un ritratto lo mostra
atletico, con il volto allungato, una barba non troppo folta, il naso
aguzzo, i capelli lunghi e biondi, lo sguardo attento.
Da ricordare anche il ritratto attribuito ad Altobello Meloni
(Accademia Carrara, Bergamo) e Ritratto di Cesare Borgia, di Ignoto
lombardo del ’500 (Palazzo Venezia, Roma).
Il mistero che circonda la sua figura è intensificato da una
serie di testimonianze e di cronache, di cui però non sempre
si ha certezza.
Si pensi a quanto riferiva l’ambasciatore veneziano Paolo
Capello, a proposito di quando il Valentino fece condurre nel cortile
del suo palazzo alcuni prigionieri e appostatosi ad una finestra con
arco e frecce, iniziò a centrarli uno ad uno. O alla vicenda
del Cardinale Michiel e di altri porporati, ai quali, per sua
volontà, secondo alcune versioni, furono tolti gli averi e
poi torturati e uccisi. E a quanto si racconta sia avvenuto a Imola nel
1501, quando dopo un diverbio tra il «nobile
Virgilio» (forse Orsini), e un suo soldato, Guidardello
Guidardelli di Ravenna, conclusosi con il ferimento e il successivo
decesso di quest’ultimo, il Borgia ordinò la
cattura e la decapitazione dell’altro contendente.
Si può anche ricordare una lettera del 25 agosto 1501, di
Agostino Vespucci – in quel momento presso la corte
pontificia – a Niccolò Machiavelli, a proposito
della eredità di Giovanni Lopez, Cardinale di Capua, e delle
manovre intorno ad essa. Il Vespucci avanzava dei dubbi sulle cause
della morte del Cardinale e faceva notare che questi era poco amico di
Cesare Borgia.
Il 15 luglio 1500 un gruppo di ignoti aggredì Alfonso
d’Aragona – duca di Bisceglie e figlio illegittimo
del pretendente al trono del Regno di Napoli –, secondo
marito di Lucrezia Borgia. Alfonso d’Aragona
riuscì a salvarsi, seppure riportando gravi ferite, ma il 18
agosto venne strangolato; si ritiene da parte di una guardia del corpo
del Valentino.
Ci aveva già provato un anno prima, a Colledara (Teramo),
sferrandogli, inutilmente, contro un attacco con il suo esercito.
Poco dopo Lucrezia andò sposa ad Alfonso d’Este,
figlio del duca di Ferrara, città potente su cui lo Stato
Pontificio cercava di avere un controllo, tanto che tra il 1482 e il
1484 si era giunti ad una guerra tra la città –
appoggiata da Mantova, dal Ducato di Milano e dal Regno di Napoli
– e l’alleanza formata dal Papa Sisto V e dalla
Repubblica di Venezia.
Nell’ottobre del 1500, il Duca iniziò una seconda
spedizione contro gli Stati nemici della Chiesa e conquistò
i castelli laziali che appartenevano ai Colonna e ai Savelli, due tra
le famiglie più prestigiose; dopodiché si diresse
verso le Marche.
Il suo esercito adesso contava circa quindicimila soldati, a cui erano
aggregati preti, giullari e «dame di compagnia».
Espugnò, senza combattere, Rimini e Pesaro, i cui signori,
Pandolfio Malatesta e Giovanni Sforza, pensarono che, avendo poche
possibilità di vincere, era inutile azzardare una battaglia.
Il pessimismo degli avversari era rinfocolato dal successo popolare che
il Borgia riscontrava attraversando i territori da conquistare.
Soltanto Faenza tentò di fronteggiarlo, guidata da Astorre
Manfredi e dal fratello, Giovanni, ma dovette cedere alcuni mesi dopo,
nonostante l’aiuto di Firenze – che per questo
dovette versare tributi al Valentino – e di Bologna
– che dovette scendere a patti – guidata da
Giovanni Bentivoglio.
Il comportamento spavaldo valse comunque ai due Faentini la lode del
Duca, cui chiesero di poter stare al suo servizio. Le malelingue
dissero che questa conversione politica fu dovuta ad una loro
ammirazione piuttosto particolare nei confronti del vincitore, il
quale, poi, per motivi ignoti, li fece imprigionare; l’anno
dopo furono rinvenuti annegati nel Tevere.
Il 25 aprile 1501, con la capitolazione di Faenza, Cesare Borgia
completava la conquista della Romagna.
Il 29 aprile Giovanni Bentivoglio cedeva al Valentino alcuni castelli e
un gruppo di soldati.
Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, al capitolo XXXVIII del
Libro Primo («Le repubbliche deboli sono male risolute e non
si sanno diliberare; e se le pigliano mai alcun partito, nasce
più da necessità che da elezione»), il
Machiavelli, per dimostrare la sua tesi, si ricollega a quanto avvenuto
subito dopo la conquista di Faenza.
Il Duca aveva deciso di tornare a Roma e chiese a Firenze
l’autorizzazione per poter attraversare i suoi territori. La
Repubblica negò il permesso. Machiavelli
considerò sbagliata questa decisione. La forza militare del
Duca era tale da potersi permettere di eludere quel divieto, come
infatti avvenne, senza che i Fiorentini potessero bloccarlo; a meno di
non dichiarargli guerra. Data questa condizione, il Machiavelli
suggerisce che sarebbe stato più opportuno concedere il
permesso, in modo da trarre da questa decisione legittimità
e onore. Il Duca, contrariato dal divieto, si fermò sul
territorio della Repubblica, che rimase per vari giorni in
balìa dei suoi soldati; fino a giugno, quando, dietro il
pagamento di una forte somma di denaro, il Valentino riprese la sua
marcia.
Nel giugno 1502 vi fu una terza spedizione con obiettivi Urbino e
Camerino. Il Ducato di Urbino, sostenuto in modo incerto dagli Sforza,
era governato da Guidobaldo da Montefeltro, umanista e mecenate. Non
era particolarmente attratto dalle guerre e lasciò
pacificamente il suo dominio.
Nella fase che precedette la presa di Urbino, Cesare Borgia aveva
chiesto a Firenze di inviargli un ambasciatore con il quale definire la
posizione della Repubblica. Fu scelto per l’incarico
Francesco Soderini, Vescovo di Volterra (oltre che fratello del
gonfaloniere, Piero, eletto il 22 settembre successivo) e, ad
accompagnarlo, Niccolò Machiavelli. Partirono il 22 giugno,
e Machiavelli rimase fino al 26.
Nello stesso giorno scrisse una lettera al consiglio dei Dieci della
Guerra (che aveva il compito di seguire le questioni militari, di
politica estera e finanziarie collegate), nella quale così
descrisse il Valentino: «Questo signore è molto
splendido e magnifico, e nelle armi è tanto animoso che non
è sì gran cosa che gli paia piccola, e per gloria
e per acquistare stato mai si riposa né conosce fatica o
periculo: giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita
donde si lieva, fassi ben volere a’ suoi soldati: ha cappati
e’ migliori uomini d’Italia: le quali cose lo fanno
vittorioso e formidabile, aggiunte con una perpetua fortuna».
Un mese dopo fu conquistata Camerino, il cui signore, Giulio da Varano,
fu strangolato da uomini della fazione avversa.
Nello stesso anno Cesare Borgia si avvalse della collaborazione di
Leonardo Da Vinci come architetto militare e ingegnere capo. Questi
viaggiò per dieci mesi attraverso i territori conquistati
dal condottiero: compì esami e rilevazioni,
delineò alcune delle piante delle città e le
mappe topografiche (un punto di partenza per la cartografia moderna),
edificòa fortezze, realizzò per il porto di
Cesenatico una struttura di protezione dai flutti, costruì
macchine da guerra.
Il fortilizio di Imola, danneggiato dal precedente assedio, aveva
necessità di essere rafforzato. Leonardo si
interessò al problema, e cominciando col disegnare la nuova
sistemazione interna della rocca, finì per tracciare
l’intera pianta della città.
Era il momento di più alta potenza del Duca, i cui successi
ormai facevano venire gli incubi ad altri Stati nella penisola
italiana: Venezia guardando la costa adriatica italiana ormai vedeva
quasi soltanto domini pontifici; Firenze doveva considerare
l’eventualità che il Valentino puntasse a
conquistare, in modo sistematico, la Toscana.
Nonostante questa evenienza fosse osteggiata da Luigi XII, Firenze
decise comunque di verificare le intenzioni del Valentino.
Il 6 ottobre 1502 Niccolò Machiavelli partì per
compiere la legazione, poi divenuta celebre, presso Cesare Borgia.
Iniziò subito a inviare lettere ai suoi interlocutori
istituzionali a Firenze scrivendo in merito alle prime conversazioni
con il Valentino.
In una lettera dell’11 ottobre, Niccolò Valori
scrisse al segretario fiorentino che le sue relazioni dei giorni 7-8-9,
nelle quali descriveva il Valentino, erano state apprezzate per la
precisione e la chiarezza. Nella stessa lettera il Valori chiese al
Machiavelli di far uscire allo scoperto il Duca a proposito delle
intenzioni nei confronti della Repubblica Fiorentina, ricollegandosi ad
un passo della lettera del 7-8 ottobre nella quale Machiavelli diceva
che il Borgia, in merito alla possibilità di stringere una
lega con Firenze, «sempre girò largo».
Inoltre il Valori attendeva dal Machiavelli una valutazione sul ruolo
che la Francia intendeva svolgere nella Penisola e sul rapporto tra
questo Stato e il Valentino; augurandosi che l’alleanza tra
loro giovasse a Firenze.
Il 9 ottobre 1502 Cesare Borgia conquistò Fano, alla cui
popolazione, come riconoscimento per l’alleanza,
donò il castello di Montefelcino (Pesaro), che sorgeva in
una posizione strategica vicino al confine con la Romagna.
Al consiglio dei Dieci di Guerra, Machiavelli descrisse il Duca come
«sovrumano nel suo coraggio» e «capace di
ottenere tutto ciò che voleva», uno che
«doveva essere considerato come un nuovo potente in
Italia»; osservazioni che poi sviluppò nel
capitolo settimo del Principe.
Il dialogo epistolare tra il Valori e Machiavelli proseguì
con una lettera del 23 ottobre, che il primo inviò al
segretario per informarlo sia dell’apprezzamento in merito
alla qualità delle relazioni sul Duca, sia di due iniziative
che la Repubblica aveva intrapreso con la speranza che incontrassero il
favore del Valentino. La prima era l’invio a Roma di
Alessandro Bracci (o Braccesi) in qualità di oratore, al
posto di Giovan Vittorio Soderini. La seconda decisione presa era
l’invio di alcuni ufficiali a Borgo San Sepolcro, al fine di
rafforzare i confini di Firenze e al tempo stesso di arrecare vantaggi
tattici ai movimenti delle truppe del Borgia.
Ma accanto alle dimostrazioni di apprezzamento, il Machiavelli riceveva
anche qualche contestazione.
In una lettera del 28 ottobre, Biagio Buonaccorsi, suo coadiutore alla
cancelleria, criticò il Machiavelli poiché, gli
scrisse, le sue relazioni sul Valentino giungevano ogni otto giorni; un
periodo di tempo ritenuto troppo lungo data l’importanza
della questione. Soprattutto il Buonaccorsi scrisse di non approvare le
conclusioni del segretario a proposito della potenza di Cesare Borgia,
che riteneva sopravvalutata; con riferimento a quanto il Machiavelli
aveva scritto nelle lettere del 9-15-23 dello stesso mese.
In questa lettera, il tono della contrapposizione del Buonaccorsi era
tale che egli scrisse al Machiavelli di non attendersi alcuna risposta
da parte sua.
Per curiosità, era dello stesso giorno, una lettera di
Niccolò Valori, il quale rinnovava le congratulazioni al
Machiavelli per la sua opera presso il Valentino.
Il 7 novembre Marcello Virgilio scrisse a Machiavelli invitandolo a
proseguire la sua legazione presso il Duca (che si apprestava a
spostarsi verso Rimini), data l’incertezza sulla scelta di
colui che avrebbe dovuto sostituirlo.
Il 14 novembre il gonfaloniere di Firenze, Piero Soderini, scrisse a
Machiavelli la sua approvazione alla collaborazione con il Valentino, e
gli chiese una valutazione a proposito dei soldati che Firenze avrebbe
dovuto inviare in sostegno del Duca, rilevando come la città
fosse ben disposta nei suoi confronti. Inoltre lo informò di
aver incaricato suo fratello Francesco, Vescovo di Volterra, oratore
presso la corte francese, di chiedere al sovrano che non si ostacolasse
la convergenza tra il Valentino e la Repubblica Fiorentina.
Ma il 15 novembre Biagio Buonaccorsi scrisse ancora una volta al
Machiavelli una lettera nella quale gli ribadì che non
doveva illudersi di compiacere il Valentino.
Il 28 novembre Piero Soderini confermò la sua approvazione
sul lavoro svolto dal Machiavelli, chiedendogli di rimanere ancora
presso il Valentino.
Il 7 dicembre espresse la sua soddisfazione per le buone intenzioni del
Duca nei confronti di Firenze, che decise di ricambiare non
autorizzando il Vescovo di Urbino, Gian Piero Arrivabene, a soggiornare
in città.
Il 21 dicembre terza lettera del gonfaloniere che rinnovava a
Machiavelli l’invito a rimanere presso il Valentino.
Cesare Borgia parve a Machiavelli in possesso oltre che delle
capacità militari anche di qualità politiche tali
da permettergli la creazione di un suo Stato, e per svilupparne una
analisi più articolata chiese a Biagio Buonaccorsi una copia
delle Vite di Plutarco, per cercare elementi comparativi con la figura
del condottiero.
La legazione presso il Valentino permise al Machiavelli di constatare
anche la qualità dei suoi luogotenenti. Quando nel dicembre
1506 venne nominato segretario dei Nove della Milizia della Repubblica
Fiorentina, con l’incarico di organizzare un esercito
composto da cittadini, egli suggerì al gonfaloniere di
scegliere i soldati tra i contadini e di affidarne il comando a don
Miguel de Corella, soldato catalano dell’esercito di Cesare
Borgia.
La paura di essere travolti dal Valentino riguardò, oltre i
suoi avversari, anche alcuni personaggi arruolati nella sua parte. Tra
loro, Vitellozzo Vitelli convocò un summit presso il
castello della Magione, sul Lago Trasimeno (Perugia), di
proprietà del Cardinale Orsini. Vi parteciparono anche i
Bentivoglio, i Baglioni, Pandolfo Petrucci e Oliverotto da Fermo;
un’alleanza che Biagio Buonaccorsi, nella lettera del 28
ottobre, invitò il Machiavelli a non sottovalutare (e che
ebbe come primo effetto la perdita di Urbino, in cui ritornò
al potere Guidobaldo). Insieme concordarono una strategia finalizzata
alla dichiarazione di guerra nei confronti del Valentino e –
dopo avergli sottratto il titolo di duca di Romagna – alla
restituzione dei territori conquistati ai dominatori precedenti. Per
arrivare a questo obiettivo contavano di svolgere un’azione
di propaganda per far perdere consenso popolare al Borgia e un appello
alla diserzione per i soldati del suo esercito. Il Valentino prese sul
serio la questione e chiese aiuto al padre, il quale, almeno dal punto
di vista finanziario, proprio in quel momento, poteva dargliene ben
poco, poiché le casse pontificie erano quasi vuote. Iniziata
comunque una trattativa con i nemici del figlio, Alessandro VI mise
all’asta benefici ecclesiastici (pratica che
provocherà poi le ire di Lutero) e, insieme con
l’eredità del Cardinale Ferrari di cui si era
impossessato, riuscì a ricavare circa cinquantamila ducati,
che, girati a Cesare, servirono per arruolare seimila soldati mercenari.
La congiura a quel punto non giunse a nulla e dopo un incontro
preliminare tra Paolo Orsini e il Borgia, a Imola il 25 ottobre 1502,
si decise di stipulare una pace, con una riunione nella serata tra il
31 dicembre e il 1° gennaio del 1503 a Senigallia (provincia di
Ancona). Da una parte c’era Cesare Borgia,
dall’altra Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Paolo e
Francesco Orsini.
Dalle lettere inviate al Consiglio dei Dieci, si nota come Machiavelli
avesse intuito che quell’incontro si sarebbe potuto
concludere in modo inaspettato.
Mentre si stava svolgendo la riunione, che sembrava ormai conclusa con
la firma di un patto di confederazione, venne dato un segnale; nella
sala entrarono le guardie del Borgia, arrestarono i suoi avversari e li
imprigionarono. Oliverotto da Fermo e Vitellozzo furono strangolati
quella stessa notte. I due Orsini vennero condannati a morte il 18
gennaio 1503.
Machiavelli al ritorno dalla sua missione consegnerà alla
storia la cronaca di quell’episodio nella Descrizione del
modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli,
Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini,
considerandola «impresa rara e mirabile».
Il Duca riprese il controllo dei territori laziali (i cui principi si
erano schierati con Giulio Orsini), conquistò la Repubblica
di San Marino, e riconquistò anche Urbino, nonostante il suo
signore, Guidobaldo, avesse fatto distruggere le rocche di Gubbio e
Pergola per accentrare tutte le forze in difesa della città.
Cesare Borgia era al massimo della celebrità. A Fano venne
pubblicata un’edizione delle Opere di Petrarca con una dedica
a Cesare Borgia.
Un giorno di agosto, lui e il padre furono invitati a cena dal
Cardinale Corneto, in una villa vicino al Vaticano. Pochi giorni dopo i
due Borgia ebbero febbre alta e vari malori; si pensò che
avessero messo del veleno nel cibo poi, per errore, mangiato da loro
stessi. Non era così, perché il vero motivo di
quella debilitazione era la malaria, che si stava diffondendo a Roma.
Alessandro VI morì il 18 agosto e Cesare, pur debilitato,
dovette fronteggiare le azioni dei suoi avversari.
Il pericolo maggiore arrivava dalla Romagna, dove i suoi nemici avevano
ottenuto l’appoggio di Venezia, che iniziava a inviare le
proprie truppe a occupare parti di territorio. Inoltre c’era
da gestire un conclave che si presentava determinante per la sua sorte,
e al quale fu invitato anche Machiavelli.
Il 2 settembre 1503, al primo tentativo, grazie all’appoggio
dei Cardinali spagnoli, riuscì a fare eleggere Pontefice il
Cardinale Francesco Piccolomini, con il nome di Pio III, bloccando il
suo potente concorrente: il Cardinale Della Rovere. Ma Pio III, che lo
aveva confermato capitano generale della Chiesa, morì
ventisette giorni dopo. Di nuovo Cesare dovette affrontare il Della
Rovere il quale però, al secondo tentativo, ebbe partita
vinta, e il 1° novembre divenne Papa con il nome di Giulio II.
Il Borgia, constatando l’impossibilità di rifare
un fronte comune contro di lui, ritenne più funzionale
cercare una trattativa, che gli permise, al momento, di conservare il
titolo di duca di Romagna e il comando dell’esercito
pontificio.
Il 15 novembre Biagio Buonaccorsi scrisse a Machiavelli. Dopo avergli
espresso il proprio parere sull’assalto di Venezia ai
territori del Valentino – che aveva portato alla conquista di
Rimini e Faenza –, lo informò dei cambiamenti
dell’opinione pubblica fiorentina, adesso contraria al
Borgia. Il motivo sarebbe stato soprattutto il contrasto con il nuovo
Papa e la possibilità che nella diatriba tra i due, fosse il
Duca nelle condizioni peggiori. Tanto che nella riunione tra gli
Ottanta (magistratura con funzioni di Senato, intermedia tra la
Signoria e il Consiglio Grande) e un certo numero di cittadini la
proposta di dare al Valentino un salvacondotto, per attraversare i
territori della Repubblica, era stata respinta da circa novanta dei
votanti contro circa venti a favore.
Il Buonaccorsi scrisse che questa fase negativa del condottiero poteva
smontare quella valutazione entusiasta, fondata sulla sua audacia, data
dal Machiavelli, e proseguì insinuando che qualcuno
cominciava a credere che i suoi apprezzamenti alle qualità
del Valentino fossero mossi dalla speranza di ottenere da lui qualche
ricompensa. Ad ogni modo – proseguiva nella lettera il
Buonaccorsi –, ogni congettura era inutile poiché
non si trattava più, per i Fiorentini, di essere a favore
oppure no del Valentino, ma stabilire che cosa fare contro di lui.
La decisione del Valentino di accordarsi con il nuovo Papa fu
considerata dal Machiavelli come una ingenuità. Infatti
Giulio II – passato alla storia perché
più dedito alle guerre e al mecenatismo (per lui lavorarono
Michelangelo, Raffaello, Bramante) che alla redenzione delle anime
– non confermò quell’accordo e
ordinò al Borgia di rinunciare al suo titolo di Duca e
cedere la Romagna allo Stato Pontificio. Al suo rifiuto, lo fece
arrestare. Il Valentino venne liberato soltanto quando
rinunciò alle condizioni stabilite durante
l’elezione pontificia.
Subito si recò a Napoli, presso Consalvo di Cordova, dove
cercò di formare un suo esercito per tentare una rivalsa e
salvare ciò che restava dei suoi domini, i quali ormai si
riducevano all’unica Forlì. Informato, Giulio II
chiese al Re Ferdinando di arrestarlo. Il Re obbedì e lo
fece deportare in Spagna, dove rimase in prigione, nel castello di
Chinchilla, per due anni, fino al novembre 1506, quando
riuscì a evadere e a riparare a Pamplona, presso la corte di
Navarra, dove regnava Giovanni d’Albret, fratello di sua
moglie Carlotta, il quale gli diede il titolo di condestable della
Navarra, e il comando di un esercito da lanciare contro un suo
vassallo, Juan di Beaumont.
Il 12 marzo 1507 a Viana (a 81 chilometri da Pamplona) durante
l’attacco alla fortezza del nemico, Cesare Borgia fu ferito a
morte.
(luglio 2011)