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San Massimiliano Kolbe
frate francescano, al campo di
Auschwitz offrì la propria vita in cambio di quella di un prigioniero che aveva
moglie e figli. Giovanni Paolo II lo ha proclamato «patrono dei nostri
difficili tempi»
San
Massimiliano Kolbe - al battesimo Raimondo - nacque l'8
gennaio del 1894 a Zdunska Wola, non lontano da Lodz, in Polonia, da Giulio
Kolbe e Maria Dabrowska. Date le ristrettezze economiche in cui versava la
famiglia, non avrebbe potuto frequentare la scuola. Tuttavia, casualmente, il
farmacista del paese si rese conto della vivace e pronta intelligenza del
ragazzo, e si offrì di dargli lezioni private. Raimondo potè così frequentare
la scuola con buoni risultati; amava molto lo studio: negli anni fra il 1907 e
il 1910 ipotizzò la possibilità di raggiungere la luna e progettò un razzo che
avrebbe potuto funzionare davvero. Un giorno, dopo che Raimondo ne aveva combinata «una delle sue», come qualsiasi bambino,
la madre perse la pazienza: «Monduccio, io non so che cosa sarà di te!» In
seguito, Raimondo le raccontò: «Mamma, quando mi dicesti:
"Che cosa sarà di te?", io pregai molto la Madonna che me lo dicesse;
quando poi sono andato in chiesa, di nuovo la pregai per questo motivo; allora,
la Madre di Dio mi si è mostrata con due corone in mano, una bianca e una
rossa. Mi guardava con amore e mi chiedeva se volevo
queste corone. La bianca significa che vivrò nella purezza e la rossa che sarò martire. Risposi che le volevo... allora la Vergine mi
ha guardato con dolcezza e poi è scomparsa».
Durante
l'adolescenza, Raimondo si sentì affascinato dalla figura di San Francesco
d'Assisi e decise, insieme al fratello Francesco, di entrare nel seminario dei
Francescani Conventuali a Leopoli, in territorio russo. Così, travestiti da
contadini, furono accompagnati dal padre Giulio fino al confine e poi, nascosti
sotto un mucchio di fieno, raggiunsero Leopoli. Divenuto fra'
Massimiliano, fu inviato a Roma per completare gli studi ecclesiastici:
qui si laureò in filosofia e in teologia; il 28 aprile 1918 venne ordinato
sacerdote.
Due
fatti particolari si ricordano del suo soggiorno romano: un giorno, mentre
giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca; fu
l'inizio della tubercolosi, malattia che con alti e bassi l'accompagnò per
tutta la vita. Il 17 febbraio 1917 assistette ad una manifestazione di massoni:
si fermarono a lungo in piazza San Pietro sventolando
sotto le finestre del Papa un vessillo nero con l'effigie di San Michele
Arcangelo sotto i piedi di Lucifero; striscioni inneggiavano a Satana ed una
scritta diceva: «Satana governerà in Vaticano e il Papa lo servirà come guardia
svizzera». Il giovane ne rimase impressionato: perché, si chiese, la Massoneria
era così attiva, anche attraverso diverse pubblicazioni,
mentre i Cristiani restavano nell'ombra? «Bisogna reagire!» si ripropose.
Fu
così che pochi mesi dopo, il 16 ottobre 1917, con il consenso dei suoi
superiori, insieme a 6 giovani confratelli fondò la «Milizia dell'Immacolata»,
un'associazione religiosa il cui fine era la conversione e la santificazione di
tutti gli uomini attraverso l'offerta incondizionata di sé alla Vergine Maria:
«L'Immacolata è la via più breve per arrivare fino a Dio» spiegò. Laureato a
pieni voti, Massimiliano ritornò a Cracovia, in Polonia ma, a causa della sua
salute malferma, fu presto esentato dall'insegnamento e dalla predicazione; si
dedicò allora all'organizzazione e all'animazione del movimento della «Milizia dell'Immacolata», raccogliendo numerose adesioni sia fra i
religiosi del suo Ordine, sia fra i professori e gli studenti dell'Università.
Diceva che «la prima condizione essenziale per appartenere alla "Milizia
dell'Immacolata" e per agire in essa suona così:
"Donarsi totalmente all'Immacolata come strumenti nelle Sue mani
immacolate"».
Verso
il Natale del 1921 ebbe l'idea di iniziare la pubblicazione de «Il Cavaliere
dell'Immacolata», un giornale di poche pagine, come strumento di collegamento
tra gli aderenti del movimento e per alimentare lo spirito e la diffusione
della «Milizia». Uomo di ampie vedute, aveva capito
che per diffondere il Vangelo ci si deve servire di tutti i più moderni mezzi
di comunicazione di massa, in primo luogo della stampa e della radio.
Nel 1927, grazie alla donazione di un terreno da parte del
principe Drucki-Lubecki e stimolato dal crescente numero di appartenenti
alla «Milizia dell'Immacolata», trasferì il centro editoriale a Niepokalanow, o
«Città dell'Immacolata», presso Varsavia: in pochi anni dalle prime capanne si
passò ad edifici in mattoni e dalla vecchia stampatrice alle moderne tecniche
di stampa e composizione; sempre più persone si dedicarono all'utilizzo dei
mezzi di comunicazione sociale per evangelizzare il mondo. Lo scopo era
condurre tutti gli uomini alla fonte della vera felicità: «Ma verso dove ti incammini nel corso della tua vita? Ogni giorno, ogni ora
tu fai, pensi, dici sempre qualcosa. A quale scopo? La
verità è che tu aspiri a qualcosa, più vicina o più lontana; e tu tendi lì,
perché speri che quella cosa ti porti un briciolo di felicità. Non è forse vero
che finora hai cercato la tua felicità in qualsiasi luogo e in qualsiasi cosa
su questa terra? Mettiti calmo e rifletti: quando potrai veramente essere
felice? Lascia che la tua fantasia costruisca liberamente la felicità che
sogni. E se ce ne fosse ancora di più? E se durasse più a lungo? Questo significa che tu desideri
una felicità senza limiti infinita ed eterna. Ma questa felicità
è soltanto Dio!»
Tre anni dopo, con altri 4 frati partì per
il Giappone, dove fondò «Mugenzai no Sono» o
«Giardino dell'Immacolata», alla periferia di Nagasaki; al centro della «città»
fece porre una statua della Vergine Maria. Sebbene al momento della partenza
non conoscesse nulla della lingua, degli usi e dei costumi del popolo presso cui si recava, dopo appena un mese poteva diffondere e
spedire le prime 10.000 copie del «Cavaliere» in lingua giapponese.
Collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, Massimiliano era alla ricerca
del fondo di verità che esiste in ogni religione; si
recò anche ad Ernakulam, sulla costa occidentale dell'India, con il desiderio
di poter un giorno fondare anche là una «Città dell'Immacolata».
Nel 1936 venne richiamato in
Polonia, sollecitato dalla crescita della comunità religiosa e dall'espansione
dell'attività editoriale: Niepokalanow era diventata una vera e propria
cittadina, nella quale 762 religiosi e 127 seminaristi operavano alla
pubblicazione di 11 riviste, tutte di elevata tiratura, tra cui un quotidiano
di grande diffusione nella classe popolare con 228.560 copie e il «Cavaliere»
con un milione di copie. Scriveva che «l'odio divide, separa, distrugge, mentre
al contrario l'amore unisce, dà pace ed edifica. Nulla di strano, quindi, che solo l'amore riesca a rendere sempre
gli uomini autentici». «Solo l'Amore crea» diventò il motto di tutta la
sua vita.
Il 1° settembre del 1939, i nazisti invasero la Polonia; Niepokalanow fu bombardata e saccheggiata, e gli
invasori ne ordinarono lo scioglimento; ai religiosi che lasciavano il
convento, Massimiliano raccomandava: «Non dimenticate l'amore». Rimasero solo
una quarantina di frati, che trasformarono gli edifici in luoghi di prima
accoglienza per feriti, ammalati e profughi. In dicembre vi trovavano
ospitalità circa 3.500 rifugiati, di cui 1.500 erano ebrei.
Il 17 febbraio 1941, padre Kolbe fu arrestato dalla Gestapo
e incarcerato nel Pawiak di Varsavia. Maltrattato e percosso perché rifiutava
di abbandonare il Crocifisso che portava al collo,
costretto ad indossare un abito civile perché il saio francescano adirava i
suoi carcerieri, il 28 maggio Massimiliano fu deportato nel campo di sterminio
di Auschwitz; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero
16.670, e costretto ai lavori più umilianti - come il trasporto dei cadaveri al
crematorio.
Torturato, privato del nome e del titolo di uomo,
padre Kolbe non perse mai il senso della propria dignità. Quando
l'avevano arrestato, aveva esclamato: «Ringraziamo l'Immacolata che ci ha
aperto le porte di questa nuova missione, perché se avessimo
voluto venire qui non ce l'avrebbero permesso!». Nel campo si
sottoponeva alle più pesanti fatiche, cercando di aiutare tutti e di portare
conforto a chi aveva perso ogni speranza; nonostante la sua malferma salute,
spesso donava agli altri le sue già scarse razioni di cibo.
Alla fine di luglio fu trasferito al
Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura dei campi;
uno di loro riuscì a fuggire e, come rappresaglia, il comandante Fritsch decise
di condannare 10 prigionieri dello stesso blocco a morire di fame e di sete nel
sotterraneo della morte.
Alcuni di quei condannati dimostrarono
notevole coraggio, gridarono «Viva la Polonia»;
ma uno di loro, il giovane sergente polacco Francesco Gajowniczek, cadde in
ginocchio. «Mia moglie! I miei figli!» piangeva.
A questo punto, padre Kolbe capì che era venuto il
momento di cingere la corona rossa del martirio: lentamente, con umiltà, uscì
dalle file dei prigionieri, si presentò al comandante Fritsch e, togliendosi il
cappello, disse: «Vorrei prendere il posto di quell'uomo!».
Il comandante rimase sconcertato e turbato di fronte a quel
gesto per lui incomprensibile: «Ma tu... chi sei?»
«Un prete cattolico».
«Sta bene. Accetto!»
Così, padre Kolbe scese con gli altri 9 nel sotterraneo
della morte, consolandoli, assistendoli e benedicendoli. Li invitava a cantare,
a lodare Dio. Un po' alla volta, tutti si rassegnarono alla loro sorte e
morirono ad uno ad uno, pregando, mentre le loro voci oranti si riducevano
sempre più. Dopo 14 giorni solo 4 erano ancora in vita, fra cui padre Kolbe.
Giacché la cosa stava andando troppo per le lunghe, le SS
decisero di finirlo con un'iniezione di acido fenico.
Il frate francescano tese volontariamente il braccio, mormorando: «Ave Maria»;
furono le ultime sue parole. Era il 14 agosto 1941, vigilia dell'Assunta. Il
giorno successivo, il suo corpo fu bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri
sparse al vento.
Il 10 ottobre 1982, in piazza San
Pietro a Roma, il suo concittadino e Papa, Giovanni Paolo II, lo proclamò Santo
come martire della carità, dichiarando che «San Massimiliano non morì, ma diede
la vita...».
Il Movimento della «Milizia dell'Immacolata» da lui fondato,
è oggi diffuso in tutto il mondo, e nel 1997 ha ricevuto il più alto
riconoscimento della Chiesa, come «Associazione pubblica di
fedeli universale e internazionale».
BIBLIOGRAFIA
«San Massimiliano Kolbe», Edizioni dell'Immacolata
Ladislao Kluz, «Kolbe e il comandante», Edizioni dell'Immacolata
Luigi M. Faccenda, «A tu per tu con Padre Kolbe», Edizioni dell'Immacolata
Patricia Treece, «Massimiliano Kolbe - Il Santo di Auschwitz», Edizioni dell'Immacolata
Severino Ragazzini, «San Massimiliano Kolbe», Edizioni dell'Immacolata
Una raccolta completa degli scritti di San Massimiliano Kolbe si trova sul sito internet www.kolbemission.org.