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Giarabub,
l'ultimo avamposto
Una
pagina di autentico eroismo, presto entrato nella leggenda
«Colonnello non voglio pane, voglio piombo pel mio
moschetto, ho la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà». Quanti
ragazzini delle scuole, balilla e piccole italiane cantavano con dolore questa
canzone e pensavano ai nostri soldati, laggiù, in un deserto infocato.
L’oasi di Giarabub si trova in Libia, quasi al confine
con l’Egitto, a centinaia di chilometri nell’interno e fu abitata dal 1856 da
una confraternita religiosa, la Senussia, che la bonificò e la trasformò in un
ridente giardino con migliaia di palme da dattero, culture di orzo, di grano,
di riso e le arricchì di parecchi edifici tra i quali moschee, conventi e la
tomba di Mohammed es-Senussi, il fondatore. Nel 1926, durante la riconquista
della Libia diretta dal generale Graziani, una colonia italiana occupò l’oasi e
vi costruì un fortino dove si stabilì una guarnigione a controllo di un sistema
di piste che portavano sia verso l’interno che verso il mare e dall’oasi si
diramava verso Nord una serie di posti fortificati a guardia del confine:
Ridotta Maddalena, Scegga, Sceferzen, Sidi Omar, Ridotta Capuzzo sino a
giungere al mare a Bardia. Compito della guarnigione, impedire l’ingresso di
contrabbandieri ed elementi ostili. Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10
giugno 1940, il presidio fu rinforzato con truppe nazionali e libiche dotate di
poca artiglieria leggera e di automezzi per formare colonne celeri, dato che
l’oasi aveva un’importanza strategica in quanto bloccava anche una pista che
passando per Gialo ed El-Agheila portava al Golfo della Sirte tagliando fuori
la Cirenaica.
Sin dai primi giorni di guerra reparti britannici del
Long Range Desert Group con le loro ottime camionette armate, cominciarono a
sondare le difese dell’oasi impegnando sporadici combattimenti con i difensori
ed effettuando qualche bombardamento aereo. Il presidio rimase ben presto
isolato e i rifornimenti aerei avvenivano saltuariamente ma, con l’arrivo di
reparti di Guardia alla Frontiera, con artiglierie leggere e medie, la
situazione si stabilizzò.
Il 10 dicembre 1940 scattò l’offensiva inglese e in breve
furono travolti il Raggruppamento Maletti, due Divisioni Libiche, altre
dell’esercito e delle Camicie Nere, il nemico dilagò in Cirenaica mettendo
fuori combattimento un’intera Armata che ebbe migliaia di morti, 130.000
prigionieri e perse ingenti quantità d’armi. Le truppe italiane si batterono
con coraggio contro un nemico inferiore di numero ma appoggiato da numerosi e
potenti carri armati e furono rigettate al confine della Tripolitania dove
l’avanzata si arrestò.
L’oasi fu nuovamente isolata e fu investita da truppe
australiane ed iniziarono così attacchi e contrattacchi con i quali il presidio
rispondeva, ma rifiutando ogni intimazione di resa anche se, ogni giorno, si
faceva più grave la mancanza di viveri e armi, nonostante il coraggio dei
piloti della Regia Aeronautica che tentavano atterraggi rischiosissimi. Il
Comandante, Tenente Colonnello Castagna fu l’animatore della resistenza
infondendo la volontà di continuare a combattere sebbene condannati
all’annientamento. Ma i valorosi Italiani si misero a cantare: «Colonnello non
voglio il cambio, qui nessuno ritorna indietro, non si cede neppure un metro
finché morte non passerà».
Nella seconda metà di marzo gli Australiani portarono
una serie di assalti ed i singoli gruppi di difensori si battevano disperati e
isolati.
Il 21 marzo 1941 la guarnigione, senza più viveri e
munizioni cessò la resistenza e contò un centinaio di morti e 500 feriti.
Fu un episodio bellico di valore in cui Italiani e Libici
combatterono con coraggio, tenacia e dignità, meritando anche l’ammirazione del
nemico.
«Colonnello non voglio encomi, sono morto per la mia
terra e la fine dell’Inghilterra incomincia da Giarabub», e i piccoli balilla e
le piccole italiane terminavano con: «Inghilterra, Inghilterra, la tua fin
segnata è già».