torna
a www.storico.org
Le
nuove istituzioni economiche del dopoguerra
i provvedimenti economici e
politici del periodo successivo alla guerra furono fortemente innovativi e
favorirono la eccezionale crescita economica dei decenni successivi
All'euforia
per la vittoria e alle speranze per un futuro di pace subentrarono ben presto nel
nostro continente le preoccupazioni immediate per risollevare i paesi europei dalle
grandi rovine degli anni precedenti. I paesi europei che si erano fortemente
indebitati per sostenere la politica di guerra si impegnarono per il
risanamento della bilancia dei pagamenti attraverso la riduzione delle
importazioni e l’aumento delle esportazioni. A tal fine la maggior parte dei
governi ricorse alla svalutazione della moneta e alle restrizioni dei consumi,
ma con scarso successo. I governi europei cercarono di impedire un’eccessiva
caduta delle proprie valute attraverso il controllo dei cambi, ma l’esaurimento
delle riserve auree minacciava la tenuta economica della maggior parte dei
paesi europei, vicini ormai alla bancarotta. Di particolare importanza risultò
la questione dell'approvvigionamento alimentare, per superare tale problema gli
stati europei ricorsero all’istituzione del razionamento e dei prezzi
controllati; tali provvedimenti risultarono utili per assicurare alle
popolazioni la distribuzione dei beni essenziali, tuttavia portarono indirettamente
alla disincentivazione di alcune attività economiche e al rallentamento della
produzione in generale.
In
Francia nel ‘47 le autorità furono costrette a ridurre la distribuzione di cibo
e combustibile prevista dal razionamento. Nel corso di quell’anno il costo
della vita aumentò di circa due volte rispetto ai salari e tale situazione
innescò una ondata eccezionale di agitazioni. In Gran Bretagna l'enorme deficit
della bilancia commerciale accumulato impediva l'afflusso di materie prime e di
scorte alimentari necessarie, e il paese per molto tempo dovette mantenere le
restrizioni ai consumi e le misure di austerità della guerra. Connesso a questi
problemi fu quello dell’inflazione. L'inflazione a causa delle spese per lo
sforzo bellico negli anni di guerra, dei vasti programmi di ricostruzione
successivamente, e per alcuni paesi, a causa dei programmi sociali
eccessivamente onerosi, fu un altro grande problema di quegli anni, che ebbe
gravi conseguenze, ed impedì una corretta ripresa dell’economia e un più rapido
ritorno alla produzione prebellica
Ai
problemi strettamente economici si aggiunsero soprattutto in Francia e Italia
quelli politici. Mosca per un certo periodo appagata dagli accordi
internazionali spinse i partiti comunisti di quei paesi a ricercare l'accordo
con le altre forze politiche, ma la situazione tendeva al peggioramento, e ad
un progressivo scontro. Secondo John Dulles, futuro segretario di stato di
Eisenhower, "La situazione interna in Francia era allora ad una svolta che si
avvicinava al punto più critico. Sembrava che i partiti «del centro» stessero
per perdere il controllo della situazione. Sembrava probabile - molti lo
ritenevano come certo - che il Generale De Gaulle sarebbe salito al potere e
che i Comunisti vi si sarebbero opposti con le armi, scatenando così in Francia
una guerra civile su larga scala". La stessa opinione venne
formulata dall’ambasciatore americano Caffery, che nel febbraio del ‘46
perorava la concessione di un prestito al governo francese “anche se un banchiere non
direbbe certo che la Francia può essere considerata un cliente a basso rischio”.
In Italia il temporaneo blocco dei licenziamenti e l’introduzione della scala
mobile per adeguare i salari all’aumento del costo della vita, non furono
misure sufficienti per porre freno ai gravi problemi sociali e solo il sostegno
americano impedì il collasso economico e politico dello stato. Truman nelle sue
memorie ricorda che il segretario alla difesa americano Stimson fece presente
che: "Durante
il prossimo inverno era probabile sopravvenissero carestia ed epidemia in tutta
l'Europa centrale. Disse che probabilmente a ciò sarebbero seguite la
rivoluzione e l'infiltrazione comunista. Le difese che noi avremmo potuto
opporre a tale situazione sarebbero stati i Governi occidentali della Francia,
del Lussemburgo,del Belgio, dell'Olanda, della Danimarca, della Norvegia e
dell'Italia. Era di capitale importanza impedire che questi paesi venissero
spinti dalla fame verso la rivoluzione o il comunismo".
Di
fondamentale importanza per l’opera di ricostruzione fu l’intervento degli
Stati Uniti. Per la prima volta nella storia una grande potenza si assumeva
l’onere di ricostruire i paesi distrutti dal conflitto e di portare tali aiuti
in maniera non discriminatoria. I paesi europei per finanziare il conflitto
avevano esaurito gran parte delle loro riserve d’oro, le loro scorte di valuta,
e nel caso della Gran Bretagna erano state liquidate anche grandi proprietà
all’estero. Negli anni dello sforzo bellico, Gran Bretagna, Unione Sovietica e
Francia avevano beneficiato della legge americana “Affitti e prestiti” che
prevedeva non solo agevolazioni per l’acquisto di forniture militari, ma anche
aiuti nel settore civile. Con la resa del Giappone la legge venne abrogata e
tale situazione provocò un certo sconcerto fra i governi europei, ma nei mesi
successivi vennero aperte trattative per nuovi accordi. Tutti i paesi del
vecchio continente sia quelli appartenenti allo schieramento vincitore che a
quello sconfitto, necessitavano di materie prime e di investimenti per
riconvertire l’industria bellica a fini civili, ma non disponevano delle
risorse necessarie per tale impegno. Il sostegno americano all’Europa assunse
diversi aspetti; vennero ceduti a prezzi notevolmente inferiori a quelli di
mercato le attrezzature adoperate nel corso della guerra che comprendevano
mezzi di trasporto e opere del genio civile; vennero concessi prestiti a lunga
scadenza ai governi e un contributo notevolissmo all’UNRRA, l’organizzazione
per gli aiuti internazionali, di cui beneficiarono anche i paesi comunisti. Nel
periodo precedente alla approvazione del Piano Marshall, il governo americano
aveva già provveduto alla concessione di prestiti per un ammontare di oltre
sette miliardi di dollari di cui beneficiarono quasi tutti i paesi europei.
Sull’utilizzo
degli aiuti americani i governi europei adottarono comunque politiche diverse.
Secondo lo storico Jacques Pirenne “L’Inghilterra ha impiegato l’aiuto
americano per finanziare la sua esperienza socialista, la Francia l’ha
impiegato in gran parte per evitare
l’inflazione da cui era minacciata per effetto della nazionalizzazione delle
industrie, e per compensare le sue spese militari, in special modo in Indocina;
la Germania l’ha fatto servire esclusivamente all’espansione della sua
economia”. I governi europei manifestarono in quel periodo la tendenza
a non valutare con realismo il mercato valutario; l’inflazione aveva largamente
corroso il potere d’acquisto delle monete europee, ma solo con riluttanza i
governi decisero una revisione dei cambi. In Francia fra il 1940 e il 1948 il
valore del franco rispetto al dollaro si era ridotto di circa cinque volte, ma
la massa monetaria era aumentata di circa dieci volte e il costo della vita di
circa quindici volte.
Le numerose innovazioni introdotte in quegli
anni non si limitavano alla sfera politica, anche l'economia e i rapporti fra
le nazioni vennero riviste per impedire quelle guerre commerciali, quelle
conquiste di mercati con atti di forza, quegli impedimenti all'accesso delle
materie prime, che avevano caratterizzato il mondo sviluppato negli anni
precedenti. Ben rappresentativo del nuovo modo di pensare, sono le memorie del
segretario di stato americano Cordel Hull: "Ho sempre identificato il libero
commercio con la pace, mentre le alte tariffe doganali, le limitazioni al
commercio e la competizione economica sleale, con la guerra. Pur comprendendo
che molti altri fattori entrano in gioco, rimasi sempre convinto che se si
fossero potute realizzare libere correnti commerciali, talché nessun paese
fosse geloso degli altri e i livelli di vita di tutti i paesi potessero salire,
eliminando così le insoddisfazioni economiche che alimentano la guerra, si
sarebbe potuto avere la ragionevole possibilità di una pace durevole".
Anche il presidente Truman condivideva questa impostazione; in suo famoso
discorso in quegli anni affermò che “Il germe del totalitarismo è alimentato dalla
sofferenza e dalla miseria. Si diffonde e cresce nel cattivo terreno della
povertà e della discordia. Raggiunge la piena crescita quando nel popolo la
speranza di una vita migliore è morta. Noi dobbiano tenere in vita quella
speranza”.
I
principi esposti dal segretario di stato americano avevano trovato una prima
attuazione negli accordi di Bretton Woods del 1944 e nel General agreement on tariffs and trade, più noto come GATT, del
1947. Due uomini avevano maggiormente contribuito alla realizzazione delle
istituzioni previste dai primi accordi di Bretton Woods, l’inglese John Keynes
e l’americano Harry White. I loro progetti presentavano alcune divergenze,
quello americano prevedeva la concessione di crediti da parte dell’organismo
internazionale, mentre quello britannico prevedeva solo un sistema di
compensazione multilaterale di debiti e crediti dei diversi soggetti economici.
La finalità comunque era la medesima, evitare l’instabilità valutaria
internazionale che tanti danni aveva prodotto nel periodo fra le due guerre,
espandere i mercati, senza alterare il sistema economico fondato sul libero scambio.
Secondo alcuni critici gli Accordi di Bretton Woods segnarono il passaggio
dalla supremazia del capitalismo britannico a quello statunitense, in realtà
l’alta finanza americana espresse molte riserve su tali accordi.
Nella
conferenza tenuta dagli oltre quaranta paesi impegnati nella guerra all'Asse
nel ’44 si stabilirono una serie di principi per arrivare ad un sistema di
stabilizzazione monetaria mondiale, provvedere alle esigenze della
ricostruzione nei paesi investiti dalla guerra, e favorire più in generale i
paesi meno fortunati. In particolare gli accordi prevedevano un sistema di
cambi fissi - modificabili solo a seguito di squilibri gravi e permanenti delle
bilance dei pagamenti - incentrato sul dollaro, di cui il governo americano si
impegnava per la sua convertibilità in oro. Il nuovo sistema monetario
prevedeva la multilateralizzazione dei saldi valutari, e la nascita del
cosiddetto gold exchange standard
diverso dal gold standard che aveva
operato fino al 1931. Gli accordi sottoscritti in quella sede prevedavano
inoltre la nascita del Fondo Monetario
Internazionale per sopperire alle carenze temporanee di valuta di singoli
stati, e la creazione di una Banca
Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, finalizzata a finanziare
le nazioni danneggiate dalla guerra, e successivamente i paesi in via di
sviluppo. Nell'FMI ciascuna nazione provvedeva ad un versamento proporzionale
al suo reddito in oro e valuta nazionale, e poteva ottenere prestiti a basso
interesse sottoponendo il programma di risanamento agli organi dell'ente,
mentre la BIRS, direttamente o attraverso le società affiliate, accordava
prestiti agevolati a favore delle nazioni più povere per progetti di sviluppo
di vario tipo.
Queste
istituzioni non diedero comunque immediatamente risultati apprezzabili in
quanto negli anni del dopoguerra tutte le nazioni europee presentavano gli
stessi problemi, ed in particolare avevano tutte necessità di dollari rendendo
impossibile quel meccanismo di compensazione fra i diversi soggetti dell'FMI
previsto dagli accordi. La crisi valutaria ebbe vaste conseguenze: Il franco
venne svalutato più volte, il marco era considerato quasi privo di valore,
l'inflazione ovunque corrodeva il potere d'acquisto delle monete europee.
Nell'estate del '47 venne quindi deciso dal governo americano un grande piano
di aiuti economici e di crediti coordinati per l'Europa. Il segretario di stato
americano George Marshall illustrando il programma, ricordava che la difficile
situazione europea era dovuta alle devastazioni di sei anni di guerra, ma che “La
distruzione visibile era probabilmente meno seria dello sconvolgimento
dell’intero sistema dell’economia” e che “In molti paesi la fiducia nella
moneta locale è stata fortemente scossa... e le esigenze europee di generi
alimentari esteri e di altri prodotti indispensabili per i prossimi tre o
quattro anni - soprattutto dall’America - sono tanto più grandi dell’attuale possibilità
dell’Europa di pagare, da aver bisogno di un sostanziale aiuto straordinario”. Le finalità dell’intervento americano
erano esplicite: “La nostra politica non è rivolta contro un paese o una dottrina, ma
contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Suo obbiettivo deve
essere la rinascita di un’economia attiva nel mondo, così da permettere il
sorgere di condizioni politiche, sociali ed economiche nelle quali le libere
istituzioni possano vivere... un governo che cercherà di bloccare la ricostruzione
di altri paesi non potrà attendersi aiuto da parte nostra. Inoltre, i governi,
i partiti politici, o i gruppi che cercano di perpetuare la miseria umana per
profittarne politicamente o in altro modo, incontreranno l’opposizione degli
Stati Uniti. E’ evidente che, prima che il governo degli Stati Uniti possa
procedere ulteriormente nel suo sforzo inteso ad alleviare la situazione e a
contribuire ad avviare la ricostruzione europea, vi deve essere un certo
accordo tra i paesi d’Europa”.
Il programma economico, che passò
alla storia come Piano Marshall, prevedeva la concessione di aiuti a titolo
gratuito e di prestiti a lunga scadenza con i quali i governi europei potevano
acquistare derrate alimentari e prodotti industriali americani utili per rimettere
in funzione le aziende europee. Diversamente dagli accordi economici del
passato, il piano di aiuti era multilaterale e prevedeva la creazione di un
organismo di coordinamento fra i paesi beneficiari. Il programma americano nato
per risolvere un problema contingente, favorì quindi lo sviluppo della
cooperazione fra paesi europei; le nazioni del vechio continente diedero vita
all'Organizzazione europea per la
cooperazione economica, e successivamente all'Unione Europea Pagamenti, per la compensazione multilaterale nei
pagamenti in valuta fra i paesi membri, che furono all'origine delle attuali
istituzioni europee. I paesi europei risposero bene alla terapia del Piano
Marshall, e ben prima della sua conclusione nel ’52, diedero segni di rinnovata
vitalità. Gli effetti politici dell'intervento americano si dimostrarono
importanti, e si deve probabilmente al miglioranmento delle condizioni di vita
consentito dagli aiuti, se paesi come la Francia e l’Italia hanno potuto
evitare la totale degenerazione della vita politica. Per Dulles con gli aiuti "La
speranza è rinata e non esiste più quella vasta area di umana desolazione che
sembrava offrire al Comunismo sovietico l'opportunità di sferrare un «colpo
decisivo»". Abbastanza importante è anche notare che il Piano
Marshall, diversamente da altre iniziative precedenti, offriva la massima
pubblicità ai suoi progetti e ai suoi risultati.
Di
poco posteriore alla realizzazione del Piano Marshall fu la creazione di un
organismo internazionale per il commercio, il General agreement on tariffs and trade, meglio noto come GATT.
L'organismo aveva come finalità la riduzione bilanciata e multilaterale delle
tariffe e delle barriere doganali per consentire un maggiore scambio in tutti i
campi, e la eliminazione di fatto della "clausola sulla nazione più
favorita" che aveva portato nel passato a gravi contrasti internazionali.
Sebbene i lavori di tale istituzione si rivelassero lenti e non portarono ad
una completa liberalizzazione del commercio come auspicato dagli americani,
ebbe importanti effetti positivi. Lo sviluppo del commercio che era rimasto
notevolmente ridotto negli anni fra le due guerre conobbe negli anni Cinquanta
un grandissimo impulso, superiore alla crescita stessa della produzione
mondiale.
Accanto
allo spirito di collaborazione internazionale si sviluppò una tendenza alla
cooperazione all'interno delle nazioni europee. L'idea di un accordo fra le
nazioni europee era stata già lanciata nel 1930 dal ministro francese Aristide
Briand. Tale proposta venne alla luce in un periodo in cui il nostro continente
entrava in una crisi economica e politica gravissima, non ebbe pertanto seguito,
e decadde in breve tempo. Iniziative diverse in questa materia vennero espresse
dai movimenti della Resistenza nei paesi dell'Europa occidentale, ma il grande
rilancio dell'idea europeista si ebbe nell'estate del '46 ad opera di
Churchill. Il grande statista britannico in un suo discorso tenuto
all'università di Zurigo affermò che occorreva "Ricreare la famiglia
europea, o quel tanto di essa che ci è possibile, e di darle una struttura sotto cui possiamo vivere liberi e sicuri.
Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d'Europa. In questa maniera
soltanto, centinaia di milioni di lavoratori potranno riacquistare le semplici
gioie e le speranze che rendono la vita degna di essere vissuta".
Nello stesso periodo Jean Monnet, il grande artefice della integrazione
europea, scriveva: “Non ci sarà pace in Europa se gli Stati si ricostruiranno su una base
di sovranità nazionale, con tutte le conseguenze di politica di prestigio e di
protezione economica che ne derivano. Se i paesi d’Europa si proteggeranno di
nuovo gli uni contro gli altri, si renderà di nuovo necessaria la costituzione
di enormi eserciti. Certi paesi, in base al futuro trattato di pace, lo
potranno fare; ad altri sarà vietato. Abbiamo già sperimentato questa
discriminazione nel 1919 e ne conosciamo le conseguenze. Si concluderanno
alleanze intereuropee: ne conosciamo il valore. Le riforme sociali saranno
vistate o ritardate a causa del peso dei budget militari. Una volta di più si
creerà l’Europa nella paura. I paesi d’Europa sono troppo piccoli per garantire
ai loro popoli quella prosperità che le condizioni rendono possibile e di
conseguenza necessaria. hanno bisogno di mercati più vasti… Questa prosperità e
gli indispensabili sviluppi sociali presuppongono che gli Stati d’Europa si
costituiscano in federazione o in una entità europea”.