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“L’IMPERO E I BARBARI“
Caracalla cominciò coll’assassinare il fratello Geta. Egli non
era un tiranno dei soliti; era un demonio sterminatore che attraversò l’Impero
uccidendo. Correva di provincia in provincia a strappar denaro per i suoi
soldati. Egli si gloriava di essere l’imperatore più crudele fin allora
esistito e a sé stesso considerò riferito l’oracolo che aveva predetto la
venuta della bestia feroce dell’Ausonia. Quando giunse ad Alessandria, il
popolo prese a ridere di questo terribile imperatore ed egli si vendicò con un
orribile massacro, al quale assistette personalmente.
E tuttavia sotto un mostro
di tal fatta fiorì il più grande giureconsulto dell’Impero: Papiniano, che
proveniva dalla Fenicia, ma era completamente imbevuto del genio romano.
Caracalla si rivolse a lui
per giustificare l’assassinio di suo fratello Geta, come Nerone era ricorso a
Seneca per giustificare il suo matricidio. Papiniano rispose: “E’ più facile
commettere un delitto che giustificarlo”.
Questa generosa risposta gli costò la vita.
Caracalla compì una riforma
orribilmente vessatoria e alla quale, tuttavia, l’Impero romano tendeva fin dal
suo inizio: egli accordò il diritto di cittadinanza a tutto l’Impero. Non per
liberalità di spirito, ma perché il nome di cittadino obbligava a pagare le
imposte. Però non mancavano grandi vantaggi. Il diritto alla cittadinanza dato
all’Impero sottoponeva tutte le province alla giurisprudenza romana, che
diveniva una e universale, e così il regno di un mostro fu un’epoca importante
nella storia dell’umanità.
Roma è un’iniziazione per
il mondo, bisogna che tutte le nazioni prendano posto, non soltanto
nell’impero, ma nella città. Il limite estremo sembra raggiunto quando
Caracolla accorda a tutti gli abitanti delle province il titolo di cittadini,
ma non basta ancora. Il mondo barbarico protesta. L’Impero romano non è né
universale né eterno. L’invasione dei barbari non è niente altro che questa
protesta; quando essi penetrarono nell’Impero, dichiararono che venivano a
cercare nel Sud una città, patria antica dei loro antenati, degli Asi figli di
Odino, sacerdoti e guerrieri. Asia, loro patria, era stata abbandonata dai
popoli gotici che ritornavano a cercarla nell’impero romano.
Noi troviamo qui, sotto
vesti poetiche, l’indicazione concreta di ciò che significa l’invasione dei
barbari. Essi venivano a cercare la città, essa era incompleta, perché era
necessario che racchiudesse il mondo e occorreva un secondo grado di
iniziazione. Ma la città materiale era troppo piccola e solo la città
spirituale poteva operare questo risultato, di contenere il mondo e di
estendersi a tutti i popoli che venivano a cercarla senza conoscerla.
Non dimentichiamo che Roma
era una iniziazione e nel primo secolo dell’Impero essa fu governata da
Italiani, i Cesari; nel secondo da uomini di origine iberica o gallica; nel
terzo da uomini di tutte le nazioni, di tutte le razze, da Siriani, da Goti;
nel quarto, i barbari, verranno a
prendere possesso dell’Impero, come popolo e non più per mezzo di imperatori
che li rappresentino: imperatori saranno i popoli accampati nel suolo
dell’Impero.
Nel quinto secolo l’Impero
diventerà barbaro, vale a dire il mondo romano e il mondo barbaro saranno
congiunti, dando inizio a quell’unione feconda di cui noi siamo figli.
C’era in Siria un
giovinetto, ritenuto figlio di Caracalla e che, malgrado la sua giovane età,
occupava una delle più importanti dignità, poiché era sacerdote di Baal. Poiché, come presso tutti gli stranieri, il
sacerdote portava il nome del suo dio, lo si chiamava Eliogabalo. Le legioni
ricondussero a Roma questo giovane che era diretto dalla madre.
Orazio, secoli prima, aveva
detto: “Grecia capta ferum victorem cepit”. Un secolo dopo, Giovenale diceva:
“In Tiberim defluxit Orontes” e al terzo
la predizione si realizzava. Ecco un imperatore siriano, che conserva l’abito
siriano, i costumi e le usanze siriane, che porta a Roma la religione siriana.
E’ il trionfo delle divinità orientali. Il Dio del naturalismo orientale entra
a Roma sotto la forma di una pietra nera caduta dal cielo: il dio fisico
dell’Oriente penetra nella città, prima che il dio morale ne prenda possesso
col Cristianesimo.
Tutti i senatori, i
giureconsulti che parlano ancora dell’antica repubblica, sono costretti a
seguire il carro del dio vincitore. E’ una invasione di barbari, assai più
grave di quella di Alarico. Un giovane di 18 anni, dalla figura leggiadra,
coronato di fiori, inondato di profumi, allevato nell’eccesso della
effeminatezza orientale, corrotto come lo si era in Siria: ecco il nuovo
padrone di Roma e delle legioni. Egli dovette ispirare un particolare disgusto
al fiero e grave popolo dei Romani, e basta osservare come gli storici ne hanno
parlato. Ma con gli eccessi di Eliogabalo si è posto sotto accusa anche ciò che
era conseguenza naturale della sua religione.
“Le infamie di Eliogabalo
potrebbero ben avere un intento simbolico ed essere semplicemente una forma di
culto, una pantomima religiosa, come gli «acta legitima» erano una pantomima
giuridica. Le sue metamorfosi da uomo in donna, etc. sembrano ricollegarsi al
carattere ermafrodito degli dei dell’Oriente….Egli pare religiosissimo….si
rovescia a terra entrando a Roma per non perdere di vista il suo Dio [Nota di
Michelet] “.
Egli importava a Roma
costumi nuovi, abitudini nuove, e non tardò a cogliere onore tra i suoi sudditi
romani ancora stranieri all’Oriente. Presto o tardi bisognava tuttavia che Roma
ricevesse le idee dell’Oriente che, con le sue profonde religioni, era il vero
precettore di Roma; tra i sacerdoti di Baal che seguivano il gran sacerdote,
sua madre e sua nonna Giulia Moesa, vi erano mille cose, mille idee che i
romani ignoravano e che possono considerarsi come una preparazione al
cristianesimo. La religione fenicia trionfa con Eliogabalo, come il
cristianesimo con Costantino ad un secolo di distanza. Queste religioni avevano
in comune l’idea di un dio morto e resuscitato, ma il dio di Eliogabalo era
solo un simbolo della natura che rinasceva, non era quella resurrezione morale
dell’anima attraverso il pentimento apportata dal cristianesimo. Tuttavia,
poiché il simbolo precede in ogni cosa il senso spirituale, la religione
siriana doveva precedere in Roma il cristianesimo e preparargli la strada.
Eliogabalo fu guidato dalla
madre e dall’ava che si circondarono degli uomini più saggi dell’Impero, di
giureconsulti che costituirono la gloria del nome romano, benché non tutti
fossero nati romani (Ulpiano era fenicio). Il governo di Eliogabalo non fu così
irragionevole come alcuni storici lo hanno descritto; non possediamo che la
storia scandalosa del Palazzo; ci manca la storia di quell’Impero. Che ci
importa dell’interno del Palazzo? Sapere come Ulpiano abbia diretto
l’amministrazione di quella vasta macchina sarebbe per noi più interessante che
conoscere le sciocchezze di un folle che non contava nulla nel governo.
Successore di Eliogabalo fu
suo cugino Alessandro Severo, ben superiore dal punto di vista morale. Era un
uomo mite e docile che fu sempre guidato dalla madre, ispirata a sua volta
dagli uomini più saggi. Fu, in un certo senso, il regno di Ulpiano che allora
era prefetto del Pretorio. Questo governo di donne e di uomini di legge non
parve avere caratteri di conquista.
Che sarebbe divenuto
l’Impero se uomini saggi ma pacifici come Ulpiano avessero regnato, se la molle
saggezza della Siria avesse continuato a reggere Roma? L’indolenza bizantina
avrebbe avuto inizio alcuni secoli prima. L’Impero aveva bisogno, di fronte ai
barbari, di una mano più ferma e quando le legioni rifiutarono di ubbidire ad
Ulpiano e lo uccisero ai piedi del loro imperatore, esse seguivano un istinto
cieco ma conforme agli interessi del mondo romano. Per resistere ai barbari ci voleva sul trono un
barbaro. Dopo Alessandro Severo, l’Impero ebbe il goto Massimino.
Massimino perseguitò i
cristiani, non perché questo ciclope si intendesse di teologia, ma i cristiani
per lui rappresentavano l’Oriente, quell’Oriente proscritto in Alessandro
Severo.
Quest’ultimo aveva raccolto
in una cappella i fondatori delle principali religioni, Orfeo, Abramo, Gesù
Cristo, accettando in tal modo tutte le religioni. Si comprende quanto questa
dottrina, pur così bella ed elevata, togliesse all’Impero in forza ed in
personalità; non si è più se stessi quando si assumono caratteri di universalità.
Che resta a colui che vuol diventare Universo? L’Impero accettando tutto, non
sarebbe più stato l’Impero romano, e per resistere ai barbari, era necessario
che esso continuasse ad essere l’Impero romano.
Era la condizione essenziale della propria esistenza, ma l’indirizzo di
Alessandro Severo lo dissolveva; all’opposto, il governo militare ne rinserrava
i vincoli e lo rendeva atto a vivere e a resistere.
Perciò Massimino perseguitò
il Cristianesimo.
L’Oriente ebbe anch’esso il
suo Impero, con l’Imperatore Odenato.
Questi era un emiro
accampatosi sulla pianura di Palmira, che i mercanti avevano posto alla testa
dei soldati. Fu il primo a mostrare ciò che potevano fare gli Arabi e conquistò
la Siria e Zenobia, sua sposa, conquistò l’Egitto. Vediamo qui l’inizio di quei
progressi che gli arabi dovevano compiere nel Medio Evo, sotto l’impulso di
Maometto.
Vobisco ha scritto:
“Odenathus vir acer in bello qui totum orbem terrarum reformasset”. E’ una
specie di predizione ma mancò la forza motrice della religione che sospinse più
tardi gli arabi. Come tutti i popoli mercantili, come Genova, come Venezia, i
Palmireni avevano edificato in uno spazio ristretto immense costruzioni,
attestate da splendide rovine. Alessandria sul mare e Palmira sul retroterra
erano i magazzini generali del commercio del mondo.
Procediamo attraverso
rovine che si formano da ogni parte: l’Impero minaccia di crollare per mano dei
Goti, che si precipitano contro di esso, deve potenziare le sue risorse,
spiegare le sue forze, se gliene restano ancora. Se gli Antonini, venuti
dall’Occidente non hanno fatto gran che per l’Impero, se gli imperatori
siriani, lungi dall’essergli utili, non hanno fatto che indebolirlo, se in una
parola l’Oriente e l’Occidente non possono salvarlo, volgiamoci al centro e
vediamo se vi è qualcuno capace di farlo durare. Ecco l’Illiria che ha sempre dato
i migliori soldati o i più terribili nemici di Roma ed ancor oggi dell’Impero
turco, vediamo uscirne due imperatori che restaureranno l’Impero e
prolungheranno la sua durata; due contadini innalzati dal loro valore:
Aureliano e Probo.
Aureliano colpì ai due lati
dell’Impero i due imperi rivali che si andavano formando, egli sottomise
Tetrico in Gallia e Zenobia nell’Oriente, ma Zenobia commise un errore che
provocò la sua perdita. Palmira racchiudeva due elementi: l’elemento barbaro e
l’elemento greco. Odenato era rimasto arabo e barbaro, egli andava a caccia di
leoni con i soldati del deserto, mentre Zenobia, finchè regnò il marito, lo
imitò; beveva coi capitani dell’esercito e arringava i soldati con l’elmo in
testa e le braccia nude, ma alla morte di Odenato mutò costumi. Zenobia chiamò
a Palmira i Greci, i cui monumenti sussistono ancora, ma quando Aureliano mosse
all’attacco di Palmira, le tribù non difesero la città divenuta greca; anzi
offrirono i loro servigi ad Aureliano e la Grecia illegittima che si andava
formando in Palmira, perì. Invano i ricchi mercanti, sotto le loro pesanti
armature, ingaggiarono duri combattimenti con i romani, ed erano armati
all’incirca come i nostri cavalieri del Medio Evo, essi erano soffocati sotto
la loro corazza e abbattuti dopo una o due cariche. Del resto è noto che i
ricchi mercanti hanno sempre tenuto alla vita e che essi considerano questa
troppo preziosa per essere ciecamente esposta. Zenobia, vinta, tradì il proprio
ministro Longino e lo dichiarò autore della lettera audace con la quale ella
aveva risposto alle intimazioni di Aureliano. Longino venne crocifisso e
Zenobia fu condotta a Roma per invecchiare in pace sul monte Palatino, accanto
all’Imperatore delle Gallie Tétrico.