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La ghigliottina
lo strumento di morte venne inventato nel periodo
della Rivoluzione Francese, e trovò ampia attuazione negli anni del Terrore
Per chi non
conoscesse questo strumento di morte, basta descriverlo come una lama di
metallo che viene fatta cadere da una determinata altezza sul collo del
condannato, comportandone la fulminea decapitazione.
Il suo” inventore”, un dottore di nome Joseph Ignace
Guillotin (nato a Saintes il 28 maggio 1738) non sembra proprio lui l’ideatore
ma colui che propose solo all’Assemblea di adottare un metodo meno barbaro per
i condannati a morte e forse contribuì solo perfezionare questo strumento di
morte istantaneo quasi indolore.
Prima
si usava varie tecniche: i nobili dovevano appoggiare il capo su un ceppo e il
boia con una scure la decapitava, ma non sempre al primo colpo. Per i plebei
c’era invece la forca. Il rogo veniva usato per i nemici della chiesa. In uso
in particolari circostanze la ancora più barbara ruota con i condannati che
morivano fra strazianti grida mentre gambe e braccia si spezzavano. Infine
c’era lo spettacolare squartamento che era riservato ai reicidi o agli stessi
attentatori del re o dei suoi successori. Si legavano gli arti del condannato a
quattro cavalli e si spronavano a farli galoppare in quattro direzioni diverse
e il condannato veniva squartato in quattro pezzi in una scena rivoltante.
Tuttavia
e con tanta sua amarezza, rimase a Guillotin la fama dell’invenzione, mentre
questo dottore fu un laborioso organizzatore della professione medica a Parigi;
membro di commissioni scientifiche, fu anche uno dei primi ad adottare il
metodo della vaccinazione preventiva. Morì a Parigi il 26 marzo 1814.
La
proposta che forse fece Guillotin fu quella di trasformare le esecuzioni non in
uno spettacolo pubblico incivile ma in qualcosa di più privato per la vittima.
Purtroppo divenne un “pubblico spettacolo” che affascinava la plebe.
Da
qualcuno questo arnese era già stato inventato, anche se non ancora utilizzato
e questo congegno Guillotin decise di adottare.
Luigi XVI
in persona che si dilettava spesso a passare il tempo nelle officine e nelle
falegnamerie, incontrandolo consigliò il dottore di apportare una modifica alla
lama: propose che questa fosse obliqua e non perpendicolare al terreno; ed
infatti fu in questa versione aggiornata che la ghigliottina tagliò la testa
del Sovrano il 21 gennaio 1793.
Il battesimo
della ghigliottina fu tenuto nell’aprile del 1792 per decapitare Nicolas
Jacques Pelletier. I critici dissero che la ghigliottina meccanizzava e
disumanizzava la morte; alla fine il Dottore raggiunse ben pochi dei suoi scopi
e amareggiato, passò inutilmente una gran parte della sua vita nel negare la
paternità di questo strumento di morte chiamato con il suo nome, mentre dopo il
successo del falegname tedesco Schmidt, che realmente costruì l’attrezzo, passò
gran tempo per cercare di riscuotere i diritti della sua invenzione. Comunque i
due, insieme, avevano sperimentato il prototipo nella Cour de Rohan, uno dei
quartieri parigini più frequentato dai turisti; le prime vittime furono alcune
pecore, in seguito si passò ai cadaveri umani e poi ai malcapitati vivi.
Le
vittime fatte inginocchiare davanti al marchingegno, nell’apposito incavo
posavano il collo, questo veniva bloccato da una centina con una scanalatura e
dentro questa da un’altra scanalatura posta ai lati scorreva e piombava
dall’alto, in un istante, l’affilata lama che decapitava il condannato.
Un’apposita cesta raccoglieva la testa. Quando le esecuzioni erano fatte in
serie, la cesta era sempre quella e di teste ne raccoglieva più di una. Con una
rapidità impressionante si arrivò anche a 13 in mezz’ora.
Ma la
procedura richiedeva questa velocità proprio per evitare al condannato delle
sofferenze; tutto doveva avvenire nell’arco di due minuti. E questa era la
“professionalità”.
La
procedura che avveniva in parte nel carcere e quando saliva i gradini del
patibolo era la seguente: dopo la sentenza, spogliazione della persona, esclusi
pantaloni e camicia; legatura dei polsi dietro la schiena; taglio dei capelli
per coloro che li hanno lunghi; taglio del colletto della camicia; caricamento
sulla carretta e percorso verso il patibolo in mezzo alla folla urlante e
sghignazzante: giunto a destinazione il condannato viene rapidamente issato sul
palco e legato, pancia in giù, sulla slitta; il capo viene immobilizzato con un
traversino appositamente sagomato e scanalato; il boia rilascia la mannaia ed
esibisce la testa mozzata al pubblico, reggendola per i capelli. Nel caso il
giustiziato sia calvo, la testa deve essere esibita reggendola a due mani per
le orecchie. Le teste finiscono dentro una capiente cesta e i corpi finiscono
in una carretta, che alla fine dello spettacolo li porta la cimitero dentro una
fossa comune.
L’uomo
che eseguiva le “alte opere della giustizia”, soprannominato il “boia di
Parigi”, era Charles Henry Sanson, già aiutante del vecchio carnefice ai tempi
del dispotismo di Luigi XV, quando si usava squartare le vittime. Infatti
Sanson aiutò il suo “maestro” a fare scempio di Damiens, l’attentatore del re.
Poi con la nuova tecnica non si fermò più.
Il suo
“lavoro” (e fu Luigi XVI ad affidargli l’appalto) divenne intenso, quotidiano,
facendosi aiutare dai figli e non più isolato o davanti agli addetti, ma si
trasformò in uno spettacolo che veniva offerto ad un numeroso pubblico in
quella piazza che poi prese il nome ”Della Rivoluzione” (ma più volte la
ghigliottina fu spostata in altre piazze.)
Una delle
ultime vittime di Sanson fu proprio Luigi XVI, ma avvenne in un modo che, pur
con la tempra di boia, lo sconvolse. Luigi Capeto con una regale fierezza e con
inaspettata freddezza si attenne a tutto il lugubre cerimoniale che precedeva
l’esecuzione.
E non
solo Sanson ma anche i nemici che su quel palco lo avevano mandato a morire, si
chiesero dove era quel Monarca codardo e mediocre che alcuni diffamavano?
Inoltre la morte di Luigi davanti agli occhi di Sanson fu atroce. Preso
dall’emozione di uccidere un unto di Dio, Sanson aveva posizionato male il
condannato e la lama cadde ma non recise completamente il collo del re, che
morì con la testa ancora mezza attaccata al corpo lanciando grida atroci di
dolore.
Anche per
la morte di Maria Antonietta si racconta un aneddoto: salita sul palco,
piuttosto confusa, e altrettanto Sanson, la regina con un piede
inavvertitamente gli calpestò il suo, affrettandosi però a dire “pardon”.
Sembra che questa sia stata la sua ultima parola pronunciata.
Charles Henry Sanson era nato nel 1739 da una lontana
famiglia di origine fiorentina, giunta in Francia nella seconda metà del 1500.
Charles era subentrato al padre Jean-Baptiste nel 1778 e manterrà la carica
sino al 30 agosto del 1795, quando a sua volta lasciò il ”mestiere” al figlio
Henry.
Dunque
una dinastia di boia, nonno, padre e figlio, esecutori capitali. Con Sanson il
primo ad usare la ghigliottina e l’unico ad usarla sopra il collo di un re e di
una regina.
L’anno
dei grandi guadagni fu, ovviamente, quello del 1793-1794, e dato il ritmo delle
esecuzioni e le varie indennità speciali elargite dallo Stato per il
“superlavoro”, permise alla famiglia di accumulare un cospicuo patrimonio,
sembra poi lasciato al clero; una somma per far celebrare delle messe in
suffragio a Luigi XVI il 21 gennaio di ogni anno. Ma questo non è dimostrato.
Prima di morire, Sanson scriverà le sue memorie; secondo il suo calcolo le
vittime della ghigliottina in Francia furono 14.000. Charles Sanson, con
l’aiuto dei suoi figli aiutanti, sembra che ne abbia giustiziato, solo lui,
2.800.
Nei famosi giorni (28-31 luglio) quando
furono decapitati Robespierre e seguaci, si racconta anche (ma non è certo) che
il boia Sanson ed i suoi figli, in questo periodo, abbiano battuto il record,
poco invidiabile, di 12 esecuzioni in 13 minuti. Comunque in tre giorni
finirono sotto la lama 1306 persone. Altro aneddoto della famiglia Sanson: un
giorno, uno dei suoi figli, mentre esibiva al pubblico la testa dell’ennesimo
giustiziato, inciampò, cadde all’indietro dal palco della ghigliottina
(piuttosto alto) e morì sul colpo. Quel giorno i parigini videro il loro boia
Sanson piangere. Ma alla fine il Sanson padre morì nel suo letto, pur avendo
tagliato teste in una e nell’altra fazione. Alla rivolta di Lione i suoi
colleghi non furono così fortunati. Assieme ai 1.700 ribelli, salirono sul
patibolo anche il carnefice e il suo aiutante che prima aveva offerto i suoi
“servizi” ai suoi sfortunati compagni di sventura.
Le
decapitazioni non furono solo un affare per Sanson. Antoine Quentin Fouquier
detto Fouquier-Tinville, nato a Herouel nel 1746 era il Pubblico Accusatore del
Tribunale Rivoluzionario e fino allo scoppio della rivoluzione non aveva mestiere
e aveva fatto la fame.
Una volta
salito sullo scranno della “giustizia” con questa nuova funzione (e con una giuria asservita ai suoi voleri)
le teste mozzate per lui divennero anche una sorta di “impresa”; si improvvisò
cottimista della morte. Non solo, sollecitato da Robespierre la rapidità dei
suoi processi ai malcapitati duravano meno di dieci minuti, ma organizzò così
bene questa “catena di montaggio della morte” che già al mattino si accordava
con gli addetti quante carrette occorrevano per mandare al patibolo i
condannati e per portare i cadaveri al cimitero. Tenne perfino una contabilità,
e dal marzo 1793 all’aprile del 1794 la ”mercanzia” fu di 3.000 persone.
Nell’ultimo mese del suo lavoro il suo “cottimo” raggiunse le 354 condanne, 13
al giorno. Poi toccò a Robespierre il suo “datore di lavoro”, dopo di che anche
lui venne arrestato. Il suo processo non avvenne in dieci minuti, ma durò
diversi giorni e si difese con grinta fino all’ultimo, ma non gli servirà a
nulla. Il 7 maggio salì anche lui sulla ghigliottina e andò a raggiungere tutti
quelli che vi aveva mandato.
Non tutti
erano d’accordo che lo strumento provocava la morte istantanea ed indolore. Di
dispute ce ne furono molte e piuttosto accanite e su vari temi, quello morale
ma anche su quello scientifico e filosofico.
Alcuni
medici sostenevano che, malgrado la decapitazione, il cervello, abbondantemente
irrorato di sangue per l’intensa emozione, continui ancora a vivere ed a
pensare per qualche minuto; alcuni sostenevano per 2-3 minuti, altri sino a 15.
Il
problema morale e filosofico che molti si ponevano era questo: a che cosa pensa
una testa mozzata che “sa di essere già morta?” Quali orrendi pensieri agitano
quella mente nei pochi minuti che ancora
resta cosciente dopo il rapidissimo taglio? Angoscia, terrore, disperazione,
rabbia oppure rassegnazione? Molti si chiedevano se, in quei momenti, sia
ancora valido il concetto cartesiano del “cogito ergo sum” (penso quindi sono,
ma sono senza un corpo).
In
effetti alcune teste quando cadevano per alcuni istanti gli occhi seguitavano a
roteare intorno con uno sguardo terrorizzante.
La
risposta, almeno quella fisiologica, venne poi nel 1936, quando il russo
Pavlov, riuscì a mozzare la testa di un cane e a trapiantarla efficacemente su un
altro cane. Ma sugli esseri umani una operazione simile non è mai stata
tentata, quindi nulla sappiamo sul pensiero cosciente. Ma
neuroscientificamente, in teoria, la testa di un soggetto seguita a vivere e
pensare come prima, pur usando un altro corpo. La morte cerebrale avviene dopo
2-3 minuti, ma se irrorato il cervello di sangue ossigenato artificialmente, lo
stesso dovrebbe conservare integre tutte le sue funzioni.