Sovranità ed ordine internazionale
Un dibattito aperto nel comune impegno contro il genocidio

Il dissidio fra internazionalismo e sovranità è pervenuto a dimensioni di forte ampiezza con l’avvento della globalizzazione, e con il risveglio, 500 anni dopo Machiavelli, della presunzione secondo cui la politica dovrebbe ispirarsi all’etica «tamquam a subalternante». Si tratta di una questione fondamentale, sia dal punto di vista speculativo, sia per quanto riguarda la gestione della cosa pubblica, segnatamente negli stati occidentali.

Un contributo importante al dibattito in corso, fra gli altri, è quello riveniente dalle nuove riflessioni di Stephan Ihrig, ordinario di storia all’Università di Haifa, con particolare riguardo ai genocidi del secolo «breve» ed alla dottrina giuridica di Raphael Lemkin, cui si deve la loro definizione scientifica, intesa – in tutta sintesi – come annullamento violento di un popolo o di una comunità, a prescindere dalle sue dimensioni: in questo senso, il genocidio degli Armeni, di cui è appena ricorso il centenario, non è differenziabile dall’Olocausto, ma nemmeno da quelli degli Indiani d’America e degli Aborigeni Australiani (puntualmente e significativamente ignorati dalle vulgate occidentali), per non dire dello sterminio cambogiano ad opera di Pol Pot e delle sue «Guardie rosse», o delle varie stragi tribali susseguitesi in terra d’Africa. E non è differenziabile, nonostante il silenzio di Ihrig, nemmeno dal «genocidio programmato» del popolo istriano, fiumano e dalmata, di cui al lucido messaggio di Italo Gabrielli.

Nel pensiero dello stesso Ihrig, la critica della sovranità si è fatta stringente, alla stregua della presunzione secondo cui taluni stati sovrani sarebbero stati responsabili diretti di vari genocidi perpetrati nel corso del Novecento, in specie da parte di Governi autoritari o totalitari di Destra, mentre la condanna di quelli opposti, tra cui l’Unione Sovietica, la Cina e la stessa Jugoslavia, è quanto meno sfumata, se non anche assente, come nel caso di Tito. In effetti, i riferimenti di maggiore impatto qualitativo hanno riguardo dapprima alla Turchia, e poi alla Germania nazional-socialista, che secondo lo storico israeliano avrebbe tratto ispirazioni molto importanti per la sua politica della razza proprio dal regime di Ataturk, il padre del nuovo stato turco, laico e nazionale: una tesi ardita, se non altro per le diverse condizioni di tempi e di luoghi.

D’altro canto, l’internazionalismo non è riuscito ad elidere la teoria secondo cui ogni stato si ritiene «libero» di esercitare la sovranità che gli appartiene istituzionalmente nell’ambito del suo territorio (ma talvolta, con eccessi privi di effettivo fondamento giuridico, anche altrove) senza alcuna interferenza esterna: dapprima la Società delle Nazioni, e poi la stessa ONU, hanno trovato ostacoli spesso insormontabili nell’opera di prevenzione e nelle strategie d’intervento, sia pure sotto l’usbergo delle cosiddette «missioni di pace». Del resto, come ha ricordato lo stesso Ihrig, gli Alleati non fecero la guerra alla Germania per fermare la sua politica razziale, ma per ben diverse motivazioni strategiche ed economiche, riguardanti anche il conflitto con gli altri stati dell’Asse.

Si diceva di Machiavelli: in proposito, giova rammentare che il Segretario Fiorentino non sostenne mai, diversamente da quanto gli hanno attribuito le vulgate, che il fine giustifica i mezzi, ma che la «salvezza dello Stato» è obiettivo prioritario della politica: questo sì, di tale importanza da non escludere, laddove necessario, l’utilizzo di mezzi estremi. Oggi, non c’è dubbio che l’affievolimento delle sovranità indotto dalle Organizzazioni Internazionali abbia contribuito a relativizzare quell’obiettivo, che peraltro sembra improntato a caratteri di crescente attualità, sia pure ad avallo della loro forza «supersovrana» sostanzialmente autoreferenziale, o se si preferisce una definizione «politicamente corretta», a supporto dei principi etici cari alla cosiddetta società civile, ma nello stesso tempo a tutela degli interessi socio-economici imposti dalle grandi potenze: gli interventi armati in Afghanistan od in Iraq ne sono un esempio fra i tanti.

In poche parole, non sembra di poter affermare con assoluta sicurezza che la sovranità sia necessariamente «cattiva» e che l’internazionalismo sia specularmente «buono».

Chiunque comprende come in entrambe le fattispecie esistano pari opportunità di governo illuminato per il vantaggio di tutti, che prescindono dal quadro strettamente giuridico per inquadrarsi in un superiore impegno etico: ciò non contraddice l’autonomia della politica, laddove sia correttamente intesa e condivisa quale «azione rivolta al perseguimento del bene comune». Al contrario, promuove il recupero di questo obiettivo che non sarebbe azzardato definire universale, ma che troppo spesso è stato accantonato se non anche tradito; e contestualmente promuove la predisposizione delle strategie per raggiungerlo, a cominciare da una cooperazione internazionale meno episodica e meno velleitaria, visto che quasi tutti gli stati progrediti dell’Occidente hanno ignorato gli impegni liberamente sottoscritti e condivisi circa la destinazione di quote sia pure marginali del loro prodotto interno lordo allo sviluppo del Terzo Mondo.

In conclusione, è auspicabile che il dibattito in corso non sia limitato agli aspetti semantici della questione ed alle suggestioni difficilmente oggettive che finiscono per suscitare nelle coscienze civili. Sarebbe invece opportuno che ne scaturisse una volontà politica meno formale, e se è consentito dirlo, meno gretta, idonea a porre le basi di un’effettiva maturazione etica, umana e giuridica, vista quale manifesto programmatico per il nuovo millennio.

(agosto 2017)

Tag: Carlo Cesare Montani, Nicolò Machiavelli, Stephan Ihrig, Raphael Lemkin, Italo Gabrielli, Pol Pot, Tito, Ataturk, genocidio degli Armeni, Olocausto, genocidi degli Indiani d’America e degli Aborigeni Australiani, genocidio dei Cambogiani, Società delle Nazioni, ONU, Unione Sovietica, Cina, Jugoslavia, Turchia, Germania, Stati dell’Asse, Africa, Afghanistan, Iraq.