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Gesù Cristo: Mito o Realtà?
i risultati di due secoli di dispute su uno dei personaggi più
affascinanti e misteriosi della Storia
di Simone Valtorta
Gesù
Cristo è certamente una delle figure più affascinanti della Storia: è quella su
cui si è scritto di più e, per una sorta di curioso contrappasso, quella su cui
(storicamente parlando) si sa di meno. Negli ultimi due secoli, con lo sviluppo
della critica storica, ci si è cominciato a chiedere se davvero sia vissuto nel
I secolo della nostra era un uomo di nome Gesù, detto il Cristo, o se esso non
sia piuttosto il frutto delle sofferenze, delle fantasie e delle speranze
dell'uomo. Mentre nessuno ha mai messo in dubbio l'esistenza storica dei
fondatori delle altre grandi religioni o filosofie (quali sono stati Isaia,
Buddha, Aristotele, Maometto...), la figura di Gesù è stata sottoposta ad una
vera e propria indagine volta, a seconda degli studiosi, a negare od affermare
la veridicità della sua esistenza. Non sarà perciò inutile, ora che questo nodo
- più intricato di quello di Gordio - è stato sciolto, valutarne i risultati.
In un contesto di aspra
polemica con la Chiesa di Roma, si diffonde (già nel XVIII secolo) la
cosiddetta «teoria mitica» dell'origine del Cristianesimo: in Giudea, terra
oppressa dai Romani e in attesa di un Messia che la liberi dall'oppressione,
nel I secolo cominciano a circolare delle sentenze, delle massime, delle
parabole. Col passar del tempo, queste vengono attribuite ad un unico
personaggio, inesistente ma dal nome comune, Gesù, di cui si inventano anche
fatti della vita. Alcuni di questi racconti sono messi per iscritto e formano i
quattro Vangeli (canonici), appunto raccolte di fatti e sentenze, in seguito
ampiamente rimaneggiati; altro materiale, più fantasioso, confluisce nei
Vangeli apocrifi, che ci sono pervenuti solo in parte. Secondo questa teoria,
Gesù non sarebbe mai esistito: si tratterebbe di un mito (come quelli di
Krishna, Osiride, Attis, Adone, Dioniso e Mitra) creato in una ristretta cerchia
di persone e in seguito, in buona fede o a fin di bene, trasformato in
avvenimenti reali. Si cerca allora di interpretare i passi evangelici come
semplici simboli di verità etico-religiose: l'Incarnazione rappresenta la
divinizzazione dell'uomo, l'acqua trasformata in vino alle nozze di Cana
raffigura la nuova vita dopo il matrimonio, l'Ultima Cena rimanda a riti
iniziatici orientali in cui ci si ciba magicamente delle carni di Dio, la
Resurrezione è la rinascita dell'uomo alla verità.
Ma su quali fonti si
basa la nostra conoscenza di Gesù?
Le principali fonti su
Gesù sono tutte di matrice cristiana:
1) i quattro Vangeli:
sono opere essenziali, brevi, per nulla paragonabili ai poderosi volumina che
ci hanno tramandato gli storici dell'antichità, e i soli sopravvissuti fra i
molti che hanno circolato tra i Cristiani nei primi due secoli. La parola
«Vangelo» richiama la mancia che si dava a chi portava una buona notizia, e da
qui è passato ad indicare la stessa buona notizia («lieta novella»); secondo
alcuni studiosi non sono libri creati dagli autori di cui portano il nome, ma
catechesi predicate per lungo tempo e affidate infine alla scrittura - si
tratta, comunque, di testimonianze collettive dell'intero gruppo degli
Apostoli. Il Vangelo di Matteo è stato scritto in aramaico, gli altri in greco,
vera lingua comune nella parte orientale dell'Impero Romano. Non sono certo
modelli di correttezza grammaticale o di rifinitura letteraria, tuttavia
l'immediatezza e l'efficacia del loro stile, la vivace potenza delle loro
analogie e delle loro rappresentazioni, la profondità dei sentimenti e
l'interesse acuto per la storia che narrano dà loro un fascino incomparabile.
Ogni Vangelo ha proprie particolarità, presenta elementi differenti dagli
altri, vi è discordanza nei particolari anche se, nel complesso, la vicenda e
l'insegnamento sono gli stessi. Nonostante manchi una cronologia esplicita
(solo in Luca vi è il riferimento al 15° anno dell'Impero di Tiberio,
corrispondente al 27 dopo Cristo), vi sono precisi riferimenti a personaggi
storici ben noti;
2) gli Atti degli
Apostoli: è la narrazione semplice e chiara, disposta in ordine cronologico,
degli inizi della Chiesa. La narrazione, scritta da Luca, si interrompe prima
della persecuzione di Nerone dell'anno 64, che non viene citata. Sebbene non si
parli della vita di Gesù, la sua esistenza fisica è presupposta chiaramente;
3) le Epistole: sono
lettere scritte da vari Apostoli, in maggioranza da San Paolo. Anche in esse si
presuppone l'esistenza fisica di Gesù. Nessuno ha mai messo in dubbio
l'esistenza di San Paolo né i suoi ripetuti incontri con Pietro, Giacomo e
Giovanni: e San Paolo ammette non senza un po' di invidia che quegli uomini
hanno conosciuto il Cristo in persona;
4) i Vangeli apocrifi:
sono narrazioni di Gesù stese non per tramandare delle verità di fede ma per
rispondere a delle domande, a delle «curiosità» dei primi fedeli. Sono
immediatamente distinguibili dai Vangeli canonici perché assai fantasiosi,
ricchi di particolari e di riferimenti suggestivi. Non hanno nessun valore
storico ed ancor meno valore teologico, anche se molti particolari sono entrati
a far parte della tradizione cristiana: per esempio, tramandano i nomi dei
genitori della Vergine Maria, Gioacchino ed Anna; parlano della presentazione
di Maria al Tempio; citano il bue nella grotta di Betlemme; precisano che i
Magi sono tre, che sono Re e che si chiamano - secondo la tradizione più
diffusa - Gasparre, Melchiorre e Baldassarre; narrano l'episodio del velo della
Veronica, e via dicendo.
Ci sono poi numerose
fonti non cristiane:
1) le «Antichità
giudaiche» di Giuseppe Flavio, storico ebreo filo romano. Nella sua opera
appare un passo che parla direttamente di Gesù (ma è chiaramente interpolato)
ed altri due che gli fanno riferimento indiretto;
2) il Talmud, che ha dei
riferimenti a Gesù, ma sono in genere troppo tardi nel tempo per essere qualche
cosa di più di echi del pensiero cristiano;
3) citazioni degli
storici romani: le più importanti sono quelle di Plinio, Svetonio e soprattutto
Tacito.
Che cosa appare da tutti questi dati?
La «teoria mitica»
presuppone che gli scritti cristiani si siano formati in modo analogo ai poemi
omerici o alla «Canzone di Orlando»: ma per un processo del genere bisogna che
trascorrano numerose generazioni, in modo che i fatti, tramandati oralmente,
non siano più controllabili in modo diretto. Vi sono molti dati interni ai
Vangeli che ci permettono di collocarne la redazione tra gli anni 52 e 62 per i
sinottici (Matteo, Marco e Luca), che ignorano la distruzione del Tempio di
Gerusalemme nell'anno 70 dopo Cristo (per un Ebreo, è equivalente alla fine del
mondo); Giovanni, che scrive probabilmente tra il 90 e il 100, mostra che quei
luoghi non esistono più in seguito alla devastazione della repressione romana.
La redazione degli Atti, come già ricordato, deve essere stata terminata
intorno al 63, mentre la datazione delle Epistole si pone tra il 50 e il 100.
In pratica, tutte le fonti cristiane sono collocabili nella seconda metà del I
secolo. Sebbene le date siano solo una congettura e possano essere spostate di
qualche decennio (al massimo), manca comunque il tempo per la formazione di una
leggenda come accade per la «Canzone di Orlando» (scritta oltre 300 anni dopo
gli eventi narrati). Vi sono inoltre precisi riscontri archeologici che
confermano questa datazione:
1) il frammento Rynalds,
un papiro trovato in Egitto e databile con certezza al 125 dopo Cristo, che
contiene un breve frammento del Vangelo secondo Giovanni;
2) i papiri di Qumran,
appartenuti ad una comunità ebraica prima della distruzione di Gerusalemme (70
dopo Cristo). In un frammento in greco sono stati identificati alcuni versetti
del Vangelo secondo Marco.
Un altro elemento a
favore della storicità dei testi cristiani è la cornice storica e geografica:
una caratteristica peculiare delle narrazioni mitiche è che tempi, luoghi e
personaggi assumono aspetti irreali. Ma nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli
vengono citati località, fatti, personaggi, usanze riconosciuti storicamente
esatti dai più moderni studi archeologici. Per esempio, vengono ricordati i
tempi indicando i nomi dei magistrati, com'era d'uso; il governatore romano,
che in genere risiede a Cesarea, si trova con l'esercito a Gerusalemme per la
Pasqua; quando Gesù prende una moneta su cui vi sia l'effige di Cesare non
prende una moneta qualsiasi ma proprio un denario, l'unica moneta circolante in
Palestina con immagini. Il viaggio per mare di San Paolo è descritto tanto bene
negli Atti degli Apostoli, che sembra di trovarsi di fronte ad un trattato di
navigazione degli antichi; si afferma che i magistrati che presiedono ai giochi
ad Efeso sono denominati «asiarchi», che sotto il procuratore Felice il tribuno
della coorte di Gerusalemme si chiama Claudio Lisa: solo negli ultimi anni l'archeologia
ha confermato queste notizie. Da tutto ciò risulta evidente che chi scrive
conosce perfettamente, e per esperienza diretta, il mondo che descrive.
La leggenda è
sovrabbondante, ricca di particolari, i personaggi sono disegnati a tinte forti
ed esaltati come modelli perfetti: nella «Canzone di Orlando» Carlo Magno è già
un Imperatore bicentenario, i pochi montanari baschi diventano uno sterminato
esercito saraceno, la modesta retroguardia franca rappresenta il fior fiore
dell'esercito, i paladini sono cavalieri senza macchia e senza paura.
Nessuno di questi
caratteri è presente nei Vangeli canonici e negli Atti degli Apostoli. Gli
Evangelisti ricordano molti fatti che persone che inventano di sana pianta
avrebbero taciuto: per esempio, la gara fra gli Apostoli per i primi posti nel
Regno, la loro fuga dopo l'arresto di Gesù, il rinnegamento di Pietro, la
mancanza di miracoli di Gesù in Galilea, gli accenni di alcuni testimoni alla
possibilità che Egli fosse un folle, i suoi momenti di amarezza, il suo grido
disperato sulla croce; chiunque legga questi passi non può dubitare della
concretezza della figura cui essi si riferiscono. Inoltre, il fatto che i
Vangeli siano quattro e non uno solo (come l'«Iliade» o l'«Odissea») esclude
che siano un'unione di scritti vaganti: chi si incarica di mettere per iscritto
e ordinare leggende tramandate oralmente, ne dà un'unica redazione. I Vangeli,
poi, pur presentando gli stessi eventi, si contraddicono continuamente nei
particolari: le genealogie non corrispondono, le circostanze degli avvenimenti
sono sempre un po' diverse; è quel che accadrebbe se si chiedesse a più persone
di raccontare uno stesso fatto. Probabilmente le conversazioni e i discorsi
riferiti nei Vangeli sono andati soggetti alle debolezze di memoria o agli
errori di gente illetterata. Il fatto che siano stati accettati tutti e quattro
mostra che erano davvero considerati - e lo sono tutt'ora dai Cristiani -
ispirati da Dio: in effetti, le vere e proprie contraddizioni riguardano
solamente i particolari, non la sostanza. Ogni Vangelo corrisponde poi ad una
diversa personalità: Matteo, che si rivolge agli Ebrei, si affanna a trovare le
profezie per ogni fatto accaduto; Marco è il più popolare e il suo Vangelo è
basato sia su una raccolta («Logia») dei detti di Cristo, sia sulle
testimonianze degli Apostoli o dei loro immediati discepoli; Luca è un uomo
colto, si rivolge ai pagani e scrive secondo i canoni del tempo; Giovanni è
quello che più degli altri mostra un interesse di inquadramento filosofico, il
suo scopo è quello di presentarci il Cristo come il divino Logos o Parola,
Creatore del mondo e Redentore dell'umanità. Quanto detto finora porta a
ritenere che i Vangeli appartengano al genere delle «memorie», proprie o
raccolte da altri: possono essere imperfette, possono aver interpretato gli
eventi in modo dubbio, ma certo parlano di fatti concreti, reali.
È inoltre interessante gettare uno sguardo alle fonti non cristiane. Abbiamo
già accennato al passo delle «Antichità giudaiche» di Giuseppe Flavio; purgato
dei rimaneggiamenti cristiani posteriori, dovrebbe suonare più o meno così: «Ci
fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, autore di opere nuove, maestro di
uomini che accolgono con piacere le nuove dottrine, ed attirò a sé molti
Giudei, ed anche molti Greci. E quando Pilato, per denunzia degli uomini
notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo
avevano amato. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui,
sono chiamati Cristiani» («Antichità giudaiche», XVIII, 63-64). Il testo di
Giuseppe Flavio è ricordato, con qualche discordanza, anche dal Vescovo
Agapito, di Ierapoli in Asia Minore, che scrive nel X secolo: «Similmente dice
Giuseppe l'Ebreo, poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo
dei Giudei: "Ci fu verso quel tempo un uomo saggio che era chiamato Gesù,
che dimostrava una buona condotta di vita ed era considerato dotto, e aveva
come allievi molta gente dei Giudei e degli altri popoli. Pilato lo condannò
alla crocifissione e alla morte, ma coloro che erano stati suoi discepoli non
rinunciarono alla sua dottrina e raccontarono che Egli era loro apparso tre
giorni dopo la crocifissione ed era vivo, ed era probabilmente il Cristo del
quale i profeti hanno detto meraviglie». Giuseppe Flavio accenna anche a
Giovanni il Battista: «Ad alcuni dei Giudei parve che l'esercito di Erode fosse
stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l'uccisione di
Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo
che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra
di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti
sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi
peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente
l'anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si
aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell'ascoltare
i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la
gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare
qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne
sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l'iniziativa per primo, piuttosto
che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per
questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di
Macheronte, e colà fu ucciso» («Antichità giudaiche», XVIII, 116-119). Altri
personaggi citati dagli scritti cristiani vengono ricordati da Giuseppe Flavio,
di cui il più importante è forse Giacomo detto «il Minore» di cui si parla
negli Atti degli Apostoli: «Anano. convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse
il fratello [in realtà: il primo cugino; la parola «fratello» nei Vangeli va
sempre tradotta come «parente stretto»] di Gesù, detto il Cristo, di nome
Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e
condannandoli alla lapidazione» («Antichità giudaiche», XX, 200).
Nel Talmud babilonese si
trova un passo che potrebbe essere un residuo di tradizione arcaica parallela a
quella evangelica sulle accuse, il processo e l'esecuzione di Gesù: «Alla
vigilia (del sabbat) del Passah, hanno impiccato Jeshû (ha-nôzrî); un araldo
per quaranta giorni andò girando davanti a lui: "Egli (Jeshû ha-nôzrî)
viene condotto per essere lapidato perché ha praticato la magia e ha indotto
(all'idolatria) e fatto deviare Israele. Chiunque conosca qualche cosa a sua
discolpa venga e dia testimonianza per lui". Ma non si trovò per lui
nessuna testimonianza a favore e lo si appese alla vigilia (del sabbat) del
Passah». E poi: «E disse Ulla: "Credi tu che quello (Jeshû ha-nôzrî) fosse
stato uno per il quale si poteva aspettare una testimonianza a favore? Egli era
in ogni caso un istigatore all'idolatria e il misericordioso ha detto: "Tu
non devi avere nessuna misericordia e non devi ricoprire la sua colpa"
(Deuteronomio 13,9). La faccenda di Jeshû era diversa perché egli era vicino al
regno». Si ritiene generalmente che il passo non si riferisca al Cristo ma ad
un altro Gesù, vissuto verso il 100 avanti Cristo. Sono comunque interessanti
le coincidenze con il Vangelo di Giovanni (circostanza della morte: alla
vigilia del sabbat di Pasqua) e con i sinottici (accusa di praticare la magia).
Altre fonti non
cristiane risalgono al principio del II secolo e sono opera di scrittori
romani. Sono probabilmente una piccola parte di un gruppo più vasto di cui
facevano forse parte anche gli atti del processo di Pilato contro Gesù. Esaminiamo
brevemente le principali.
Svetonio scrive:
«[l'Imperatore Claudio] scacciò da Roma i Giudei che, istigati da Cristo, erano
continuamente in lotta...» («Claudius», XXV, 4); si precisa che i Cristiani
prendono il nome da Cristo, che sono già numerosi e mal visti ai tempi di
Claudio e che vengono considerati Giudei. Il passo concorda con gli Atti degli
Apostoli che menzionano un decreto di Claudio per cui «gli Ebrei dovettero
lasciare Roma» (Atti degli Apostoli, 18, 2).
Plinio racconta che i
Cristiani «erano soliti riunirsi alle prime luci dell'alba, ed innalzare un
canto a Cristo, come se fosse un dio...» («Epistolae», 96). Anche in questo
caso i Cristiani vengono fatti risalire a Cristo, adorato come un Dio.
La testimonianza più
importante è però quella di Tacito: «Per tagliar corto alle pubbliche voci,
Nerone accusò di essere colpevoli [dell'incendio di Roma], e sottopose a
raffinatissime pene, coloro che il popolo chiamava Cristiani e che erano odiati
per i loro crimini. Quel nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio
era stato condannato al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato.
Momentaneamente sopita, questa malefica superstizione proruppe di nuovo non
solo in Giudea, luogo d'origine di quel flagello, ma anche in Roma dove tutto
ciò che è vergognoso e abominevole viene a confluire e attecchisce. Per primi
furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di tale credenza. Poi,
su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché
accusati di aver provocato l'incendio, ma perché erano pieni d'odio contro il
genere umano...» («Annales», XV, 44). Il passo è così tacitiano per lo stile,
l'efficacia e i pregiudizi che nessuno può pensare di metterne in dubbio
l'autenticità. Si documenta la prima persecuzione ad opera di Nerone, si fanno
risalire i Cristiani a Cristo e si cita la condanna a morte per ordine di
Ponzio Pilato.
In tutti e tre i casi il
riferimento a Cristo è chiaro e inequivocabile: ognuno degli autori è
assolutamente contrario ai Cristiani, accusati di odiare l'intero genere umano,
eppure non mostra il minimo dubbio nel credere all'esistenza di Gesù. Se Cristo
non fosse mai esistito, non sarebbe stato difficile dimostrarlo - gli storici
antichi non erano degli sciocchi - il silenzio su questo punto è la più
importante conferma dell'esistenza storica di Gesù Cristo.
Verso la metà del I
secolo, un pagano di nome Thallos (in un frammento conservatoci da Giulio
Africano) spiega che le tenebre che hanno accompagnato la morte di Cristo sono
solo un fenomeno naturale e accidentale («queste tenebre Thallos, nel suo terzo
libro delle storie, le chiama eclisse di sole, ma a mio parere senza ragione»);
anche in questo caso si dà per certa l'esistenza di Gesù. La negazione di
quest'esistenza non è mai stata formulata neppure dai più aspri oppositori,
Giudei o gentili, del Cristianesimo nascente.
Quanto detto finora
mostra come l'«ipotesi mitica» secondo la quale Gesù non sarebbe mai esistito
non può considerarsi storicamente fondata: che pochi uomini semplici possano
aver inventato - e diffuso - in una sola generazione una personalità così
possente e affascinante, un'etica così nobile e così ispirata ad umana
fratellanza, sarebbe un miracolo ancor più clamoroso di quelli ricordati nei
Vangeli. La storiografia si è ora orientata verso altre due ipotesi:
1) «ipotesi religiosa»:
veramente Gesù fu il Cristo, o comunque il Gesù della Fede;
2) «ipotesi critica»: Gesù fu solo un uomo che venne creduto il Cristo o per
dolo o in buona fede o per l'uno e l'altra insieme. L'«ipotesi critica» parte
dalla premessa che il Soprannaturale non esiste e quindi tutto ciò che è segno
del divino (i miracoli, la Resurrezione...) viene considerato impossibile e
pertanto puramente simbolico. Alcune «ipotesi critiche» su Gesù appaiono
suggestive (abbiamo un Gesù rivoluzionario, esseno, ellenizzante), altre sono
del tutto inconsistenti (un Gesù figlio di un soldato romano «ariano» di
passaggio, tale Panthera), altre ancora risultano totalmente fantasiose (un
Gesù alieno o giunto da un lontano futuro: i miracoli sarebbero effetti di una
scienza progredita, il suo insegnamento come espressione di una civiltà
superiore).
A questo punto, però, il
campo dello storico è chiuso: credere o non credere che Cristo sia il Figlio di
Dio non è più una questione storica - è, come si dice, una questione di Fede!