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Che Guevara, leggenda e realtà
un celebre scrittore
latinoamericano, Vargas Llosa, mette in luce gli aspetti meno noti e tutt’altro
che libertari del famoso eroe latinoamericano
Che Guevara, che fece così
tanto (o era così poco?) per distruggere il capitalismo, ora è una tipico marchio capitalista. La sua
immagine adorna tazze, cappucci, accendini, portachiavi, portafogli, protezioni
di baseball, cappelli, fazzoletti, canottiere, magliette, borse, jeans,
e naturalmente quelle onnipresenti T-shirts con la fotografia scattata da
Alberto Korda del rubacuori socialista con il suo basco durante i primi anni
della rivoluzione. Come è successo che il Che sia
passato dal mirino fotografico nell'immagine che, ventotto anni dopo la sua
morte, è ancora il marchio del rivoluzionario (o del capitalista?) chic. Sean O' Hagan scrisse nel The Observer che esisteva persino un
sapone in polvere con lo slogan “Che lava più bianco”.
I marchi del Che sono adoperati da grandi e piccole imprese, come la
Burlington Coat Factory, che ha realizzato una pubblicità televisiva con dei
giovani in pantaloni da lavoro e T-shirt del Che, o il Flamingo’s Boutique in
Union City, New Jersey, il cui proprietario rispondeva alla furia degli esuli
cubani locali con questo incredibile argomento: “Io vendo qualunque cosa la
gente voglia comprare”. I rivoluzionari anche si uniscono alla frenesia di
vendita, “Il Che store”, rifornisce “per tutti i vostri bisogni rivoluzionari”
su Internet, mentre il giornalista italiano Gianni Minà ha venduto a Robert
Redford i diritti sui diarii del Che, i ricordi del suo viaggio giovanile in
Sudamerica del 1952, in cambio dei diritti sul lancio della pellicola “I Diari
della Motocicletta” con la finalità di produrre il suo
proprio documentario. Per non dimenticare Alberto Granado, l’uomo che
accompagnò il Che sul suo viaggio giovanile e offre consulenze sul personaggio,
ed ora protesta a Madrid, secondo EL País, che l'embargo americano contro Cuba
rende difficile la raccolta dei suoi diritti d'autore. Per ulteriore
ironia: la casa in cui Guevara è nato, a Rosario in Argentina, una splendida
struttura del primo Novecento, angolo Urquiza e Entre Ríos, fino a poco tempo
fa è stata occupata dal fondo pensioni private AFJP Máxima, una società che ha
dato vita alla privatizzazione della
previdenza sociale in Argentina negli anni Novanta.
La trasformazione di Che Guevara in un marchio
capitalista non è nuova, ma il fenomeno ha avuto un significativo
revival dopo anni di crisi politica e ideologica di tutto ciò che Guevara rappresentava.
Questo successo è dovuto in pratica ai Diari della
Motocicletta, il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles
(uno dei tre film fatti o in fase di realizzazione negli ultimi due anni, gli
altri due sono stati diretti da Josh Evans e Steven Soderbergh). Piacevoli
panorami sfuggiti agli effetti dell’inquinamento capitalista, il film mostra il
giovane in un viaggio di autocoscienza e insieme di conoscenza
del problema sociale, una reinvenzione dell’Uomo ispirata a Sartre.
Ma per
essere più precisi, il corrente revival, parte dal 1997, trentesimo
anniversario della morte del Che, quando cinque biografie arrivarono in
libreria, e la sua salma venne riscoperta nei pressi dell’aeroporto Vallegrande
in Bolivia, dopo che un generale in pensione in una spettacolare rivelazione, ne
fece scoprire l’esatta ubicazione. L’anniversario riportò l’attenzione su
Freddy Alborta, il famoso fotografo del Che morto e disposto su un tavolo
simile al celebre ritratto di Cristo del Mantegna.
E’ caratteristico per i
seguaci di un culto non di conoscere la vita reale del loro eroe, la vera
storia. Molti Rasta rinuncerebbero ad Haile Selassie
se conoscessero ciò che realmente era. Non è sorprendente che gli attuali
seguaci di Guevara, suoi nuovi postcomunisti ammiratori, anche si deluderebbero
di aderire a un mito
ad eccezione dei giovani argentini che dicono “Ho una T-shirt del Che ma
non so il perché”.
Alcuni
che hanno accolto e invocato l’immagine di Guevara come un simbolo di giustizia
e di ribellione contro gli abusi del potere. In Libano i dimostranti protestavano contro la
Siria sulla fossa del precedente Primo Ministro Rafiq Hariri portando
l’immagine del Che. Thierry Henry, un calciatore francese, che gioca per l’Arsenal in Inghilterra, mostrava ad un gran galà
organizzato dalla FIFA (l’organizzazione del calcio mondiale) una maglietta
rossonera del Che. In un recente numero del New York
Times Manhola Dargis notava: “il grande colpo può essere la trasformazione di
uno zombie nero in un leader rivoluzionario” e aggiunse “Io credo che il Che
realmente viva dopo tutto”. L’eroe del calcio Maradona mostrava l’emblematico tatuaggio del Che sul suo braccio destro durante
un viaggio in cui incontrò Hugo Chavez in Venezuela. A Stavropol nella Russia
meridionale, dimostranti che chiedevano miglioramenti sociali occuparono la
piazza centrale con la bandiera del Che. A San Francisco, la City Lights Books,
la leggendaria casa di letteratura beat,
offre ai frequentatori della
sezione dedicata all’America Latina metà dello spazio ai libri sul Che. Josè
Luis Montoya, un ufficiale di polizia messicano che combatte il narcotraffico a
Mexicali, indossa una fascia alla fronte con l’immagine del Che perché lo fa
sentire più forte. Al campo rifugiati di Dheisheh in Palestina,
i poster del Che adornano un muro dedicato all’Intifada. Un mercato domenicale
dedicato alla vita sociale in Sidney, Australia, organizza tre tipi di party,
dedicati ad Alvar Aalto, Richard Branson e Che Guevara. Leung Kwok-hung, il
ribelle eletto all’assemblea legislativa di Hong Kong, contesta Pechino
indossando una maglietta del Che. In Brasile Frei Betto, consigliere del
presidente Lula per il programma “Fame
Zero”, sostiene che “noi dovremmo dedicare meno attenzione a Trotzky e più a
Che Guevara”. E alla famosa cerimonia dell’Accademy Awards, Carlos Santana e
Antonio Banderas eseguirono i temi musicali dei Diari
della Motocicletta, mentre il primo si esibiva con la maglietta del Che e un
crocifisso. Le manifestazioni del nuovo culto del Che sono
ovunque. Ancora una volta il mito colpisce gente la cui causa per lo più
rappresenta l’esatto opposto di ciò che Che Guevara era.
Nessun essere umano è
senza qualche qualità positiva. Nel
caso di Che Guevara queste qualità possono aiutarci a misurare il gap che
separa la realtà dal mito. La sua onestà (ovvero parziale onestà) lo
spinse a lasciare alcune testimonianze scritte delle sue crudeltà, compreso
quelle orribili, sebbene non le peggiori. Il suo coraggio, ciò che Castro descrisse come “Il suo modo, in ogni difficile e pericoloso
momento, di fare la più difficile e pericolosa cosa” comportava che non si
assunse la piena responsabilità per l’inferno di Cuba. Il mito può dirci
riguardo un periodo storico quanto la realtà. E così
grazie alle sue proprie testimonianze del suo pensiero
e delle sue gesta, e grazie anche alla sua prematura dipartita, possiamo
comprendere i molti inganni.
Guevara poteva essere
attratto dalla idea della sua morte, ma era molto più
attratto dalla idea della morte degli altri. Nell’aprile del 1967, parlando
delle sue esperienze, egli riassunse le sue idee omicide di giustizia nel suo
“Messaggio alla Tricontinentale”: “odio come elemento
di lotta, un inflessibile odio per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i
suoi limiti, facendo di lui una effettiva, violenta, selettiva macchina di
uccisione a sangue freddo”. I suoi primi scritti sono pieni di questa retorica
e ideologica violenza. Sebbene la sua precedente fidanzata Chichina Ferreyra dubiti che la versione originale dei Diari della
Motocicletta contenga l’affermazione “Io sento le mie narici dilatate
assaporando l’odore acre della polvere da sparo e del sangue del nemico”,
Guevara condivideva con Granado in quel periodo giovanile questa esclamazione:
“Rivoluzione senza sparare un colpo? Tu sei pazzo”. Un’altra volta il giovane
bohemienne sembrava incapace di distinguere la apparenza
della morte nello spettacolo e la tragedia delle vittime della rivoluzione”. In
una lettera scritta in Guatemala nel 1954 a sua madre, dove egli fu testimone
del rovesciamento del governo rivoluzionario di Jacob
Arbenz, scrisse: “Era tutto un divertimento, le bombe, i discorsi, e le altre
distrazioni per rompere la monotonia che stavo vivendo”.
L’attenzione di Guevara
quando viaggiava con Castro dal Messico a Cuba a bordo del Granma, era su una
frase in una lettera alla moglie che scrisse il 28 gennaio 1957, non molto dopo
lo sbarco, che fu pubblicata in un suo libro, Ernesto:
una memoria del Che Guevara nella Sierra Maestra “Qui nella giungla cubana vivo
e assetato di sangue”. Questa mentalità era stata rinforzata dalla convinzione
che Arbenz aveva perso il potere perché non era riuscito a giustiziare i suoi
potenziali nemici. In una precedente lettera alla sua ex fidanzata Tita Infante
aveva osservato che “se ci fosse stata qualche esecuzione il governo avrebbe
mantenuto la sua capacità di riprendersi”. E una notevole sorpresa che durante
la lotta armata contro Batista, e dopo il trionfale ingresso a
L’Avana, Guevara assassinò o supervisionò l’esecuzione dopo processi
sommari di una gran quantità di persone, provati nemici, sospetti nemici, e
quelli che avevano avuto la disgrazia di essere nel posto sbagliato nel momento
sbagliato.
Nel gennaio 1957 come
indica il suo diario della Sierra Maestra, Guevara spara a
Eutimio Guerra perché sospettava di passare informazioni: “Io chiusi il
problema con una pistola calibro 32 nel lato destro del suo cervello… Le sue
cose erano ora mie”. Successivamente sparò a
Aristidio, un contadino che esprimeva il suo frequente desiderio di lasciare il
movimento ribelle. Mentre si domandava se l’ucciso “era
realmente colpevole da meritare la morte”.
Luis Guardia e Pedro
Corzo, due ricercatori della Florida che stanno lavorando a
un documentario su Guevara, hanno ottenuto
la testimonianza di Jaime Costa Vàzquez, un ex comandante dell’esercito
rivoluzionario conosciuto come “El Catalàn”, che riteneva le numerose
fucilazioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro ministro degli interni di Cuba,
fossero diretta responsabilità di Guevara, in quanto sulle montagne Valdés era
sotto i suoi ordini. “Se in dubbio uccidilo” furono le
istruzioni del Che. Alla vigilia della vittoria, secondo
Costa, il Che ordinò l’esecuzione di un paio di dozzine di persone in Santa
Clara, nella parte centrale di Cuba, dove la sua colonna era andata in azione
per l’assalto finale dell’isola. Alcuni di loro vennero
uccisi in un hotel, come Marcelo Fernàndes-Zayas; un altro precedente
rivoluzionario che successivamente divenne giornalista, ha scritto, aggiungendo
che fra i giustiziati, conosciuti come casquitos, c’erano contadini che si
erano uniti all’esercito semplicemente per sfuggire alla disoccupazione.
Ma la “macchina
d’uccisione a sangue freddo” non mostrava tutto il suo rigore fino a che,
immediatamente dopo il collasso del regime di Batista, Castro non gli conferì
l’incarico di dirigere la prigione di La Cabaña.
Castro ebbe buon occhio nella scelta della persona giusta a difendere la
rivoluzione contro le possibili infezioni. San Carlos de La Cabaña era una
fortezza in pietra usata per difendere L’Avana contro i pirati inglesi del
diciottesimo secolo, successivamente divenne una
caserma. In un modo che ricordava Lavrenti Beria, Guevara la diresse durante la
prima metà del 1959, in uno dei periodi più oscuri della rivoluzione. José
Vilasuso, un avvocato e professore della Università
Interamericana di Bayamon a Puerto Rico, che apparteneva all’organizzazione del
processo mi disse recentemente che:
Il Che era un componente della Comisiòn Depuradora. Il procedimento era
conforme alla legge della Sierra: c’era una corte militare e la strategia del Che era che noi dovevamo agire con convinzione,
intendendo che gli imputati erano tutti assassini e il modo di procedere
rivoluzionario doveva essere implacabile. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito era di gestire i documenti prima che fossero mandati al Ministero. Le
esecuzioni ebbero luogo da lunedì a venerdì, nel cuore della notte, subito dopo
che la sentenza era stata emanata e automaticamente confermata in appello. Nelle più orribili notti, ricordo sette uomini giustiziati.
Javier Arzuaga, un
cappellano basco, che diede conforto ai condannati a morte, e
personalmente testimone di dozzine di esecuzioni, mi parlò recentemente
nella sua abitazione a Porto Rico. Un precedente prete cattolico, ora
settancinquenne, che si definì “più vicino a Leonard
Boff e alla Teologia della Liberazione che al precedente cardinale Ratzinger”
sottolineò che
c’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio
adatto per non più di trecento persone: personale militare e di polizia di
Batista, alcuni giornalisti, alcuni uomini d’affari e commercianti. Il
tribunale rivoluzionario era composto da uomini della
milizia. Che Guevara presidiava la corte d’appello.
Egli non modificò mai una sentenza. Io visitai quelli del braccio della morte.
Girava la voce che io ipnotizzavo i prigionieri perché rimanessero calmi, così
il Che ordinò che io fossi presente alle esecuzioni. Dopo che io lasciai
l’incarico a maggio, vennero giustiziate molte più
persone, ma io personalmente fui testimone di 55 esecuzioni. C’era un
americano, Herman Marks, che dava l’idea di un criminale. Noi lo chiamavamo “il
macellaio” perché godeva nel dare l’ordine di sparare. Io supplicai molte volte
il Che a nome dei prigionieri. Ricordo particolarmente
il caso di Ariel Lima, un ragazzo. Il
Che non si mosse. Ne lo fece Fidel a cui andai
a fare visita. Fui così traumatizzato che alla fine di maggio di quell’anno mi
fu ordinato di lasciare il villaggio di Casa Blanca dove si trovava la
Cabana e dove dicevo messa da tre anni.
Andai in Messico per cure. Il giorno che andai via, il Che mi disse noi
tentammo di modificare le opinioni dell’altro a vicenda ma senza risultato. Le
sue ultime parole furono: “Quando noi ci toglieremo la maschera ci scopriremmo
nemici”.
Quante persone furono
uccise a La Cabaña? Pedro Corzo ci propone il dato di
circa 200, simile a quello fornito da Armando Lago, un professore di economia in pensione che aveva compilato una lista di 179
nomi come parte di uno studio di otto anni sulle esecuzioni a Cuba. Vilasuso mi
disse che 400 persone erano state giustiziate fra gennaio e la fine di giugno
del 1959 (al momento in cui il Che cessò di dirigere la Cabaña). Telegrammi
segreti mandati dall’Ambasciata Americana a L’Avana al
Dipartimento di Stato a Washington parlava di “oltre 500”. Secondo Jorge
Castañeda, uno dei biografi di Che Guevara, un cattolico basco simpatizzante
della rivoluzione, padre Iñaki de Aspiazù parlò di 700 vittime. Félix
Rodriguez, un agente della CIA che era parte del team incaricato della caccia a
Guevara in Bolivia, mi disse che affrontò la questione del
Che dopo la sua cattura, circa “2.000” esecuzioni di cui era
responsabile durante la sua vita. “Egli disse che erano agenti della CIA e non
fornivano dati”, Rodriguez richiamò. Il più alto dato potrebbe includere le
esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al
congedo del Che da La Cabaña.
Ritornando a Carlos
Santana e al suo Che. In una lettera aperta pubblicata da El Nuevo Herald il 31
marzo di quest’anno, il grande jazzista Paquito D’ Rivera
criticò Santana per il suo abito utilizzato per l’Oscar e aggiunse: “Uno di
quei cubani [a La Cabaña] era mio cugino Bebo, che fu imprigionato proprio per
essere cristiano. Egli mi raccontò con infinita amarezza come poteva sentire
dalla sua cella all’alba le esecuzioni senza processo dei molti che morirono
gridando lunga vita a Cristo re”.
Il
desiderio di potere del Che aveva altri mezzi di esprimersi oltre all’assassinio. La contraddizione fra la sua passione per i
viaggi, una protesta di sorta contro i limiti dello stato-nazione, e il suo
impulso di creare uno stato schiavistico è sorprendente. Scrivendo di Pedro
Valdivia, il conquistatore del Cile, Guevara afferma: “Egli apparteneva alla
speciale classe di uomini, in cui il desiderio di
potere senza limiti è così estremo che qualsiasi sacrificio per ottenerlo
sembra naturale”. Egli sembrava descrivere sé stesso. A
ogni passo della sua vita adulta, la sua megalomania si manifestava nella
potente spinta a prendere il controllo sulla vita e i beni della gente, e
abolire la loro libera volontà.
Nel 1958, dopo la presa
della città di Sancti Spiritus, Guevara tentò senza successo di imporre una
specie di shaaria, regolando le relazioni fra uomo e donna, l’uso dell’alcool,
e il gioco d’azzardo, un puritanesimo non esattamente caratteristico del suo
tipo di vita. Inoltre Guevara ordinò ai suoi uomini di derubare le banche, una
decisione che giustificò in una lettera del novembre di quell’anno a Enrique Oltuski, un gregario, “la lotta delle masse si
accorda con il rubare alle banche perché nessuna di loro ha un penny loro
proprio”. Questa idea di rivoluzione come licenza di riallocare le proprietà si
accordava a quella marxista puritana di divenire
emigrante dopo il trionfo della rivoluzione.
La spinta
a dispossessare gli altri delle loro proprietà e di rivendicare la proprietà di
territori di altri era tipico dell’idea di potere dispotico di Guevara. Nelle
sue memorie, il leader Gamal Abdel Nasser ricorda che Guevara gli chiese quanta gente avesse lasciato il suo paese a causa
della riforma agraria. Quando Nasser replicò che
nessuno era fuggito, il Che rispose arrabbiato che il modo di misurare la grandezza dei cambiamenti è dato dal numero
di persone “che avvertono che non c’è più posto per loro nella nuova società”.
Questo feroce istinto raggiunse il picco nel 1965, quando parlò del “Nuovo
Uomo” che lui e la sua rivoluzione avrebbero creato.
L’ossessione del controllo
collettivista condusse il Che a collaborare alla formazione dell’apparato di
sicurezza che fu costituito per soggiogare i sei e mezzo
milioni d’abitanti di Cuba. Ai primi del 1959 una serie di incontri segreti ebbero luogo a Tararà vicino L’Avana, il
luogo dove Il Che si ritirò per un breve periodo per motivi di salute. Lì i
massimi leader, Castro compreso, progettarono lo stato di polizia cubano.
Ramiro Valdés, un subordinato del Che durante il periodo della guerriglia, fu
posto a capo del G-2 un’organizzazione modellata su quella della Ceka. Angel
Cuitah, un veterano della guerra civile spagnola, inviato dai sovietici, e
legato a Ramòn Mercader, l’assassinio di Trotzky, e successivamente
amico del Che, giocò un ruolo importante nell’organizzazione del sistema, insieme
con Luis Alberto Lavaindera, che aveva servito il capo a La Cabaña. Guevara
stesso diresse il G-6, il gruppo incaricato dell’indottrinamento ideologico
delle forze armate. L’invasione della Baia dei Porci sostenuta dagli americani
nell’aprile del 1961 divenne l’occasione perfetta per consolidare il nuovo
stato di polizia con la cattura di decine di migliaia di cubani e una nuova
serie di esecuzioni. Come Che Guevara stesso disse
all’ambasciatore sovietico Server Kudriavtsev, i controrivoluzionari mai
potranno “alzare le loro teste di nuovo”.
“Controrivoluzionario” è
il termine che era adoperato a chiunque si allontanava
dal dogma. Era il sinonimo comunista di “eretico”. I campi di concentramento
erano un modo impiegato dal potere dogmatico per sopprimere il dissenso. La
storia attribuisce al generale spagnolo Valeriano Weyler capitano-generale di
Cuba alla fine del diciannovesimo secolo il primo uso del termine
“concentrazione” per descrivere la politica di ammassamento
di potenziali oppositori, in tal caso sostenitori del movimento
indipendentista, con filo spinato e recinti. I rivoluzionari di Cuba un secolo e mezzo più tardi riprendevano quella tipica
tradizione. All’inizio la rivoluzione mobilitava i volontari a costruire scuole
e a lavorare nei porti, piantagioni e fabbriche, con tante piacevoli foto di
Che scaricatore, Che tagliatore di canne, Che sarto. Non molto tempo dopo il
lavoro volontario divenne un po’ meno volontario: il primo campo di lavoro
forzato, Guanahacabibes, fu installato nella parte occidentale di Cuba alla
fine del 1960. Questo è come il Che spiegava il metodo del confinamento: “[Noi]
mandiamo a Guanahacabibes soltanto quei casi dubbi dove noi non siamo sicuri
che bisognerebbe mandare la gente in prigione… la gente che ha commesso crimini
più o meno gravi contro la morale rivoluzionaria… è un duro lavoro, non un
brutale lavoro, piuttosto le condizioni di lavoro sono dure”.
Questo campo era il
precursore del definitivo confinamento sistematico iniziato nel 1965 nella
provincia di Camagüey per dissidenti, omosessuali, vittime dell’aids,
cattolici, testimoni di Geova, preti afrocubani, e altri, sotto la
denominazione di Unidades Militares de Ayuda a la
Producciòn, (Unità Militari di Aiuto alla Produzione). Ammassati in corriere e
camion, il “disadattato” viene trasportato con le armi
puntate addosso ai campi di concentramento organizzati a Guanahacabibes. Alcuni
non ritorneranno mai, altri vengono violentati,
picchiati o mutilati; e la maggior parte traumatizzati a vita, come Néstor Almendro’s
mostrato in un documentario venti anni fa.
Così Time magazine avrebbe
colto nel segno nell’agosto 1960 quando descrisse l’organizzazione del lavoro
della rivoluzione con una storia di copertina con protagonista Che Guevara come
“cervello”, Fidel Castro come “cuore” e Raùl Castro
come “pugno”. Ma la immagine esprimeva il ruolo
cruciale di Guevara come bastione del totalitarismo. Il Che era in qualche modo
un improbabile candidato di purezza ideologica, dato il suo spirito bohemienne,
ma durante gli anni del tirocinio in Messico e nel seguente periodo della lotta
armata a Cuba, egli emerse come l’ideologo comunista infatuato dell’Unione
Sovietica; molti gli attriti con Castro e altri, essenzialmente più
opportunisti, favorevoli a qualsiasi mezzo necessario per la conquista del
potere. Quando i cosiddetti rivoluzionari vennero
arrestati nel 1956, Guevara fu il solo ad ammettere che era comunista e stava studiando il russo. Egli parlò
apertamente delle sue relazioni con Nikolai Leonov dell’ambasciata sovietica.
Durante la lotta armata a Cuba forgiò una alleanza con
il Partito Socialista Popolare (il partito comunista dell’isola) e con Carlo
Rafael Rodrìguez, personaggio chiave della conversione del regime di Castro
verso il comunismo.
Questa fanatica disposizione
fece del Che il numero uno della “sovietizzazione” della Rivoluzione che era
stata vantata ripetutamente per il suo carattere indipendente. Non appena i
barbudos arrivarono al potere, Guevara prese parte ai negoziati con Anastas
Mikoyan, il ministro sovietico che visitò Cuba. Egli confidava in ulteriori negoziati sovietico-cubani durante una visita a
Mosca alla fine del 1960. Essa faceva parte di un lungo viaggio la cui maggiore
impressione fu la Corea del Nord di Kim Il Sung. Il secondo viaggio di Guevara
in Russia nell’agosto 1962 era anche più significativo,
perché confermò il trattato che faceva di Cuba la testa di ponte nucleare
dell’Unione Sovietica. Egli incontrò Kruscev a Yalta per definire i dettagli di
un’operazione che era già iniziata, e riguardava l’introduzione di 42 missili
sovietici, metà dei quali armati con testata nucleare, rampe di lancio e circa
42.000 soldati. Dopo aver sollecitato gli alleati sovietici sulla minaccia che
gli Stati Uniti potevano scoprire ciò che stava accadendo, Guevara ottenne
assicurazioni che la marina sovietica sarebbe intervenuta, ovvero in altri
termini, che Mosca era pronta per la guerra.
Secondo la biografia di
Guevara scritta da Philippe Gavi, il rivoluzionario si era vantato che “questo
paese vuole rischiare tutto in una guerra atomica di inimmaginabile
distruttività per difendere un principio”. Appena dopo la fine della crisi dei
missili a Cuba, finita con il rinnegamento da parte di Kruscev della promessa
fatta a Yalta e la negoziazione di un accordo con gli Stati Uniti alle spalle
di Castro che includeva la rimozione dei missili in Turchia, il dittatore
cubano disse a un quotidiano britannico: “se i missili
fossero rimasti, noi li avremmo usati e lanciati tutti contro il cuore degli
Stati Uniti, New York compresa, per la nostra difesa contro un aggressione”. E un paio d’anni più tardi, alle Nazioni Unite, sosteneva:
“Come marxisti noi abbiamo sostenuto che la coesistenza pacifica fra le nazioni
non include la coesistenza fra sfruttatori e sfruttati”.
Guevara si allontanò
dall’Unione Sovietica negli ultimi anni della sua vita. Fece tale scelta per
ragioni sbagliate, biasimando Mosca per essere troppo morbida ideologicamente e
diplomaticamente, per avere fatto troppe concessioni, diversamente dalla Cina maoista, che arrivò a vedere come un paradiso di
ortodossia. Nell’ottobre 1964, in una memoria scritta da Oleg Daroussenkov, un
funzionario sovietico vicino a lui, cita Guevara affermando: “Noi chiedemmo le
armi ai cecoslovacchi, ed essi rifiutarono. Poi noi chiedemmo ai cinesi; e ci
risposero di sì nel giro di pochi giorni, ma non ci soddisfecero, affermando
che uno non vende le armi a un amico”
Il grande
rivoluzionario aveva una chance di porre in pratica la sua visione economica,
la sua idea di giustizia sociale, come capo della Banca Nazionale di Cuba e del
Dipartimento dell’Industria dell’Istituto Nazionale di Riforma Agraria ria alla
fine del 1959, e, a partire dagli inizi del 1961, come ministro dell’industria.
Il periodo in cui Guevara ebbe la responsabilità di gran parte dell’economia
cubana, l’isola vide il quasi collasso della produzione di zucchero, il
fallimento dell’industrializzazione, e l’introduzione del razionamento, tutto
ciò in quello che era stato uno dei quattro paesi dell’America Latina con
maggiore successo economico negli anni precedenti alla dittatura di Batista..
Il suo periodo di capo
della Banca Nazionale, durante il quale stampò le banconote
firmate “Che” era stato sintetizzato dal suo collega Ernesto Betancourt:
“[egli] era ignorante dei più elementari principi economici”. Le capacità di
comprensione di Guevara riguardo il mondo economico
furono espresse con forza nel 1961, alla conferenza mondiale in Uruguay, dove
egli predisse un tasso di crescita per Cuba del 10% “senza alcun timore” e a
partire dal 1980 un reddito pro capite maggiore di quello “degli Stati Uniti di
oggi”. In fatti nel 1997, trentesimo anniversario della sua morte, i cubani
possono disporre di cinque libre di riso e una di
fagioli al mese, quattro once di carne due volte l’anno, quattro once di soia
per settimana, e quattro uova al mese.
La riforma agraria tolse
le terre ai ricchi ma per darle ai burocrati non ai contadini. Il relativo
decreto venne scritto nella abitazione del Che. In
nome della diversificazione economica l’area coltivata fu ridotta, e la
manodopera distolta in altre attività. Il risultato fu che fra il 1961 e il
1963 i raccolti diminuirono della metà, ridotti a soli 3,8 milioni di
tonnellate. Era il sacrificio giustificato dai progressi dell’industrializzazione? Sfortunatamente Cuba non aveva materie
prime per l’industria pesante, e come conseguenza della redistribuzione
rivoluzionaria, non disponeva di moneta forte per
comprarle all’estero o beni strategici. Dal 1961
Guevara dava spiegazioni imbarazzanti ai lavoratori: “I nostri compagni tecnici
nelle aziende hanno fatto un dentifricio… che è buono come il precedente;
pulisce alla stessa maniera, sebbene dopo poco diventa duro come pietra”. Dal
1963 tutte le speranze della industrializzazione di
Cuba vennero abbandonate, e la rivoluzione accettò il suo ruolo di fornitore
coloniale di zucchero al blocco sovietico in cambio di petrolio per coprire le
sue necessità o per essere destinato alla rivendita ad altri paesi. Per i
successivi tre decenni, Cuba sopravvisse con il sussidio sovietico di 65 - 100
miliardi di dollari.
Avendo fallito come eroe
di giustizia sociale, Guevara meritò un posto nei libri di storia come genio
della guerriglia? Il suo maggiore successo militare nella lotta contro Batista,
la presa della città di Santa Clara dopo un assalto a
un treno di rifornimenti pesanti, è oggetto di controversie. Numerose
testimonianze indicano che il comandante del treno si arrese prontamente, forse
a seguito di corruzione. Gutiérrez Menoyo, che diresse un altro gruppo di
guerriglieri in un’altra zona, è fra quelli che svalutano il ruolo della
vittoria di Guevara. Subito dopo il trionfo della rivoluzione, Guevara
organizzò gruppi guerriglieri in Nicaragua, nella Repubblica Domenicana, a Panama,
e Haiti, tutti sconfitti. Nel 1964 egli
inviò il rivoluzionario argentino Jorge Ricardo Masetti verso la morte
persuadendolo a lanciare un attacco al suo paese nativo dalla Bolivia, subito
dopo che la democrazia rappresentativa era stata restaurata.
Particolarmente disastrosa
fu la spedizione in Congo del 1965. Guevara affiancava due ribelli, Robert
Mulele nella zona occidentale e Laurent Kabila nella parte orientale, contro il
tergibile governo congolese sostenuto dagli Stati Uniti così come dal Sud Africa
e da mercenari cubani in esilio. Mulele aveva occupato Stanleyville per un
breve periodo. Durante il suo regno del terrore, come V. S. Naipaul ha scritto,
eliminò fisicamente tutte le persone in grado di leggere e che portavano la
cravatta. Come l’altro alleato era indolente e corrotto; ma il mondo scoprì
negli anni Novanta che era anche una macchina umana di morte. In tutti i casi
Guevara trascorse il 1965 aiutando i ribelli della
zona orientale prima di fuggire dal paese ignominiosamente. Poco dopo Mobutu
arrivò al potere e installò una tirannia pluridecennale. Anche in America
Latina dall’Argentina al Perù, le rivoluzioni ispirate al Che
diedero come risultato il rafforzamento del brutale militarismo per anni.
In
Bolivia, il Che fu sconfitto di nuovo e per l’ultima volta. Egli non comprese la situazione locale. C’era
stata una riforma agraria anni prima, il governo aveva rispettato molte delle
istituzioni comunitarie dei contadini; mentre l’esercito si sentiva vicino agli
Stati Uniti nonostante il suo nazionalismo. “Le masse contadine non ci aiutano
per niente” fu la malinconica conclusione
del suo Diario Boliviano. Ancora peggio, Mario Monje, il leader
comunista locale, che non amava la guerriglia, dopo essere stato umiliato alle
elezioni, spinse Guevara in una zona non difendibile del sud-est del paese. Le
circostanze della cattura del Che alle gole del Yuro
poco dopo l’incontro con l’intellettuale francese Regis Debray e il pittore
argentino Ciro Bustos, entrambi catturati come lasciarono il campo, era, come
il gruppo principale della spedizione un affare da sognatori.
Guevara fu certamente
baldo e coraggioso, deciso a organizzare la vita in
modo militare nei territori sotto suo controllo, ma non era il generale Giap.
Il suo libro guerra di guerriglia insegna che le forze popolari possono battere
un esercito, che non è necessario aspettare le giuste condizioni perché un
“foco” insurrezionale (o un piccolo gruppo di rivoluzionari) possa avere successo, e che la lotta deve aver luogo
principalmente nelle campagne. Nelle sue prescrizioni sulla guerriglia riserva
alle donne il ruolo di cuochi e infermiere. In realtà
l’esercito di Batista non era un vero esercito, ma un corrotto gruppo di
teppisti senza alcuna motivazione e senza molta organizzazione; e i “focos”
della guerriglia, ad eccezione del Nicaragua, finirono tutti nel nulla; mentre
l’America Latina è diventata al 70% un paese urbano negli ultimi quaranta anni.
Anche da questo punto di vista il Che Guevara fu un
uomo insensibile e incompetente.
Nell’ultimo periodo del
diciannovesimo secolo, l’Argentina fu il secondo paese per tasso di crescita
nel mondo. Successivamente agli anni Novanta di quel
secolo il salario reale di un operaio argentino era maggiore di quello
svizzero, tedesco e francese. Dal 1928 il paese fu il dodicesimo per reddito
pro capite a livello mondiale. Questo risultato che le generazioni successive
cancellarono, fu in larga parte dovuto a Juan Bautista Alberdi.
Come Guevara, ad Alberdi
piaceva viaggiare: percorse le pampas e i deserti dal nord al sud, all’età di
quattordici anni, sempre tornando a Buenos Aires. Come Guevara, Alberdi si
oppose a un tiranno Juan Manuel Rosas. Come Guevara,
Alberdi ebbe una chance di influenzare un leader rivoluzionario al potere,
Justo José de Urquiza, che portò alla caduta di Rosas nel 1852. E sempre come Guevara, Alberdi rappresentò il nuovo governo
nei suoi viaggi intorno al mondo, e morì all’estero. Ma
vi erano anche differenze fra il vecchio e il nuovo personaggio caro alla
sinistra, Alberdi non uccise nemmeno una mosca. Il suo libro, Bases y puntos de
partida para la organizaciòn de la Repùblica
Argentina. fu il fondamento della Costituzione del
1853 che limitò i poteri del governo, aprì ai commerci, incoraggiò
l’immigrazione, garantì il diritto alla proprietà, con ciò inaugurando un
periodo di settanta anni di eccezionale prosperità. Egli non interferì negli
affari di altre nazioni, opponendosi alla guerra
contro il Paraguay. La sua immagine non adorna la pancia di Mike
Tyson.
titolo originario:
The Killing Machine:
By
In “The New Republic”
traduzione: