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La
Diva Imperiale
Francesca
Bertini, un alone di leggenda
di Elena Pierotti
Non
mi sono mai occupata espressamente di storia del cinema, ma ho sentito il
bisogno di approfondire la figura di Francesca Bertini, omaggiata più come
leggenda del cinema che come donna.
Un interessante ritratto che di lei ha
dato Costanzo Costantini1 ce la descrive come una personalità forte,
una sorta di Rodolfo Valentino al femminile. Ma sono le origini di Francesca
Bertini, o quantomeno le presunte origini, che dovrebbero, a mio avviso, attirare
l’attenzione, almeno sul piano storico.
Esistono diverse versioni sulla
biografia della «Diva del muto». Ricorda giustamente Costantini che «addentrarsi
nella vita di Francesca Bertini è come inoltrarsi in una nebulosa, in una
“nebulosa stellare” […]. Bisogna dipanare [per descrivere il personaggio] la
bibliografia più confusa, contraddittoria e approssimativa con la quale
l’intera storia del cinema muto italiano ci metta alle prese»2. A
questo punto Costantini fa una rassegna delle varie «ipotesi biografiche».
«L’attrice dialettale napoletana
Francesca Bertini», scrive Ettore M. Margadonna, «ha iniziato la sua carriera
nel 1909, presso la “Film d’arte italiana”, una delle prime case
cinematografiche del nostro Paese, fondata dalla società francese che faceva
capo a Charles Pathé».
«Francesca Bertini», scrive Francesco
Soro, uno degli avvocati dell’attrice e del produttore Giuseppe Barattolo, «è
Elena Vitiello, napoletana, ma nata a Firenze, da padre napoletano e da madre
toscana. Francesca Bertini è dunque un nome d’arte. Vitiello non suonava bene.
Il pubblico vuole, oltre che belle attrici, anche bei nomi sonori, eufonici.
Quindicenne appena, fu portata al cinematografo da una Casa romana, la “Film
d’arte”, allora diretta dal Pathé di Parigi e dal compianto avvocato Gerolamo
Lo Savio […]».
Altra versione sulle origini della
grande attrice ce la propongono Consiglio e Debenedetti. «Nata per caso a
Firenze», scrivono, «questa napoletanissima ragazza trascorse a Napoli
l’infanzia, figlia adottiva d’un certo Vitiello. Si chiamava Elena, prima che
una inspiegabile fantasia le suggerisse di ribattezzarsi Francesca. Si chiamava
ancora Elena quando la madre, donna di teatro, la introdusse in una compagnia
dialettale napoletana […]».
Potremmo proseguire questa carrellata,
costituita da una fitta serie di dati incerti e contrastanti, di notizie vaghe
e imprecise, di informazioni non controllate, di iperboli, di locuzioni convenzionali
e maldestre3.
Ma è soprattutto nel terzo paragrafo
della biografia dell’artista pubblicata da Costantini che, a partire dal
titolo, Un caos totale, si esprimono
a tutto tondo le difficoltà dell’ambiente cinematografico nazionale nel
raccontare in maniera genuina le origini di Francesca Bertini.
Riporto di seguito quanto Vico
d’Incerti, nel suo conosciuto Vecchio
cinema italiano – le dive, editore Ferrania 1951, scrive su di lei: «Francesca
Bertini è nata a Firenze, nella villa del Cucù al viale dei Colli, nel 1896. Il
suo vero nome è Elena Seracini Vitiello. Il padre, commerciante napoletano
ritiratosi dagli affari, viveva agiatamente di rendita; la madre era invece
toscana, di ottima famiglia senese: bionda e bella, tanto che la gente la chiamava
“la rosa di Firenze”. Burrascose vicende economiche portarono la famiglia a
Napoli, quando la bimba aveva otto anni […]».
Le varie versioni spesso si
contraddicono. La stessa Francesca Bertini, nello scrivere la sua
autobiografia, del tutto romanzata, altera sempre la prima persona con la terza
persona, cita personaggi che fanno a gara per ritrarla o incontri decisivi con
figure delicate come quella del poeta napoletano Salvatore Di Giacomo. Ma chi
era davvero Francesca Bertini?
In un racconto fattomi da una mia cara
amica lucchese, di cui celerò il nome, vista la complessità del contesto4,
ebbi una descrizione ancora diversa, seppur sommaria, sull’origine
dell’attrice. Secondo tale versione Francesca Bertini sarebbe lucchese, di
buona famiglia. La sorella dell’artista, in amicizia con la nonna della mia
amica (nata nel 1904) avrebbe conosciuto dall’interno le vicende della Bertini
che, presentandosi in famiglia con le ricchezze accumulate, veniva emarginata;
e sempre questa «ipotetica» famiglia d’origine avrebbe impedito alla di lei
sorella di scriverle, con grande dispiacere della stessa.
Ulteriore versione rispetto alle molte
circolanti che, peraltro suffragabile per l’attendibilità della fonte, mi ha
lasciato un certo sconcerto. Sicuramente l’ambiente lucchese, cattolico e «riservato»
circa i propri risvolti «privati», avrebbe potuto non tollerare che un membro
di una famiglia borghese in vista tenesse un comportamento non consono ad una
donna borghese dei primi anni del Novecento. Intervistata sulle molte bugie
riferite in merito al suo privato, la Diva rispose: «Ma perché avrei dovuto
dire la verità? Perché avrei dovuto dire agli altri i miei affari privati?»5.
Di fatto è interessante valutare proprio
il proseguo delle sue vicende private, soprattutto legate al matrimonio col
conte Paul Cartier nel 1921 e ad una successiva presunta relazione con il
grande regista del muto Vincenzo Leone, padre di Sergio Leone. Perché tali vicende
imprimono una connotazione particolare al periodo storico in cui visse Francesca
Bertini, soprattutto in contesti borghesi, ancor più se contesti borghesi di
provincia. Caratterizzati, fra l’altro, da una certa mania per la nobiltà, da
un bisogno di personalizzazione ed emersione.
Si è voluta presumibilmente celare per
molto tempo la reale identità di colei che oggi viene descritta da taluni come
la madre di Sergio Leone. Le biografie ufficiali hanno indicato il regista di Giù la testa e C’era una volta in America come figlio del regista Vincenzo Leone e
della di lui consorte Edvige Valcarenghi (peraltro rivale artistica della
Bertini). Ma Martin Scorsese, grande regista statunitense e storico del cinema,
ha sostenuto in una conferenza stampa, parlando di Sergio Leone, un
parallelismo tra lo sguardo della compianta «madre» di Leone [Francesca
Bertini, in questo caso] e la carica espressiva dei primi e primissimi piani
del regista6. Del resto Sergio Leone ha comunque omaggiato la Regina
del muto chiamando sua figlia come la «nonna»: Francesca.
Qualunque sia la verità storica, certamente
si è trattato di una sorta di oltraggio alla figura di una donna libera ed allo
stesso tempo coraggiosa e battagliera, che ha saputo e voluto valorizzare le
sue indiscutibili qualità artistiche. Credo che sulla donna andrebbe fatta
maggiore chiarezza. Tra vero e falso, siamo in presenza di una donna unica,
definita fra l’altro come «profumo della primavera».
«Sono le cinque del pomeriggio, e
Francesca Bertini non è donna che possa dimenticare che l’abbigliamento deve
andare in armonia con l’ora del giorno, o della notte. Indossa pantaloni
marroni su mocassini neri, una camicetta di seta verde e nera a fiori bianchi
sotto un golf verde bottiglia, al collo brillano due fili di perle bianche
coltivate, all’anulare della destra rifulge un topazio, all’anulare della
sinistra rifulge un rubino»7.
L’artista Bertini ha certamente avuto il
posto che le spetta di diritto quale autentica primavera dell’arte, in qualità
di «fenomeno» del cinema. Forse non così sul piano privato, inteso come analisi
storica e sociale in cui inquadrare una donna che, in quanto donna, ha dovuto
fare i conti con le discriminanti del caso. Racconta Francesca Bertini in Il resto non conta: «Iniziai così, con
Verdi, il mio nuovo destino [di attrice cinematografica]. L’ordine del giorno
della “Film d’arte italiana Pathé” era il seguente: tutti pronti alle sei del
mattino per girare. Dicevano che il primo sole fosse il più propizio per una
bella fotografia. È inutile dire che fremevo per quell’inizio. I giorni di
attesa mi sembrarono eterni. Finalmente vennero ad avvertirmi in albergo che mi
trovassi pronta l’indomani mattina alle cinque. Infatti un “coupé” personale a
due cavalli venne a prendermi prima che albeggiasse. Il cielo era ancora scuro.
Un gran silenzio ovunque e tremolii di stelle che impallidivano. Tutto ciò mi
piacque, mi parve bello e misterioso…».
Mistero e azione, potremmo così
definirla. Tre sono le serie di film con cui è possibile fare una
classificazione del repertorio complessivo di Francesca Bertini. Tra i film inclusi
nella prima serie (interpretati tra il 1910 ed il 1912 per la «Film d’arte
italiana Pathé» e per la «Cines») non rimangono giudizi degni di nota. Il vero
e proprio successo dell’attrice incomincia con i film della seconda serie
(1912-1914 per la «Celio» film) ed esplode con quelli della terza (1914-1921
per la «Caesar» e per la «Bertini – Film»), molti dei quali diretti da Roberto
Roberti (alias Vincenzo Leone, padre di Sergio Leone).
Umberto Barbaro, critico
cinematografico, parlando di lei così si espresse: «Francesca Bertini è stata
senza dubbio un’attrice eccezionale e non soltanto una bella donna; e il suo
talento naturale le ha fatto raggiungere a volte un alto livello artistico.
Quelli che ne hanno scritto di recente non sono certo i critici che le
profetizzava il non certo indulgente Delluc, quando ancora nel 1919 scriveva:
“Ma solo più tardi si saprà che bisognava studiare le opere complete di
Francesca Bertini”».
Perché spesso tanta difficoltà nel
rilevarne la grandezza? Forse il suo privato «arruffato»? La reticenza tutta
borghese di qualcuno? Incuria sul piano storico?
Segnaliamo che tra i film della terza
serie, particolarmente apprezzati furono Nelly
la Gigolette, Assunta Spina, La signora delle Camelie e Odette. Dopo il matrimonio con Paul
Cartier ed il momentaneo trasferimento in Francia, seguirono sei film, girati
fra il 1927 ed il 1935. Ma il matrimonio avrà vita breve ed effimero sarà anche
il suo successo d’oltralpe. Dopo Odette,
ivi girato ed omaggiato, i film successivi non avranno alcuna eco, né potrà
ella trovar lavoro in Italia. Il nuovo cinema italiano, quello della «Cines»,
il cinema di Camerini, Blasetti, dei giovani, non sarà in grado di offrirle più
nulla.
Deceduta nel 1985, possiamo così
ricordarla: Francesca Bertini, la «grande Diva dell’età giolittiana e
dannunziana, protagonista assoluta del cinema muto italiano dal 1910 al 1920 e
prima star internazionale (ebbe profferte anche in America); bellissima ed
elegante nell’aspetto, personalità fuori dal comune, attrice intensa, tragica
per eccellenza, seppe affermare con sorprendente modernità la sensualità
femminile, sia in languide pose da eroina decadente, sia interpretando ruoli da
popolana».
Note
1 Costanzo Costantini, La Diva Imperiale, ritratto di Francesca
Bertini, Milano, edizioni Bompiani 1982.
2 Costanzo Costantini, La Diva Imperiale, ritratto di Francesca
Bertini, Milano, edizioni Bompiani 1982, pagina 12.
3 Costanzo Costantini, La Diva Imperiale, ritratto di Francesca
Bertini, Milano, edizioni Bompiani 1982, pagine 12-15.
4 La nonna di questa persona era membro
della famiglia Barsanti di Lucca, lontani parenti del padre scolopio Eugenio
Barsanti, l’inventore del motore a scoppio.
5 Costanzo Costantini, La Diva Imperiale, ritratto di Francesca
Bertini, Milano, edizioni Bompiani 1982, pagina 56.
6 Recente pubblicazione sulla rivista on
line di cinema Persinsala.it.
7 Costanzo Costantini, La Diva Imperiale, ritratto di Francesca
Bertini, Milano, edizioni Bompiani 1982, pagina 52.