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“I Kurdi nati per amore della
libertà“
Un
popolo che ha avuto un passato diffiicile con molti problemi, conosce oggi una
situazione radicalmente nuova.
Il
Kurdistan è formato, in maggioranza, di Kurdi o Curdi, di ceppo iraniano
(discendenti, pare, dei Karduki, già ricordati dagli antichi scrittori greci),
ovvero di kurdi occidentali, che vivono nei territori appartenenti alla Turchia
e di kurdi orientali, disseminati nelle conche dei laghi di Van e di Urmia e
fra le catene dei monti Zagros.
In
mezzo ad essi, però, vivono anche gruppi di turchi, iraniani, iracheni e
armeni, spesso in fiere lotte con i kurdi, che sono di alta statura, di
carnagione chiara e con capelli bruni, noti per l’amore della libertà che li ha
spinti a ribellioni verso i dominatori esterni.
I kurdi sono musulmani
sunniti, non fanatici, e sono divisi in due categorie: gli allevatori di
bestiame, con forte carattere di nomadi; gli altri: agricoltori che, spesso,
sono stati in lotta con i nomadi, razziatori rapaci.
I
kurdi appartengono, da secoli, per due terzi alla Turchia e per circa un terzo
all’Iran. Ma, data l’inaccesibilità e l’isolamento dei vari distretti montani,
la dipendenza è quasi sempre stata nominale e, ogni qualvolta le autorità
politiche hanno cercato di estendere la loro penetrazione e di rendere
effettivo il loro dominio, provocarono violenti moti insurrezionali e
repressioni sanguinose.
Basterà
ricordare i moti antipersiani del 1880 e la grande ribellione contro la Turchia
del 1925. Questo popolo, fiero delle proprie radici, che si calcola di circa 30
milioni di persone è, però, senza terra e vive ammassato e diviso in cinque
nazioni: Iran, Iraq, Turchia, Armenia e Siria.
Il
peggior nemico dei kurdi è stato sicuramente Saddam Hussein, che fece uso delle
armi chimiche contro i loro villaggi nell’Iraq settentrionale e, nel 1975,
tolto il supporto dell’Iran e degli Usa, l’Armata kurda fu decimata, in un sol
giorno, dalle milizie irachene.
Furono cacciati dalle loro
città d’origine, per essere deportati nelle città arabe del sud.
Pare certa una offerta
americana ai kurdi - allo scopo di far cadere il regime di Saddam Hussein - di
collaborazione ma, i kurdi non sarebbero stati, affatto, disposti.
Massoud
Barzani, leader del Partito Democratico Curdo, fondato da suo padre Mustafà,
nel 1946 e Jalalal Talabani, leader dell’Unione Patriottica Curda, che
controllano la parte curda del nord dell’Iraq, preferirono lasciare le cose
come stavano. Potrebbero trovarsi con un altro regime dittatoriale militare,
peggio di quello che ha già creato centinaia di migliaia di morti e tre milioni
di profughi.
Quando
si vede, alla TV, l’arrivo, in Italia, di vecchie carcasse di navi, con a bordo
centinaia di curdi di ogni età, e si vede sul loro volto la disperazione,
l’umiliazione subita da anni, il desiderio di trovare, finalmente, un posto
sicuro, si deve rinnegare l’egoismo innato che alberga nell’anima, e stendere
una mano a chi è più infelice di noi.
Diceva
Socrate: “Quale sorte migliore ci attenda dopo, a tutti è ignoto fuorché a
Dio“.