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Considerazioni
sull’Islam
un legame complesso collega la religione di
Maometto agli attuali terroristi con
tendenze necrofile
di Nicola Oddo
Nel presente saggio la
parola “islamico” è usata per indicare non solo l’estremista fanatico di quella
religione, ma anche colui che, pur aderendo a quella
fede senza fanatismo o violenza, tuttavia non ha operato un consapevole
distinguo tra fede e ragione, non nega all’ambito della fede una prevalenza
assoluta e generale su quello della ragione, e pertanto ripone la sua identità
più nella religione che nella cittadinanza.
Premessa storica
Dal punto di vista storico
questo scontro è un fatto tradizionale e consolidato. Dapprima (VII ed VIII secolo) gli islamici si impadronirono, con brillanti
azioni militari, delle zone con presenza cristiana variamente diffusa: Medio
Oriente, Balcani, Nord Africa, Sicilia, penisola Iberica. Tuttavia nel 1091
cessò il dominio islamico in Sicilia ad opera dei
Normanni, e nel 1095 con la prima Crociata iniziò una controffensiva
cristiana, che però si concluse nel 1291 con un nulla di fatto. Nel 1252 i Mongoli, che un decennio prima avevano conquistato la
Russia, si convertirono all’Islam, ma i Russi se ne liberarono tra il 1380 ed
il 1480. Nel 1453 gli Ottomani islamizzati conquistarono Costantinopoli, ma da
quel momento gli islamici subirono un declino militare senza ritorno (1492
perdita dalla penisola Iberica, 1529 fallito assedio di Vienna, 1554 i Russi
raggiungono il Mar Caspio, 1571 battaglia di Lepanto, 1683 assedio di Vienna
nuovamente fallito, 1686 perdita dell’Ungheria, 1696 conquista russa di Azov sul Mar Nero). Nel frattempo i Portoghesi, grazie
alle nuove tecniche di navigazione oceanica, aggirarono l’area islamica
compiendo il periplo dell’Africa, e nel 1498 Vasco de Gama penetrò
nell’Oceano indiano. Le successive conquiste russe nel
Caucaso e sul Mar Nero (seconda metà del 18° e prima metà del 19°
secolo) a spese di Ottomani e Persiani, e la spartizione dell’Impero ottomano
alla fine della Prima guerra mondiale, sfociarono nell’abolizione del Sultanato, del Califfato
e nella proclamazione della Occidentalizzata Repubblica Turca (1923).
La tendenza all’Occidentalizzazione divenne estensiva nel mondo islamico
dopo la Seconda guerra mondiale, e dopo un’adesione inizialmente acritica alla
cultura Occidentale vi furono in alcuni paesi islamici delle ripulse
all’occidente. Ciò avvenne sia con tentativi di
introdurre elementi di marxismo nell’ordinamento dello stato (Yemen,
Algeria, Egitto, Libia, etc. tra il 1950
ed il 1970) esauritisi con il crollo del blocco comunista, sia tramite conati
meramente nazionalisti (nazionalizzazioni del petrolio in Persia nel 1952, del
Canale di Suez in Egitto nel 1956, etc.). La ripulsa dell’Occidentalizzazione è
esplosa con la recente rinascita della religione islamica ad opera
di movimenti integralisti, ed è tuttora in atto.
Situazione attuale
La tecnologia. Le popolazioni islamiche sono tuttora convinte della superiorità della
loro cultura ed ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono, scarsità di
cui tuttora non comprendono le cause. Pochi islamici si chiedono come mai
Colombo, de Gama e Magellano siano
partiti dai porti atlantici a nord di Gibilterra e non da quelli
atlantici a sud di Gibilterra in territorio islamico. Nella ricerca di motivi di autostima a quelle popolazioni non è rimasto altro
riferimento che la religione, dato che la loro civiltà, dopo un periodo di
splendore è ormai da molti secoli infeconda di risultati civili, scientifici,
tecnologici, militari, economici. Le popolazioni islamiche sono consapevoli più
di noi che senza tutta la tecnologia e l’organizzazione Occidentali esse regredirebbero istantaneamente ad una realtà preindustriale.
Questa percezione di crescente inferiorità si evidenzia non
solo verso l’occidente cristiano, ma anche verso l’oriente confuciano, buddista
ed induista, i cui paesi (Giappone, Cina, Corea, Singapore, India, etc.) sono
divenuti potenze di livello mondiale. Le popolazioni islamiche pertanto si
trovano sempre più schiacciate tra la incontenibile
crescita di Cina ed India e la potenza stabilizzata dell’Occidente e del
Giappone, avendo come unico punto di forza la disponibilità di una sola materia
prima, il petrolio, ma come semplice rendita di posizione, senza aver mai
contribuito a valorizzare questa mera risorsa naturale trasformandola in
risorsa tecnologica, progettando e costruendo un sismografo, una trivella, una
raffineria, un cracking, limitandosi alla mera gestione speculativa del
giocattolo finanziario (Napoleoni 2004). L’accesso alla cultura Occidentale non
è mancato paritariamente ai paesi confuciani, buddisti, induisti ed islamici,
ma solo per i paesi islamici questo accesso si è
risolto in un fallimento con l’eccezione della Occidentalizzata Turchia.
Un islamico può anche aver
imparato a far funzionare i prodotti della tecnologia Occidentale, ma attualmente non è in grado di fabbricarli se non copiandoli,
ancor meno di progettarli e men che meno di idearne un nuovo tipo. Emblematico il caso dell’energia atomica, vista come mero
strumento di potenza militare, ma ogni volta copiata od addirittura acquistata
da fonti Occidentali (francesi, ex sovietiche, etc.). Ogni volta che un
islamico apre una bottiglia di plastica contenente acqua minerale
si chiede quanta strada dovrebbe fare per riuscire a fabbricarla od addirittura
ad ideare il know-how di fabbricazione del polimero di cui la bottiglia è
fatta. Dal punto di vista
antropologico gli islamici sono regrediti al livello dei
cacciatori-raccoglitori: non hanno un’attività inventiva e produttiva
industriale propria, ma semplicemente utilizzano quanto il mondo moderno offre
di già pronto, od, al massimo, si limitano a copiare i nostri risultati. Pur
cercando ed utilizzando i nostri prodotti, rifiutano la cultura che li ha
generati, e pertanto rifiutano la nostra organizzazione sociale, la nostra
libertà di pensiero e di azione. Sfruttano i nostri
ritrovati, ma temendo il confronto con la cultura che li ha prodotti cercano di
impedire il contatto ed il confronto dei propri concittadini con essa. Si illudono di negare e
possibilmente distruggere una cultura che non riescono a padroneggiare. E tutto ciò non per inettitudine mentale, ma per l’errore culturale
di base, di non ritenere il sapere come un valore primario ed autonomo rispetto alla
religione.
I valori culturali. Le cause di tutto ciò derivano dai valori
culturali di base, che hanno spinto gli Occidentali ad attribuire alla scienza un valore sociale e
morale primario (Mernissi 2002) cui dedicarsi con spirito laicamente
galileiano, senza limitazioni religiose. Per un credente islamico invece vale
ancora il precetto della Scolastica medioevale philosophia ancilla theologiae (Lewis, 2002), mentre per un Occidentale
contemporaneo la scienza già nasce affrancata da subordinazioni religiose, e
tale resta. Ossia, per dirla in parole semplici, nel
processo a Galilei un islamico starebbe dalla parte dell’Inquisizione e non di
Galilei. Ma gli Occidentali dal Rinascimento ad oggi sono divenuti laici e
secolarizzati, avendo acquisito il valore autonomo del sapere anche al di fuori
della religione, pur conservando i valori morali del Cristianesimo anche nei
casi di ateismo ed agnosticismo. A ciò si sono
aggiunti, come valori della vita civile Occidentale, la parità giuridica tra i
sessi, la separazione tra stato e chiesa e la preminenza del valore
dell’individuo rispetto al clan ed al gruppo di potere.
La condizione di
subalternità della donna nella società islamica, pur analogamente presente
nella cristianità del passato, non solo appare oggi ripugnante ad un Occidentale,
ma ciò che più conta, influisce negativamente nella formazione dei figli di
ambedue i sessi, i quali ricevono la prima impronta educativa da una madre che
magari inconsciamente ma inevitabilmente ne trasmette
ai figli le stimmate di fatalismo, soggezione, ratifica della prepotenza e
svilimento del valore dell’individuo.
La separazione tra stato e
chiesa, pur tradita per lunghi periodi di tempo dagli Occidentali, tuttavia è
affermata nel Vangelo stesso (rendete
dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, Matteo 22, 21), concetto questo addirittura negato
nell’Islam, permeato dall’integrale identificazione tra autorità religiosa e
potere civile. La pressante pretesa di applicare alla vita civile il diritto
canonico, addirittura anche ai credenti di fedi diverse, apparirebbe, anche al
più zelante degli odierni cristiani, un’ipotesi semplicemente improponibile, mentre l’applicazione
integrale della legge coranica è ritenuta dagli islamici come un atto dovuto
anche in forme estreme come in Afghanistan, Sudan, Iran, Arabia saudita. Nell’Islam (Lewis 2002) “non c’è distinzione
tra legge canonica e legge civile … c’è un unica legge,
la sharia”. E permane “ l’assenza di un laicismo
originario nell’Islam ed il rifiuto di un laicismo venuto da fuori …”, ed
addirittura l’assenza in molte lingue di paesi islamici di un termine indigeno
per designare il concetto di laicismo, o di un termine importato privo di
connotazioni negative. Vale qui la pena di ricordare che il successo del
laicismo in Turchia dipende dalla natura empirista dei turchi, molto più
refrattari di arabi e persiani alla illusoria
seduzione delle ideologie e del radicalismo religioso, talchè la religione ha
generato, nei vari Paesi arabi ed in Iran, politici fanatici come i vari Fratelli
musulmani, khomeinisti, FIS, Talebani, al Quaeda, etc., mentre in Turchia, già
laicizzata dalla rivoluzione culturale kemalista, la religione ha prodotto un
partito islamico ed un leader, il premier Recep Erdogan, che “… ha realizzato
più riforme civili di quante ne avessero realizzato i governi precedenti …” non
islamici (Sergio Romano, Corriere della sera, 4/9/2005, pag.37).
La valorizzazione
dell’individuo in occidente è il risultato della somma delle rivoluzioni
culturali di Rinascimento, Illuminismo e Liberismo, contro il prepotere delle
Chiese sulla cultura e sul sapere, contro le corporazioni medioevali, contro
l’assolutismo monarchico, contro i monopoli tecnici, commerciali e culturali,
contro tutte quelle forze che si erano costituite il diritto di decidere cosa l’individuo potesse e dovesse
pensare e fare nel pubblico e nel privato. Non esiste nella storia dell’Islam alcunché di paragonabile od analogo a queste rivoluzioni
culturali e sociali.
La politica islamica. Una frustrante sensazione di fallimento senza
cause comprese determina negli islamici domande angosciose,
da cui consegue, nei più integralisti, la ricerca di soluzioni estreme. Tale
attitudine è ulteriormente incrementata
dal fatto che tutti i paesi islamici già colonie o protettorati di stati Occidentali
hanno da decenni conquistato l’indipendenza, senza però riuscire a darsi una
democrazia ma generalmente precipitando
in balìa di governi nazionali autoritari, oligarchici, spesso corrotti e
violenti con i propri concittadini, il cui principale impiego delle risorse
nazionali è l’acquisto di armi, senza poter più
imputare le proprie sfortune al dominatore coloniale. Alla
luce di tutto ciò è facile comprendere la diffusione dell’attitudine al
suicidio negli integralisti islamici: essa è la fase estrema di un’involuzione
culturale, derivante dalla perdita della coscienza di sé e dalla mancanza di
qualunque speranza di recupero del futuro proprio e dei propri discendenti, e
diviene una disperata ammissione di fallimento (… sono ossessionati dalla dignità: come corpi nudi in una società di
persone vestite, cercano freneticamente qualcosa con cui coprirsi. Il martirio è la migliore protezione che
possono raggiungere …, Napoleoni 2004).
A ciò si aggiunge un
problema biologico: l’incremento della popolazione, scarso in occidente,
altissimo e con conseguenze esplosive nei paesi islamici. Questa differenza è dovuta al controllo delle nascite in Occidente (accettato
e praticato anche in Cina ed India), che compensa l’avvenuto abbattimento della
mortalità infantile ed adulta, mentre nei paesi islamici l’abbattimento della
mortalità, ottenuto grazie all’igiene ed alla farmacologia importati
integralmente dall’Occidente, non viene compensato dal controllo delle nascite,
ritenuto una perversione morale dei corrotti Occidentali.
Nonostante
in Occidente si faccia un gran
parlare di “musulmani moderati” non si osserva nel mondo islamico una ripulsa
socialmente condivisa della violenza, dell’estremismo, del radicalismo
religioso e politico. L’Algeria è stata salvata dalle grinfie del radicalismo
religioso del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) grazie
al laicismo dell’esercito, non certo da una maggioranza politica nell’opinione
pubblica. In Marocco, Egitto, Tunisia, e Libia la “democrazia” in realtà è una
sorta di dispotismo illuminato di elite, che non può
nemmeno per un momento allentare il controllo sugli estremisti religiosi,
pronti a travolgere il governo dei moderati. Ytzhak Rabin non ebbe paura di farsi uccidere pur di affermare la politica del compromesso
con i palestinesi, mente il loro leader Arafat non trovò di meglio che
offrire il proprio riconoscimento a Saddam Hussein, ed offrire sponda politica
ai terroristi palestinesi e non. Ripetutamente Arafat si è trovato vicino ai
suoi fini politici, senza essere mai capace di transitare dal terrorismo alla
trattativa diplomatica disattivando la propria ala oltranzista, sempre
contraria al compromesso per timore di perdere il suo ruolo egemone.
L’inevitabile sviluppo di questa incapacità e stata la
perdita del controllo dell’uso della violenza, che da strumento politico si è
trasformato in fine autoperpetuante, indefinitamente gettando i palestinesi
nella spirale della violenza fine a se stessa. Nonostante la fine di Arafat, i palestinesi non sono usciti da questa
istituzionalizzazione del terrorismo, come mostrano le elezioni vinte da Hamas.
Si faccia il confronto, ad esempio, con i ribelli irlandesi e baschi, i quali
sono infine riusciti ad evitare di essere inghiottiti da questo medesimo
vortice.
Quando le milizie di Milosevic stupravano e massacravano i
musulmani bosniaci e kosovari, noi Occidentali ci siamo emendati da noi stessi,
rimuovendo quel governo con la forza: non si vede qualcosa di simile nel mondo
islamico. Parimenti la sinistra moderata italiana, di fronte alle BR si emendò
da sé stessa, e Guido Rossa, sostenuto dal suo partito, non ebbe paura di farsi
uccidere per denunziare chi attentava alla democrazia: per contro un terrorista
islamico denunciato dai suoi correligionari è un evento unico più che raro
(Andreoli 2005).
In conclusione il mondo
politico islamico non è riuscito ad esprimere una condanna del terrorismo, anzi
nemmeno una definizione di terrorismo, in alcuna delle sue sedi nazionali od
internazionali, a cominciare dalla Lega Araba.
La religione. È importante notare, senza moralismi, che l’espansione dell’Islam fin
dall’origine si è svolta esclusivamente al seguito di campagne militari di
conquista o per imposizione da parte di sovrani convertiti. Ciò è accaduto
anche ad altre religioni (al Cristianesimo, ad esempio, nelle Americhe) ma
nell’Islam non è avvenuta una diffusione per pacifico proselitismo come, almeno
in parte, per il Buddismo, per il Cristianesimo e per il Confucianesimo. Il
Cristo rese testimonianza di mansuetudine porgendo l’altra guancia,
riattaccando l’orecchio mozzato da Simon Pietro a Malco, mandato ad arrestarlo,
ed infine facendo sacrificio di sé stesso: l’esatto contrario
di Maometto, dedito all’uso della forza militare fin dal suo ritorno, armi in
mano, da Medina alla Mecca. Dobbiamo ammettere che l’uso della forza è
integrato nella storia dell’Islam fin dalle sue origini. L’aggressività
islamica originariamente derivava dal credo nella verità assoluta della propria
religione cui conseguiva l’obbligo del proselitismo universale, anche con le
armi. Tale credo è identicamente presente anche nel cristianesimo: crociata e
jihad sono concettualmente identiche, e conversioni
forzate al cristianesimo, come quella di Edgardo Mortara [un ebreo dello Stato
Pontificio n.d.r.], pur rare sono tuttavia avvenute anche in tempi moderni.
L’intolleranza ed il fanatismo di un domenicano del 1400, cacciatore di streghe
ed eretici, è identica a quella di un wahabita
odierno. Ma lo spirito delle crociate si è sopito anche nei credenti più
zelanti, la chiesa Cattolica non ha fatto obiezioni alla costruzione di una
moschea a Roma, e Giovanni Paolo II ha chiesto scusa ai non cattolici per le
sofferenze ad essi inflitte nel passato dai cristiani,
mentre gli islamici non hanno mai chiesto scusa ad alcuno per aver annientato
tutte le comunità cristiane del Medio Oriente e del Nord Africa dopo la
conquista di questi territori. Cosa succederebbe se venisse
proposta la costruzione di una chiesa cristiana alla Mecca? Magdi Allam
sostiene che l’Umma (la comunità dei credenti, la Nazione dell’Islam) non
rappresenta un elemento qualificante della identità
collettiva degli islamici, ma solamente una amplificazione astratta della
visione che gli Occidentali hanno della religione in generale e della propria
in particolare, e che arbitrariamente trasferiscono all’Islam. Allam sostiene
altresì che sbagliano gli Occidentali a ritenere che gli islamici ignorino e
rifiutino la separazione tra stato e chiesa. In contrasto con l’affermazione di Allam è il fatto che fin dalla sua origine, l’Islam è
nato come stato teocratico, fondato su di una rivelazione ed un codice divino. Ed in tempi moderni, in Iran il regime teocratico sciita si è affermato e consolidato per un consenso
vasto e reale tra la popolazione, come pure in Algeria il movimento religioso
integralista sunnita (il Fronte Islamico di Salvezza) ha conquistato la
maggioranza in democratiche elezioni. Insomma non si vede se e dove i
movimenti integralisti islamici pongano il confine tra politica e religione.
Inoltre è da notare che mentre gli islamici vengono
così denominati sia da sé stessi che dagli Occidentali, gli Occidentali vengono
denominati cristiani e crociati dagli islamici ma Occidentali (senza
connotazioni religiose) da sé stessi, per cui gli islamici chiedono alla
propria religione un supporto identitario che invece gli Occidentali non
chiedono. Come il clero cristiano, quello islamico non si è fatto sfuggire l’occasione di riprendere un preminente ruolo politico e
sociale nell’ultimo quarto del ‘900, alimentando strumentalmente il fuoco del
mai sopito integralismo religioso dopo l’eclissi determinata dalla
laicizzazione, dall’ateismo marxista e dall’agnosticismo edonista. Infine non
bisogna dimenticare che l’integralismo religioso riesplode con ciclica routine
nel mondo islamico, come già in passato con i vari Mahdi (10°, 12°, 19° secolo).
Bisogna pertanto concludere che anche se la religione non è il motore primo
dello scontro tra Islam ed Occidente, ne è comunque una fondamentale componente
che tuttavia maschera la vera causa, consistente in uno scontro di interessi e
di civiltà a scopo di mera conquista e predominio (Cooley 2000; Huntington
2000).
L’ISLAM E LA SINISTRA
ITALIANA
La “resistenza” islamica. In molti documenti della sinistra massimalista
italiana e straniera, ed in qualche caso anche della sinistra moderata, viene attualmente attribuito il nome di “resistenza” ai
ribelli di qualunque origine e fazione (nazionalisti, integralisti religiosi,
rivoluzionari sociali, loro ibridi), e con tale ecumenica etichetta vengono
legittimate tutte le azioni che essi compiono, senza alcuna distinzione
rispetto ai mezzi impiegati ed ai fini proposti. A questa operazione
ha prestato sostegno politico anche il vertice della magistratura italiana,
aggrappandosi al formalismo giuridico di
una legge dichiarata “poco chiara” (Virginio Rognoni, Corriere della sera del
27/01/05) per rimettere in libertà degli imputati arrestati come terroristi,
forse ritenendoli socialmente deboli e quindi da proteggere. Tale preconcetto
nel passato ha prodotto nell’opinione pubblica italiana un atteggiamento di accettazione riguardo al terrorismo in generale ed
islamico in particolare, fortunatamente in corso di spontanea revisione
(domanda n. 8, ISPO 2004). Tuttavia è opportuno che noi italiani siamo
consapevoli che la piaga dell’acquiescenza, della condiscendenza e del sostegno
morale agli islamici estremisti ed addirittura terroristi, subdolamente e
dolosamente mascherata da politically
correct, è diffusa all’estero più e peggio che in Italia, come dimostrato
dalla difficoltà dalla BBC di designare
con la parola terroristi gli stragisti del 7 luglio a
Londra. In modo sincrono la Corte costituzionale tedesca ha respinto la legge di applicazione del mandato di arresto europeo, pur essendo
questa “ … il solo strumento giuridico e di coordinamento, su base europea,
nella lotta al terrorismo … ” (P. Ostellino, Corriere della sera, 22/07/05).
Per comprendere quanto sia aberrante un ecumenico ed indiscriminato riconoscimento
del titolo di “resistenza” al terrorismo islamico, è opportuno fare dei
confronti con la resistenza antinazista ed antifascista europea. Per numerose
testimonianze, la resistenza italiana, francese, norvegese, cecoslovacca e di altri paesi si coordinò con molta efficacia con gli eserciti
alleati. In Iraq invece gli eserciti che hanno abbattuto una sanguinaria dittatura sono stati oggetto di pesantissimi attacchi da
parte di sciiti e bahatisti sunniti. Sarebbe come se in Italia i partigiani
cattolici, come Emilio Taviani od Enrico Mattei, invece di unirsi ai partigiani
marxisti e liberali, si fossero uniti ai fascisti per combattere gli
angloamericani, adducendo che questi ultimi erano un
occupante straniero invasore, mentre la resistenza ed il fascismo erano ambedue
genuine e quindi legittime espressioni nazionali e popolari.
Una delle accuse che viene quotidianamente rivolta agli alleati in Iraq è di fare
vittime civili nelle loro azioni militari. Si rammenti che mai nessuno, se non
i nazifascisti, ha mai rinfacciato agli angloamericani di aver fatto vittime
civili (e ne fecero tante) bombardando o cannoneggiando i nazifascisti. Di
fatto, in Italia gli angloamericani vennero accolti
come liberatori dalla popolazione, e non come occupanti aggressori, e mentre la
nostra popolazione non offrì alcun volontario supporto, nemmeno di passiva
omertà, ai nazifascisti, l’esatto contrario avviene oggi in tutto il mondo tra
popolazione islamica e terroristi.
Allo scoppio della seconda
guerra mondiale gli oriundi italiani, giapponesi e tedeschi in USA ad assai grande maggioranza diedero la propria lealtà alla nuova
patria di adozione, od al massimo chiesero di essere rimpatriati. Si faccia a
tal proposito un confronto con il comportamento dei tanti immigrati islamici in
occidente, tra i quali vi è stata non solo costante omertà verso i
correligionari terroristi (Dambruoso 2004), ma spesso attività terroristica
contro il paese (UK, Olanda, Francia) di cui avevano chiesto
di essere ospiti od addirittura cittadini.
Se poi guardiamo ai fini,
ci dobbiamo chiedere per quale fine combattano i
ribelli iracheni od afgani, rammentando che i menzionati Mattei e Taviani non
combatterono per instaurare uno stato
teocratico pontificio in Italia, o per sostituire il codice civile con
il codice di diritto canonico ed applicarlo coercitivamente anche ai non
cristiani ed ai non credenti. Francamente non si capisce quale difficoltà trovi
una certa sinistra ad individuare nei ribelli islamici i gemelli dei briganti
sanfedisti del cardinale Ruffo e nei ribelli ex bahathisti gli omologhi dei
militanti nella RSI. Si rendono conto gli europei del torto che fanno alla
propria resistenza contro nazisti e fascisti equiparando ad essa
i terroristi islamici che mandano al suicidio bambini di dieci anni imbottiti
di esplosivo?
La strumentalizzazione
politica nostrana. In conclusione l’unico fattore di legittimazione dei ribelli
iracheni od afgani che resta alla sinistra massimalista è l’antiamericanismo, o
se vogliamo l’antimperialismo, adducendo che è per il petrolio e non per la
libertà degli iracheni o degli afgani che gli alleati hanno invaso quei paesi.
Ma questa storia della guerra fatta per liberare popolazioni soggette, è una
storia ad uso di Peter Pan. Sovietici, statunitensi,
inglesi, francesi ed alleati vari fecero guerra ad
Hitler, Tojo e Mussolini non certo per liberare gli incauti tedeschi,
giapponesi ed italiani che li avevano lasciati salire al potere, ma per
bloccare l’espansionismo imperialistico di questi dittatori, altrimenti
incontenibile. E benché sia doloroso ammetterlo, la
democrazia è stata imposta dalle armi straniere a giapponesi, tedeschi e
sostanzialmente anche italiani, dopo che essi avevano plebiscitariamente (anche
in Italia) dato sostegno a governi nazionali criminali. In Italia le azioni di resistenza iniziarono solo dopo
l’armistizio dell’8 settembre 1943 (dopo l’occupazione
angloamericana della Sicilia), e per reazione alle brutalità dell’occupante
nazista piuttosto che per antifascismo.
Tuttavia ammettiamo pure
che l’ipotesi della guerra per il petrolio sia vera, ossia che un bel giorno
qualcuno al Dipartimento di stato USA si sia convinto che il petrolio saudita era perso perché ormai in balia di quaedisti e wahabiti, e
pertanto bisognava sostituirlo con quello iracheno. Ma la crescente richiesta
di petrolio viene dal mercato, ed il mercato siamo noi, i quali sotto la
tambureggiante propaganda di ecologisti dilettanti,
abbiamo rifiutato di sviluppare l’elettricità dall’atomo e, nascondendo la
testa sotto la sabbia, pur di non diminuire i nostri consumi energetici non ci vergogniamo di comprarla da chi la
produce dall’atomo sull’uscio di casa nostra.
Prodi: " .. tra le cause (del terrorismo) non mette al primo posto la
mancanza di democrazia ma la povertà e gli errori dell’arroganza
americana" (il Riformista, 21/02/05). Ma esiste
un problema che i nostri islamofili non si pongono: paesi come l’Arabia
saudita, l’Iran, l’Iraq, l’Algeria, la Libia, sono detentori di una ricchezza
grandissima ed hanno conquistato l’indipendenza politica ormai da decenni. Eppure dal punto di vista sociale questi paesi sono al
livello del nostro medioevo, o delle nostre signorie nei casi migliori,
essendovi regrediti dopo la fine del dominio coloniale, ed essendosi dati dei
governi autoritari, spesso corrotti e violenti con i propri concittadini.
Questo non dipende dalle Sette Sorelle, dato che lo
sfruttamento dei giacimenti petroliferi è ormai da tempo in mano ad enti
nazionali, e gli Occidentali pagano profumatamente il petrolio a prezzi OPEC,
ma è un fatto intrinseco a quelle società ed a quelle culture. La manovalanza
del terrorismo e dell’integralismo è in parte raccolta anche tra i diseredati,
ma soprattutto tra i borghesi spostati e disadattati socialmente, ed
addirittura tutti i quadri ed i finanziatori appartengono alla borghesia od
all’elite culturale, sociale, religiosa e laica, con il caso emblematico
di Bin Laden. Quindi il terrorismo religioso e politico è
un’espressione sociale genuina ed intrinseca di quei paesi, per i quali vale
tuttora quello che si diceva un tempo: da essi non si sà se gli ambasciatori
torneranno o no.
Quanto all'arroganza
americana, sarà pur vera, ma bisogna rammentare che i paesi islamici ex colonie
o protettorati (dall'Arabia saudita all'Algeria) hanno conquistato
l'indipendenza dalle potenze colonialiste con il benevolo e compiaciuto
placet degli Stati Uniti, e che UK e Francia, quando cercarono di riprendersi
il Canale di Suez manu militari dopo
la nazionalizzazione fatta da Nasser nel 1956, lo
dovettero mollare per ordine degli USA. Inoltre gli USA, pur con tutta
l’influenza che hanno avuto sugli affari interni dell’Arabia Saudita dal 1938
(scoperta del petrolio in Arabia Saudita) ad oggi, non hanno mai
“arrogantemente” interferito sul mantenimento della legislazione coranica in
quel Paese, talchè tuttora la legge saudita prevede il taglio delle mani per i
ladri e al lapidazione per le adultere. La verità è
l'esatto contrario di quanto dice Prodi: è la democrazia che determina una più
equa distribuzione della ricchezza e conseguentemente una maggior pace sociale,
la quale previene il terrorismo. Dove la democrazia manca, comandano ed
arricchiscono solo i satrapi e gli oligarchi ed alla popolazione non resta
altra espressione che la rivolta ed il terrorismo. Imputare
tutte le colpe alla povertà ed all’arroganza americana è un tradizionale
ma mendace alibi demagogico della sinistra buonista e piagnona.
Un altro luogo comune della
sinistra radicale è l’equiparazione Saddam/Bush (perfezionando l’assunto di
Khomeini sugli USA come Grane Satana), con il connesso dilemma se i neocons USA
costituiscano o no un male minore rispetto agli
integralisti islamici.
In merito si consideri che basta vincere una votazione per mandare Bush a casa, mentre
ci sono voluti i carri armati sull’uscio del mausoleo di Alì per convincere al
Sadr e Sistani. Ma soprattutto si consideri che i ribelli iracheni, tutti, vogliono impedire una votazione o farla avvenire sotto il
controllo delle proprie armi, ed allo scopo hanno massacrato ed annientato la
delegazione dell’ONU. L’11 settembre non sono stati gli
USA ad andare in Afghanistan e Iraq, ma sono stati gli islamici ad andare in
USA per gli scopi che sappiamo. I soldati USA, pur
responsabili di episodi di aberrazione militare, non uccidono per deliberata
scelta strategica gli spettatori di un teatro, i turisti, i bambini di una
scuola elementare, non scannano i cuochi, gli uomini delle pulizie, le persone
caritatevoli, né, di norma, lo fecero i partigiani italiani, anche se essi pure
ebbero bisogno dell’amnistia di Togliatti. Baldoni è stato ucciso non per ciò
che faceva, ma per ciò che era: un Occidentale ed un
moderato, e penosamente grottesca e strumentale è apparsa l’accusa di spionaggio a Torretta e Pari. Di
che altro c’è bisogno per capire che l’integralismo islamico è il nuovo
nazismo, che come il precedente ripete il suo Gott mit Uns ad ogni omicidio che compie? Felice Orsini, Gavrilo
Princip, Gaetano Bresci hanno eseguito mortali
attentati, ma hanno scelto bersagli istituzionali e se anche civili innocenti
hanno perso la vita per le loro azioni ciò è stato un fatto qualitativamente
incidentale e quantitativamente marginale. Il terrorismo che sceglie
programmaticamente se non esclusivamente vittime inermi nell’intento di
terrorizzare e manipolare l’opinione pubblica è piuttosto esemplificato dalle
cannonate di Bava Beccaris, dalle V2 su Londra, dal bombardamento di Dresda, ed
appunto dal terrorismo islamico.
La falsa integrazione. Dobbiamo serenamente dichiarare il fallimento
dell’integrazione degli islamici nella
società Occidentale. In UK e nei Paesi Bassi, dove il
multiculturalismo ha incubato i reati terroristici compiuti da islamici
divenuti cittadini del paese ospitante, od ivi addirittura nati. In
Francia, tradizionale luogo di villeggiatura per terroristi di varie
nazionalità e dove i medesimi “nuotano come un pesce nell’acqua”,
l’assimilazione è fallita e gli islamici non hanno alcuna lealtà verso le
istituzioni, come si è visto nella serie di attentati
del 1995-1996, nei più recenti tentativi sventati (Alberto Toscano, il Giornale
del 28 settembre 2005, pag.11) e negli
abnormi disordini del novembre 2005. Parimenti in Germania ed
in Italia (D’Ambruoso 2004; Andreoli 2005), usate come base logistica per
attività terroristiche internazionali, ed in Australia, con la recente
scoperta (novembre 2005) di un attentato sul punto di essere compiuto. Non
esiste un paese Occidentale che si possa sentire
sicuro della fedeltà alle istituzioni della comunità islamica in esso stanziata
(il Riformista, 26/07/05 pag. 3).
Ciò che viene
chiamato “politica dell’accoglienza” in realtà è stata la politica
dell’acquiescenza. Con piena ragione Magdi Allam (Corriere della sera del
23/9/2005 pag.50) ripete che i governi Occidentali hanno regalato le moschee ed i centri
culturali islamici in occidente ai predicatori dell’odio maestri ed
organizzatori del terrorismo. E Khaled Fouad Allam (la Repubblica, 20 settembre
2005) ribadisce che le scuole islamiche sono una “…
prigione psicologica per quei ragazzi …” che le frequentano, i quali vivono
“…una identità completamente chiusa al mondo esterno …”. Un multiculturalismo
ipocrita e miope ha prodotto il peggio, favorendo i peggiori estremisti, poiché
gli Occidentali si sono rifiutati di assumere la responsabilità di scegliere
chi accettare e chi respingere (Emanuele Boffi, il Giornale, 29 settembre
2005). Tale tentativo non merita il nome di integrazione,
in quanto si è trattato di una mera giustapposizione, in cui la cultura più
ricca ha sovvenzionato la frazione estremista della più povera purchè questa
non creasse problemi nel territorio
nazionale ospitante. Come poteva reggere questa infantile
illusione se le due culture non venivano cementate da una base ideale comune?
Dobbiamo ricordare che storicamente le
integrazioni riuscite sono state solamente quelle in cui ciascuna cultura ha
dato qualcosa del proprio e preso qualcosa dell’altro. Ci dobbiamo quindi
chiedere: quali valori dell’odierno
Islam possiamo noi desiderare essendone privi? E
viceversa, cosa della nostra cultura e dei nostri valori (non dei nostri
manufatti!) hanno mostrato di desiderare
gli islamici?
CONCLUSIONI
Riteniamo che la decadenza
dell’Islam derivi dalle sinergie di tutti i fattori precedentemente
enunciati, senza che valga la pena di definire quale pesi di più o di meno. Da
questo quadro risulta un mondo con poca speranza di
pace per la prossima generazione. Ma ciò che più preoccupa è che non appare
chiara e determinata la volontà di sopravvivere dell’Occidente,
presuntuosamente sicuro della propria superiorità tecnologica e culturale ed
indebolito da vaste correnti di autolesionismo e di
buonismo rinunciatario ed ipocrita. Speriamo che sotto la pressione
dell’aggressività islamica, l’Occidente, soprattutto quello Europeo,
risvegli le sue forze vitali e comprenda che per sopravvivere è indispensabile
ed urgente prevalere sugli islamici integralisti, se necessario con la forza.
C’è tuttavia un problema che non possiamo eludere: quella speranza di
riscattare il proprio futuro che gli islamici non hanno, dobbiamo tentare di
dargliela noi Occidentali, credenti e/o non credenti. A più lunga scadenza dobbiamo riuscire a coinvolgere gli islamici non
estremisti in progetti da realizzare insieme, facendo loro sentire che i loro
problemi, noi li consideriamo parimenti nostri. Un esempio di questo
coinvolgimento e dato dalla possibilità di votare che è stata regalata agli
iracheni dagli eserciti di occupazione, al prezzo
delle vite di tanti soldati e civili occidentali, rammentando che la stessa
possibilità è stata identicamente regalata anche a noi italiani dalla sconfitta
inflitta dagli angloamericani alla dittatura nazifascista cui ci eravamo dati
in balia. E rammentando che gli angloamericani sarebbero
venuti a capo dei nazifascisti anche senza partigiani (come avvenuto in
Giappone e Germania), mentre senza angloamericani noi saremmo ancora oggi sotto
un governo nazifascista. Un altro esempio è dato dalle pressioni sulla
Siria per sloggiarla dal Libano, bonificare il Libano dai terroristi e
restituire l’indipendenza ai libanesi. Se non
riusciremo in questi tentativi di solidarietà e di reciproco riconoscimento
umano, potremo anche riuscire a reprimere con la forza materiale l’aggressività
nei nostri confronti, ma solo momentaneamente. Tuttavia per
il momento deve essere spiegato agli italiani, senza bellicismi
propagandistici, che il 60% delle riserve petrolifere mondiali si trova in aree
islamiche, che l’accessibilità a queste riserve significa la sopravvivenza per
le prossime generazioni, che l’accessibilità può implicare anche l’occupazione
territoriale con la fanteria. Sulla base di
tali premesse ciascuno dovrà poi decidere se garantirsi l’accessibilità a quel
60% o se delegarla agli islamici khomeinisti e quaedisti, sperando nel loro buon volere e nella loro
leale disponibilità al commercio. Enrico Mattei giustamente pretendeva che al
suo Paese fosse consentito di accedere alle risorse
petrolifere senza pagare il pedaggio alle Sette
Sorelle, ed in questa battaglia perse la vita. Ma
se oggi noi abbiamo la stessa pretesa senza
pagare il pedaggio alle teocrazie islamiche, bisogna che partecipiamo
allo sforzo militare per eliminare il fanatismo religioso dal Medio Oriente e
dall’Asia centrale, ove si trova quel 60%. Oppure pretendiamo di riempire il
nostro secchiello di petrolio mentre i costi militari (in vite umane e risorse
finanziarie) per mantenere libero questo accesso sono
a carico di altri?
Quanto ai politici
nostrani, per un europeo si impongono delle domande:
quale sostegno hanno dato le nostre sinistre agli iracheni per portarli
all’autodeterminazione ed alla democrazia? Quale sostegno hanno
dato le nostre sinistre ai palestinesi per liberarli della miope banda di
terroristi e profittatori che li ha governati sotto la direzione di Arafat?
Quale apporto hanno dato le nostre sinistre per
fronteggiare l’attacco internazionale del terrorismo religioso integralista? Ed in particolare: la strategia della sinistra italiana è la
diffusione della democrazia oppure uno strumentale antiamericanismo o
addirittura soltanto l’antiberlusconismo? Per quale motivo le sinistre (Prodi
in testa quando era presidente della Commissione UE) non hanno mai obiettato
nulla all’uso di fondi regalati dall’Unione Europea alle scuole palestinesi per
allestire libri di testo, i quali in realtà inneggiavano all’annientamento di Israele? Quale miopia ha indotto i governi europei ad
essere i maggiori benefattori dei palestinesi (500 Ml di €/anno dal 2003) i
quali hanno deciso di procedere verso la loro democrazia dando la maggioranza
elettorale ai terroristi di Hamas (Adriana Cerretelli, Corriere della Sera, 28
gennaio 2006)? Perché la sinistra si è distinta in un
costante accreditamento dei peggiori tra gli islamici (Rodolfo Casadei, il
Giornale, 29 settembre 2005)? Gli odierni algerini del Fronte Islamico di
Salvezza (salvezza da che cosa?) desiderano soltanto instaurare la legge
coranica come codice civile e penale, ossia desiderano far regredire i propri
concittadini alla cultura giuridica di un cammelliere medioevale. Anche se il
FIS ha democraticamente conquistato la maggioranza elettorale, per un Occidentale
figlio dell’illuminismo e del socialismo dovrebbe essere arduo accettare un
militante del FIS come compagno di strada, dato che la
cultura dell’attuale integralismo sharaitico in tutto il mondo islamico
pretende da credenti e miscredenti una adesione cieca pena il massacro.
Dobbiamo smettere di
nascondere a noi stessi l’essenza di scontro di civiltà oltre che di interessi insito nel nostro attuale rapporto con l’Islam,
anche con l’Islam moderato. La reciproca indipendenza ed autonomia dei valori
laici e di quelli religiosi è un problema di culture e di civiltà, ed è un
problema che, a differenza dell’Islam, l’occidente ha affrontato al proprio
interno (ossia nell’area di diffusione del Cristianesimo) attraverso
Rinascimento, Illuminismo e Liberismo, ed ancora non ha finito di risolverlo. Il
risultato attuale è la cultura laica e liberale nella quale viviamo, risultato
costato infiniti lutti e soprusi, dal rogo di Bruno al processo a Galilei, alle
guerre di religione ed alle stragi della Vandea. Oggi lo scontro tra i medesimi
valori si svolge sia pure ancora in piccola parte già all’interno dell’Islam,
ed ancor di più tra gli islamici e noi. In futuro è auspicabile che un numero
crescente di islamici si chieda se sia giusto fare dei
figli per mandarli al suicidio nell’interesse di capi religiosi che di proprio
non si espongono mai. Se la risposta sarà che non è giusto, allora lo scontro
tra culture si attenuerà e resterà in piedi solo lo scontro di
interessi materiali, forse più facile da conciliare. Per parte loro gli
islamici devono provvedere da se stessi ad eliminare i loro estremisti dalle
loro comunità riprendendosi il proprio destino, attualmente
in balia di fanatici in tutto simili ad Adolf Hitler. Gli islamici non
integralisti devono comprendere che se non provvederanno da sé stessi, inevitabilmente
provvederà la comunità internazionale, la quale lo farà molto più
grossolanamente e senza riconoscere loro la capacità di emendarsi da sé stessi.
Bibliografia
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Europe. Oscar Mondatori, 2004
Marcella Andreoli. Il telefonista di Al Quaida. Baldini Castaldi Dalai, 2005
John K. Cooley. Una guerra empia,
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Stefano Dambruoso, Guido Olimpio.
Milano-Bagdad, Mondatori, 2004
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delle civiltà, Garzanti, 2000
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economia del terrorismo, Tropea, 2004
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fondamentalismo islamico, Editori Riuniti, 2001