Risorgimento e fascismo nel centenario del 1919
Spunti di riflessione nel centenario della Vittoria (4 novembre 1918) e dell’adunata di Piazza San Sepolcro (23 marzo 1919)

Antonio Gramsci, nella sua esegesi del Risorgimento, seppe coglierne una valenza rivoluzionaria sia pure parziale, ma tanto più significativa, in quanto era stata espressa senza bisogno di una vera rivoluzione: il cammino verso lo Stato Nazionale fu opera maggioritaria dei moderati, che seppero indirizzare verso un obiettivo decisamente conservatore anche il contributo del progressismo mazziniano, comunque ragguardevole. Dal canto suo, Benedetto Croce si spinse più avanti, ponendo in luce come quel periodo della storia d’Italia non fosse stato «il» Risorgimento ma un vero e proprio «Sorgimento». È vero che esisteva una tradizione culturale unitaria presente nei versi di Dante e di Petrarca, consolidata nel Rinascimento e ribadita nella grande letteratura romantica, ma l’unità politica, dalla fine dell’Impero Romano in poi, era stata, nella migliore delle ipotesi, una nobile utopia. Senza dire che, sempre per Croce, la stessa «romanità» aveva avuto un carattere universale, giammai «italiano».

In entrambe le concezioni non è azzardato cogliere un «fumus» di obiettiva aderenza a quella che Machiavelli avrebbe definito «realtà effettuale». La contraddizione è soltanto apparente, perché il Risorgimento ebbe contenuti politicamente complessi e talora eclettici, ma nello stesso tempo ben lontani da un’autentica partecipazione popolare, anche se i plebisciti del 1861 e più tardi quelli per l’annessione del Veneto e dello Stato Pontificio videro il successo delle opzioni unitarie con percentuali «bulgare» (solo in Toscana si ebbe una quota significativa di suffragi per il Granduca).

Molte simpatie delle classi subalterne furono rivolte alla difesa dell’antico regime e della sua storica alleanza con l’Altare: si era già visto in parecchie occasioni, dal 1799 in poi, come le posizioni sanfediste fossero saldamente e ampiamente diffuse, e la conferma sopravvenne con tutta evidenza durante la repressione del movimento legittimista nel Mezzogiorno, che dal 1861 in poi avrebbe impegnato il nuovo Stato Unitario in una sanguinosa lotta decennale contro i «briganti» costata, in termini di vite umane, più delle tre guerre d’indipendenza globalmente considerate. Non a caso, caddero almeno 14.000 persone, in larga maggioranza di parte legittimista, senza contare tutti coloro che languirono nelle carceri sabaude, talvolta sino alla morte.

Le stesse classi superiori vissero l’esperienza risorgimentale in modo spesso antitetico. La pregiudiziale rivoluzionaria di Carlo Pisacane aveva ben poco in comune con l’idea del «Primato» che fu cara a Vincenzo Gioberti, e con le nobili «Speranze» di Cesare Balbo; del pari, l’«ethos» mazziniano, unitario e repubblicano, poteva coniugarsi solo marginalmente con la concezione federalista del Cattaneo. Caso mai, fu il genio politico del conte di Cavour, espressione della borghesia illuminata piemontese, rigidamente monarchica, a «contemperare» tutte quelle opinioni, come aveva detto Giovanni Botero nella sua definizione della ragion di Stato, in una sintesi pragmatica quanto si vuole, ma improntata a un lungimirante realismo.

Il Risorgimento, soprattutto nella sua fase conclusiva, non andò troppo per il sottile. In Toscana, terra di antica civiltà che non a caso era stata la prima a eliminare la pena di morte dal suo ordinamento ben prima del 1789, il passaggio dei poteri ebbe luogo senza colpo ferire, grazie al senso politico di Leopoldo II che diede ordine di non sparare e di preparare la carrozza che lo avrebbe portato in esilio, tanto che a mezzogiorno, come racconta il suo cronista Raffaello Lambruschini, «la rivoluzione andò a desinare».

Fu un’eccezione, perché altrove si ebbero lacrime e sangue: da una parte, sui campi di battaglia di Solferino e San Martino, tanto sanguinosi da promuovere la costituzione della Croce Rossa, e più tardi su quelli di Custoza e Bezzecca o nelle acque di Lissa, e dall’altra parte, nelle stragi perpetrate indifferentemente da garibaldini e Piemontesi durante le spedizioni contro il Regno delle Due Sicilie: in proposito, si pensi a episodi efferati come quelli di Bronte, di Casalduni e di Civitella del Tronto, dove si consumò, assieme a quella di Messina, l’ultima resistenza borbonica dopo la caduta di Gaeta che aveva visto massimi protagonisti il Sovrano Francesco II e la Regina Maria Sofia.

Non è per caso che un deputato liberale come Giuseppe Ferrari, non certo sospettabile di simpatie borboniche, in un discorso pronunciato al Parlamento Subalpino nel novembre 1863 – quando il Regno d’Italia era stato proclamato da un solo triennio – avesse detto senza mezzi termini che i legittimisti meridionali combattevano «sotto la propria bandiera nazionale» e che pur potendoli chiamare «briganti» per il loro comportamento insurrezionale, non si doveva dimenticare che in poche migliaia tenevano testa a «un esercito regolare di 120.000 uomini» capace di radere al suolo «una città di 5.000 abitanti» come era accaduto a Pontelandolfo il 13 agosto 1861. A più forte ragione, fu indicativo che Benjamin Disraeli avesse dichiarato alla Camera dei Comuni quanto fosse contraddittorio definire gli insorti polacchi alla stregua di patrioti, e bollare con l’epiteto di banditi quelli del Mezzogiorno Italiano.

Alcuni decenni più tardi, Giustino Fortunato, meridionalista di rara obiettività, avrebbe scritto che nel 1860 il Regno Borbonico del Sud era stato «in floridissime condizioni» (senza aggiungere che poteva contare sulla coscrizione volontaria, il divorzio e un sistema fiscale non vessatorio) e che il regime unitario aveva finito per vanificare ogni potenzialità di sviluppo economico «sano e profittevole» come accadde per l’industria tessile in Terra di Lavoro e per quella mineraria in Calabria.

Va sottolineato che il Risorgimento ebbe la possibilità di conseguire il suo massimo obiettivo, quello dell’unità nazionale, grazie alla congiuntura politica internazionale e all’indubbia capacità del Cavour di volgerla a suo favore nel «decennio di preparazione» e nelle vicende decisive del 1859. Lo stesso dicasi per l’acquisizione del Veneto grazie all’alleanza con la Prussia nella breve guerra del 1866 contro l’Austria, e a più forte ragione per quella di Roma, sopravvenuta quasi inopinatamente nel 1870 approfittando della disfatta di Napoleone III a Sedan e della conseguente perdita, da parte dello Stato Pontificio, del suo massimo protettore; tra l’altro, nemmeno quella fu una passeggiata militare, perché i bersaglieri impiegarono dieci giorni per raggiungere Porta Pia dopo avere forzato il confine.

In sostanza, il Risorgimento è stato opera di una minoranza ristretta, sebbene animata da grandi ideali sia pure contraddittori. Le masse non furono coinvolte se non marginalmente nel processo unitario, che avrebbe compiuto nuovi progressi importanti con le grandi lotte sociali dei decenni successivi (culminate nelle repressioni del 1894 in Lunigiana o del 1898 nella stessa Milano quale reazione ai cannoni di Fiorenzo Bava Beccaris); e nello stesso tempo, con l’esperienza delle guerre africane di Abissinia e di Libia, a loro volta impopolari ma capaci di creare nuovi vincoli di solidarietà tra soldati provenienti da tutte le regioni, precursori di quelli certamente maggiori indotti dalla Grande Guerra.

Ebbero un ruolo psicologicamente rilevante, poi, le pregiudiziali dell’irredentismo democratico contro l’innaturale Triplice Alleanza, il regicidio di Monza che provocò una notevole ondata di «solidarismo» moderato, e soprattutto, la tragedia del grande terremoto di Messina e di Reggio Calabria che nel 1908 fece compiere al senso unitario e affettivo del popolo italiano un balzo di grande ampiezza, a cui avrebbe dato un contributo non marginale la stessa Austria quando si seppe che il suo Stato Maggiore avrebbe voluto approfittare della circostanza per «liquidare» l’Italia, i cui «giri di valzer» con le Potenze Occidentali non erano naturalmente graditi al Governo di Vienna.

L’apporto decisivo alla maturazione dell’idea di unità come valore umano e sociale, ancor prima che civile e culturale, venne dalle trincee del Carso e del Piave, dove si trovarono affratellati davanti all’interminabile strage milioni di giovani, sia Settentrionali che Meridionali. Nelle classi superiori e in primo luogo tra gli ufficiali, il Conflitto Mondiale venne vissuto come ultimo atto del Risorgimento, sia per l’obiettivo di affrancare Trento e Trieste dal dominio austriaco, sia per la lotta contro il pervicace assolutismo degli Imperi Centrali, simboleggiato dalle forche su cui si erano immolati Cesare Battisti, Nazario Sauro e tanti altri patrioti, a cominciare da Guglielmo Oberdan, che li aveva preceduti nel 1882, vittima di un processo alle intenzioni ma soprattutto della protesta contro un’alleanza che molti ritenevano inammissibile. Nelle classi inferiori, invece, non poteva ancora esistere con piena consapevolezza una sensibilità analoga, che peraltro si fece strada piuttosto rapidamente anche alla luce della contestuale promessa di «terra ai contadini» (poi disattesa) che costituivano un’ampia maggioranza delle forze combattenti.

Il sole di Vittorio Veneto, autentico «momento magico» nella storia italiana del Novecento, parve coinvolgere tutti in un unico abbraccio, il cui corollario sarebbe stato, di lì a breve, l’impresa fiumana compiuta da Gabriele d’Annunzio nel 1919, destinata a determinare, anche per la collaborazione decisiva di Alceste De Ambris e del movimento sindacalista rivoluzionario, un passaggio importante verso l’idea di una «Grande Italia» etica ancor prima che politica, e socialmente molto aperta, come attesta la Carta del Carnaro, talmente avanzata – anche nell’affermazione del ruolo «sociale» della proprietà – da avere attirato attenzioni non formali da parte della stessa Russia Sovietica.

La frattura con l’Italia ufficiale, drammaticamente espressa dal Natale di Sangue del 1920, avrebbe dimostrato che non era più tempo di alchimie politiche ma che era giunto il momento di saldare i valori più importanti di un Risorgimento finalmente condiviso, con quelli di un nuovo universalismo, non già in senso conservatore, ma in una prospettiva decisamente sociale, corroborata sul piano etico da una bene accetta saldatura tra il forte agire e il nobile sentire, simboleggiata dall’epopea del Milite Ignoto, traslato a Roma nel terzo anniversario della Vittoria (1921) sotto una pioggia di fiori, fra due interminabili ali di folla commossa.

Sulle origini del fascismo e sulla sua conquista del potere esiste una letteratura sterminata. Qui, è congruo limitarsi a porre in evidenza che la sua continuità ideale col Risorgimento, pur essendo stata richiamata sia pure parzialmente dalla stessa storiografia fascista, appare quanto meno relativa: anzitutto, perché il Risorgimento ebbe un carattere elitario, mentre il fascismo ha avuto quello di un importante fenomeno di massa, soprattutto negli «anni del consenso» antecedenti l’approvazione delle leggi razziali. Nello stesso tempo, non va dimenticato che il Governo Mussolini aveva saputo chiudere il contenzioso col Vaticano dopo il lungo sessantennio in cui il Tevere era stato «più largo» e aveva interpretato un auspicio sempre presente nel cuore dei Cattolici, vale a dire nella stragrande maggioranza dei cittadini.

Il movimento dei «Fasci di combattimento» era sorto ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano, nella celebre assemblea di Piazza San Sepolcro, dove il discorso inaugurale di Benito Mussolini, pur concluso tra grandi ovazioni, si era limitato a illustrare tre punti fondamentali: la gratitudine della Patria nei confronti di tutti coloro che avevano versato il proprio sangue nella Grande Guerra appena conclusa; il rifiuto dell’imperialismo e il riconoscimento del buon diritto italiano su Fiume e sulla Dalmazia; il carattere innovativo del movimento nei confronti di uno sterile parlamentarismo e l’impegno a battersi «con ogni mezzo» contro le opposizioni che non intendessero riconoscere i nuovi valori.

L’avvento dello «Stato forte» venne poi salutato, con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e la conquista del potere, come una difesa della libertà e della sicurezza nei confronti delle forze sovversive, e in quelli di un fatale disastro economico, guadagnando ampie adesioni nelle classi superiori e nella borghesia ma anche nel proletariato grazie a provvidenze sociali innovative, tra cui l’istituzione della previdenza obbligatoria, l’assicurazione antinfortunistica, l’assistenza alle giovani madri, il progressivo azzeramento dell’emigrazione e le politiche di sviluppo agricolo e industriale culminate nelle successive grandi bonifiche dell’Agro Pontino, dell’Alto Campidano e della Capitanata, nella realizzazione dell’Acquedotto pugliese e di quello istriano, nella costituzione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale e nel progetto rapidamente realizzato, come ha ricordato Antonio Pennacchi, di ben 147 «città di fondazione». Da questo punto di vista, il salto di qualità nei confronti dell’Italia liberale scaturita dal Risorgimento è di tutta evidenza.

In politica estera, il fascismo aveva assunto un atteggiamento molto concreto a cominciare dalla spedizione di Corfù, disposta nel 1923 a seguito degli incidenti in cui alcuni Italiani in missione di pace avevano perso la vita per mano greca; poi, impegnandosi nella definizione del problema di Fiume ereditato da Giolitti e nell’acquisizione definitiva della città liburnica (1924). In seguito, non sarebbe mancato l’impegno militare, come avvenne nella riconquista integrale della Libia, dove la presenza italiana si era ridotta ai maggiori centri rivieraschi; nella ricerca del «posto al sole» in Abissinia cui seguirono, non tanto paradossalmente, adesioni convinte anche da parte di precedenti oppositori a seguito delle sanzioni internazionali comminate all’Italia che aveva risposto con la «Giornata della fede» all’insegna di un’ampia partecipazione popolare; e infine, nella partecipazione alla guerra di Spagna in appoggio alle forze cattoliche del Generale Francisco Franco, cui andavano simpatie largamente maggioritarie se non altro alla luce delle persecuzioni promosse dai «rossi» nei confronti dei sacerdoti e delle suore, ampiamente documentate dagli strumenti di comunicazione del fascismo (e non solo).

Nei riguardi della Jugoslavia, dopo le tensioni legate alla lotta contro il terrorismo di Orjuna e Tigr, le Associazioni segrete che erano state particolarmente attive fino all’inizio degli anni Trenta, si diede vita a relazioni di buon vicinato culminate nell’accordo di amicizia del 1937. La Dalmazia, dopo la sostanziale cancellazione del Patto di Londra nel trattato di pace del 1919 e nelle successive appendici di Rapallo e di Roma, era rimasta irredenta, ma le relazioni fra Roma e Belgrado fecero registrare un significativo miglioramento proprio negli anni di massimo consenso al fascismo (anche all’estero), quasi a sottolineare il ripristino di una continuità etica e politica non tanto col Risorgimento, quanto con la componente mazziniana che aveva promosso nuovi rapporti di collaborazione proprio nell’ambito balcanico.

Conviene aggiungere che la politica di «entente cordiale» con la Jugoslavia era stata impostata su basi realistiche di reciproco interesse, tanto è vero che sopravvisse per venti mesi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e per circa dieci alla discesa in campo dell’Italia, che al pari di quelle tedesca, bulgara e ungherese venne imposta, nella primavera del 1941, dal colpo di Stato di Belgrado e dal subitaneo rovesciamento della precedente alleanza con l’Asse: un fattore spesso ignorato anche ai massimi livelli storiografici quando si parla delle ragioni che diedero luogo a un’estensione del conflitto tatticamente necessaria ma strategicamente pregiudizievole.

In buona sostanza, il fascismo, che più tardi Croce avrebbe liquidato frettolosamente come una «parentesi» nella storia d’Italia se non addirittura come un incidente di percorso, costituì un «quid novi» proprio perché, per la prima volta, ebbe la capacità di coniugare politica e partecipazione, spesso senza ricorrere a strumenti costrittivi che pure non mancarono, come attesta il frequente utilizzo del confino, ma che non furono essenziali nella conquista e nella gestione del potere, viste le ampie adesioni al regime.

Almeno in parte, i reduci avevano avuto la terra, sia pure a riscatto; l’informazione era diventata capillare grazie alle radiodiffusioni e ai cinegiornali; la cultura e l’educazione nazionale avevano fatto registrare un progresso di forte valenza collettiva con la riforma scolastica di Giovanni Gentile, il progressivo abbattimento dell’analfabetismo e a più alto livello, con il programma della grande Enciclopedia e l’istituzione dell’Accademia. Non mancarono grandi successi sportivi, tra cui due vittorie nei campionati mondiali di calcio, e a livello d’immagine, il trionfo della trasvolata atlantica di Italo Balbo, il genio di Guglielmo Marconi, il monolite della Farnesina e i marmi del Foro Italico.

Nonostante le sovrastrutture burocratiche e una facile retorica, il fascismo parve realizzare il grande sogno «universale» di Berto Ricci e porsi come paradigma di riferimento anche altrove, suscitando forti simpatie non soltanto in Germania ma persino in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, destinate ad aumentare in occasione degli eventi che attestavano la forza vitale della «giovane» Italia, e quando Mussolini parve ergersi a difensore della pace, come accadde nella Conferenza di Monaco (1938).

Eppure, nello stesso modo indubbiamente rapido con cui era stato guadagnato, il consenso al fascismo venne perduto: non già per le leggi in difesa della razza, che pure avevano suscitato vivaci proteste da parte dello stesso Balbo o del Maresciallo De Bono, e che in origine avevano tratto le prime motivazioni dall’opportunità di salvaguardare la «purezza» italica soprattutto nelle colonie, dove il fenomeno del «madamismo» (convivenza con le donne indigene) aveva assunto dimensioni piuttosto ampie; quanto per le sorti sfavorevoli della guerra, dichiarata a Francia e Gran Bretagna il 10 giugno 1940, e più tardi, anche all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti.

Le cause della sconfitta furono parecchie, spaziando dall’impreparazione militare all’ipotesi drammaticamente sbagliata che la guerra fosse vinta a priori; dal tradimento che coinvolse alcuni alti comandi agli errori strategici tra cui quello dell’intempestivo attacco alla Grecia; dal passaggio di campo compiuto in modo tragicamente farsesco nel 1943 all’incapacità di programmare una difesa razionale del territorio, al contrario di quanto era accaduto nel 1917. In effetti, l’8 settembre il fascismo era già caduto da un mese e mezzo a opera del Gran Consiglio e della Monarchia anche se avrebbe trovato la forza di risorgere dalle proprie ceneri, grazie al determinante supporto tedesco, con la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana, di poco successiva: una sorta di amaro crepuscolo degli dèi in cui trovarono spazio atti di eroismo per la difesa dell’onore tanto più significativi, essendo evidente come la partita fosse compromessa, e nello stesso tempo tanto più tragici perché negli ultimi venti mesi la guerra, ormai senza pietà, fu combattuta in primo luogo fra Italiani.

Come durante il Risorgimento, la partecipazione fu limitata, sia da una parte che dall’altra, lasciando spazi di grande ampiezza all’opzione attendista, che peraltro, secondo logica, non era affatto immune da pericoli, costituiti dai bombardamenti non meno che dalle rappresaglie. La Repubblica Sociale, con l’ausilio della Wehrmacht, ebbe la possibilità di contare su parecchi fascisti di provata fede e di fedeltà alle origini, mentre la Resistenza, le cui forze furono costituite in larga maggioranza dai partigiani comunisti, non mancò di evidenziare il suo riferimento ideale proprio alle battaglie risorgimentali, sia pure con ovvie forzature: in effetti, le guerre d’indipendenza non avevano avuto carattere fratricida essendo state combattute contro il nemico straniero, mentre quella contro i «briganti» non aveva mai avuto il contenuto sociale che i paladini della Resistenza medesima affermavano di perseguire.

A proposito di fatti d’arme, conviene porre in luce che le «guerre del Duce», sebbene determinanti in senso negativo per i destini nazionali, furono certamente minoritarie nell’ambito di tutte quelle che vennero combattute dal Risorgimento in poi. A parte le tre guerre d’indipendenza contro l’Austria, e quella di Crimea a fianco degli Alleati, l’Italia liberale aveva dovuto impegnarsi nella lunga repressione dei conati legittimisti nel Mezzogiorno, nell’attacco allo Stato Pontificio (particolarmente difficile sul piano diplomatico) e più tardi nelle guerre «africaniste» di Abissinia e di Libia, senza dire, ben s’intende, del Primo Conflitto Mondiale e del codicillo di Fiume, quando il Governo Giolitti non aveva esitato ad aprire il fuoco contro il piccolo esercito legionario. Il fascismo, dal canto suo, volle battersi «soltanto» nella nuova guerra d’Etiopia, in quella di Spagna (sia pure attraverso formazioni volontarie) e nella Seconda Guerra Mondiale, sia pure in un periodo relativamente più breve, mentre il Regno del Sud trovò il modo, nell’ottobre 1943, di rivolgere le armi contro quella stessa Germania al cui fianco, meno di tre mesi prima, il Maresciallo Pietro Badoglio aveva solennemente dichiarato di voler continuare a combattere, quando l’armistizio del 3 settembre era stato appena firmato, ma non ancora reso noto.

La crisi determinata dall’8 settembre e dalla guerra civile ha avuto conseguenze durature, i cui effetti si scontano ancor oggi. Il progressivo sviluppo di malgoverno, corruzione, consumismo materialista e relativismo sempre più diffuso, per non dire degli episodi di alto tradimento nei confronti dell’unità nazionale come quello avutosi a Osimo nel 1975 – quando l’Italia ha ceduto alla Jugoslavia l’ultimo lembo di terra istriana senza alcuna contropartita – se non anche nei confronti della Costituzione repubblicana, come è accaduto con gli interventi militari in Iraq o in Afghanistan, provengono dall’affievolimento del senso dello Stato, o meglio dall’annullamento del suo «ethos» e dal trionfo ormai incontrastato del «particulare» teorizzato da Francesco Guicciardini. In diverse occasioni, l’Italia è sembrata tornare, anche alla luce di ricorrenti suggestioni regionalistiche o municipalistiche, quella che apparve al principe di Metternich nei tempi difficili della Restaurazione e della Santa Alleanza: una semplice «espressione geografica».

In ultima analisi, per quanto possibile oggettiva, il fascismo ha prodotto uno sforzo a tratti ciclopico per completare il processo unitario e per «fare» veramente gli Italiani secondo l’auspicio di Massimo d’Azeglio, che peraltro è rimasto in buona misura sulla carta, ma il grande consenso raccolto soprattutto nella prima metà degli anni Trenta non è stato sufficiente: la mancanza di una tradizione nazionale consolidata nei secoli, diversamente da quella presente in altri grandi Stati Europei, ha innescato un poderoso ritorno dell’individualismo, prima ancora della crisi militare e della perdita di fiducia nello stellone tradizionale. Come avrebbe detto amaramente lo stesso Mussolini verso la fine del suo percorso politico, governare gli Italiani non è difficile, ma inutile: aforisma di sicuro effetto ma tanto più tragico e in qualche misura sorprendente, perché sembra contraddire un principio essenziale di dottrina dello Stato etico, e a più forte ragione di quello fascista.

Secondo il celebre assunto petrarchesco, «l’antiquo valore negli italici cor non è ancor morto», ma oggi l’assunto è valido soltanto per una minoranza aristocratica – nel senso etimologico del termine – e completa una catarsi che riporta alle condizioni elitarie del Risorgimento, sia pure con taluni caratteri «in pejus» perché manca lo sprone a perseguire obiettivi talvolta strumentali ma a un tempo moralmente e politicamente qualificanti come quello dell’Unità; e perché l’impegno di conoscere il passato per preparare il futuro, al di là delle celebrazioni storiche dell’unità nazionale o della Vittoria nella Grande Guerra, si coniuga con una cultura avulsa dalla fede, e quindi da una «lieta speranza».

Il cammino è lungo e la meta molto lontana, ma la linea del possibile, secondo la celebre affermazione di Benedetto Croce, può ancora spostarsi «grazie alla forza inventrice della volontà che veramente vuole».

(gennaio 2019)

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