torna a www.storico.org
IL LAOGAI CINESE
storia di una delle più crudeli forme di
repressione del dissenso politico
Quasi sicuramente, il secolo da poco trascorso passerà
alla Storia come il «secolo dei grandi massacri»: due guerre mondiali e
tentativi di genocidio in gran parte del pianeta (emblematico è lo sterminio
dei tutsi in Ruanda, nel 1994, che costò la vita a 900.000 persone in soli 100
giorni) hanno provocato un numero di morti impressionante, che non ha pari in
nessun’altra epoca storica, soprattutto per l’uso indiscriminato di nuove,
terribili armi, quali i gas asfissianti e la bomba atomica.
Ma c’è
un’altra istituzione che ha provocato milioni di morti: il campo di
concentramento. Furono gli Inglesi i primi a creare lager durante la guerra anglo-boera in Africa (1902), luoghi di
detenzione dov’erano rinchiuse le famiglie dei boeri che combattevano al fronte
per difendere le loro terre (qui vennero uccisi 30.000 donne e bambini). La
parola passò poi ad indicare i campi di sterminio nazisti, mentre in Russia si
chiamano gulag; non si devono poi
dimenticare i campi di detenzione inglesi in Rhodesia (dove durante la Seconda
Guerra Mondiale furono internati e trucidati migliaia di soldati italiani, in
totale disprezzo delle convenzioni internazionali) e molte carceri americane –
prima fra tutte quella di Guantanamo – che di tanto in tanto tornano alla
ribalta della cronaca per le sistematiche violazioni dei diritti umani e le
torture inflitte ai prigionieri. Ma l’elenco potrebbe durare ancora a lungo ed
occupare diverse pagine.
Poco
conosciuto, anche se ben documentato, è il laogai,
parola cinese che letteralmente significa «rieducazione attraverso il lavoro» e
che indica i campi di concentramento creati dal Partito Comunista Cinese
intorno agli anni ’60 per eliminare ogni forma di dissenso. Documenti ufficiali
del Partito datati 26 agosto 1954 menzionano il laodong gaizao come «un
processo di riforma dei criminali attraverso il lavoro, essenzialmente un
metodo efficace per eliminare i criminali e i controrivoluzionari», e nel 1988
il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei laogai in questo modo: «Lo scopo
principale dei laogai è quello di
punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni,
essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza;
riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione,
creando in tal modo ricchezza per la società». Sebbene il numero dei laogai e delle persone in essi detenute
sia classificato come «segreto di Stato», la «Laogai Research Foundation»,
impegnata a raccogliere informazioni fin dal 1992, ha individuato almeno 1000
campi (ma il numero reale potrebbe essere dalle 4 alle 6 volte maggiore, se non
di più ancora) e stima il numero attuale dei prigionieri fra i 4 ed i 6 milioni
(secondo alcune stime, sarebbero 8 milioni): dalla creazione del sistema sono
stati internati tra i 40 ed i 50 milioni di persone, tanto che quasi ogni
Cinese è imparentato o conosce qualcuno che è stato rinchiuso in un laogai.
La Cina ha fatto uso del
lavoro forzato per oltre 2.500 anni: forzati furono impiegati nella costruzione
della Grande Muraglia e del Grande Canale. Già molto prima della Rivoluzione
Culturale, il lavoro forzato veniva inteso come «rieducativo» in un’accezione
forte, ovvero volto a instillare nel lavoratore l’etica confuciana. Mao Zedong
lo applicò in modo sistematico, nel contesto della sua visione sociale e
politica, come strumento adatto da una parte alla rieducazione dei
controrivoluzionari, dall’altra a garantire che anche i detenuti contribuissero
come i cittadini liberi alla produzione; Mao dichiarò esplicitamente di
ispirarsi ai princípi del Signore di Shang, della dinastia Qin, secondo il
quale «la popolazione deve essere obbligata a lavorare». I detenuti furono
spesso mandati in campi nelle regioni di confine, che avevano anche funzioni
militari difensive.
Nel periodo maoista, e
prima delle riforme di Deng (1978-1992), i laogai
furono largamente usati per reprimere le opposizioni al Regime. Gli stessi
processi erano spesso solo una formalità, avendo la difesa l’unico compito di
invocare la clemenza della corte: niente vero processo, niente imputazione,
tanto meno esame o riesame giudiziario, o possibilità di confrontarsi con
un’autorità; la decisione di rinchiudere qualcuno era a totale discrezione del
Partito. Il sistema giudiziario non era infatti basato sul concetto di diritto,
ed insistere troppo nella dichiarazione di innocenza portava solo ad un
inasprimento della pena: «Clemenza con chi confessa, severità con chi resiste».
Il numero dei prigionieri
e l’uso dei campi è stato intensificato durante alcune fasi politiche o
produttive quali la «Campagna dei cento fiori» (1956-1957), il «Grande balzo in
avanti» e la «Rivoluzione Culturale» (1966-1976).
Sarebbe
sbagliato, però, paragonare il laogai
ad un semplice sistema carcerario: in accordo con la dottrina comunista che
prevede che l’uomo possa «redimersi» attraverso il lavoro e migliorare se
opportunamente «guidato» dal Regime, il Ministero per la Pubblica Sicurezza ha
stabilito che il suo scopo precipuo dev’essere quello di trasformare i
«criminali» in persone che «obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche
virtù… amano il lavoro duro e possiedono certi standard educativi e abilità
produttive per la costruzione del socialismo». Partendo da queste premesse, si
può capire come la stragrande maggioranza dei detenuti non sia formata da criminali
ma da dissidenti politici o religiosi, da persone che «pretendono» di ragionare
con la propria testa o si rifiutano di allinearsi alle direttive del Partito
Comunista: tra essi si trovano attivisti filo democratici, sindacalisti,
religiosi e seguaci di varie fedi, esponenti di minoranze etniche arrestati con
accuse quali «sovvertimento dell’ordine statale» o «protesta senza permesso».
Una volta nel laogai, il detenuto viene costretto a
denunciare qualsiasi opinione contraria al Partito; ed anche se la legge cinese
vieta la tortura per estorcere confessioni, è diffuso e documentato l’uso di
bastoni in grado di somministrare scariche elettriche, percosse con manganelli
o pugni, uso di manette e catene alle caviglie in modo da causare intenso
dolore, sospensione per le braccia, privazione di cibo o di sonno, isolamento
per periodi prolungati. In definitiva, «rieducare» l’individuo significa
«annichilirlo», renderlo un semplice «ingranaggio» della macchina statale,
privarlo della libertà di avere un pensiero indipendente, che è la prima e la
più importante forma di libertà, quella da cui derivano tutte le altre. Si
arriva addirittura all’appello alla delazione fra prigionieri e a periodiche
sedute di «critica» e «auto critica», in cui i detenuti si accusano a vicenda,
o si auto accusano, di comportamenti criminali, a scopi rieducativi (un vero e
proprio «lavaggio del cervello»).
Fotografie e filmati
mostrano uomini e ragazzi inginocchiati, in una c’è una ragazzina immobilizzata
da due soldati mentre un terzo le punta il fucile alla nuca, in una foto
successiva è stesa a terra con il cranio orribilmente esploso; e poi esecuzioni
seriali, di massa, i condannati inginocchiati, prima la fucilata e poi lo
stivale premuto forte sullo stomaco per controllare che morte sia stata, un
ufficiale di Partito che per sincerarsene usa una sbarra d’acciaio. Fucilazioni
ma anche camere mobili di esecuzione, ovvero furgoni modificati che raggiungono
direttamente il luogo dell’esecuzione con il condannato legato con cinghie ad
un lettino di metallo, il tutto controllato da un monitor accanto al posto di
guida; poi via, si riparte verso altre esecuzioni da effettuarsi pochi minuti
dopo l’emissione della condanna a morte che nella maggior parte dei casi è
pronunciata in stadi e piazze davanti a folle gigantesche. I morti sono portati
in giro per le strade come pubblico esempio, e i familiari devono pagare le
spese per le pallottole e per la cremazione.
Ha raccontato Harry Wu,
presidente della «Laogai Research Foundation» ed uno dei pochi sopravvissuti ai
laogai: «Il primo giorno, a Chejang,
mi dissero che per potermi rieducare sarebbe occorso molto tempo. Poi mi
spiegarono che non avrei neppure potuto pregare né sostenere di essere una
persona: perché mi avrebbero punito o ucciso. Mi obbligarono a confessare delle
presunte colpe dopo aver costretto alla confessione anche mio padre, mio
fratello, la mia fidanzata. […] I primi due o tre anni pensi alla tua ragazza,
alla tua famiglia, alla libertà, alla dignità: poi non pensi più a niente. Perdi
ogni dimensione, entri in un tunnel scuro. Preghi di nascosto». E ancora: «Loro
per definirti usano la parola “prodotto”, e il primo prodotto sei tu, quello
che devi diventare: un nuovo socialista. Il secondo è un prodotto vero e
proprio, tipo scarpe, vestiti, spezie, tessuti, qualsiasi cosa. Ogni laogai ha due nomi: quello del centro di
detenzione e quello della fabbrica». Harry Wu fu arrestato a 22 anni dopo che
all’università, leggendo un giornale assieme ad altri studenti, aveva
semplicemente criticato l’appoggio cinese all’invasione sovietica di Budapest.
Nessun tribunale, nessuna prova o indizio, nessuna accusa precisa se non quella
d’essere un cattolico e un rivoluzionario di destra. Ora vive libero, negli
Usa. «Io avrei dovuto rimanerci per 34 anni [nel laogai], se non fossi fuggito. Perché avevo delle opinioni. Perché
ero cattolico. Perché ero un uomo. […] Continuerò a lavorare perché la parola laogai entri in tutti i dizionari, in
tutte le lingue. Appena giunto negli Usa non ne volli parlare per 5 anni, non
ci riuscivo, poi cominciai a vedere che in America la gente parlava
dell’Olocausto, parlava dei gulag, e
però a proposito della Cina parlava solo della Muraglia e del cibo e
naturalmente dell’economia. Ma i laogai,
in Cina, esistono da 55 anni».
È nel laogai, figlio della cosiddetta
«Rivoluzione Culturale Cinese» e del totalitarismo della dittatura comunista
che ingabbia il Paese soffocandone gli aneliti più vitali, che viene commessa
la maggior parte delle gravi violazioni dei diritti umani in Cina: tutti i
prigionieri portano un’uniforme ed hanno i capelli rasati, inoltre sono
sottoposti al lavoro forzato, ovviamente senza retribuzione, a volte –
denunciano numerose testimonianze giunte alla «Laogai Research Foundation» –
anche per 16 o 18 ore al giorno per raggiungere le famigerate «quote»
produttive; se queste non vengono raggiunte, al detenuto viene diminuito il
cibo. Ed è «naturale» che il lavoro si svolga di frequente in condizioni
malsane o pericolose, per esempio nelle miniere, a contatto con prodotti
chimici tossici; la mortalità è altissima. Dati ufficiali su questo punto non
esistono, e gli studiosi non sono tutti concordi: «Il libro nero del comunismo» stima in 20 milioni i decessi dal
1949 al 1989, mentre Jung Chang e Jon Halliday parlano di 27 milioni di decessi
per il periodo maoista dal 1949 al 1976; Rummel sostiene la cifra di 15
milioni, invece Philip Williams e Yenna Wu considerano anche quest’ultima stima
troppo elevata e sono convinti che la mortalità era inferiore a quella del gulag sovietico.
In più, essendo i campi
gestiti da comitati locali diretti dal Governo centrale, chiunque può chiedere
al comitato di relegare un dissidente – o preteso tale – nei laogai.
Per legge, dal 1982, la
durata della detenzione non può essere superiore ai 3 anni, ma si può
facilmente aggirare questo vincolo decretando la «non riabilitazione»
dell’individuo, che viene così costretto a lavorare fino alla morte. Questo è
molto significativo, perché in base ai documenti della «Laogai Research Foundation»
fin dagli anni ’70 ai condannati a morte vengono espiantati gli organi, senza
che né loro né le loro famiglie diano alcun tipo di consenso all’espianto prima
dell’esecuzione; oggi questa pratica è economicamente rilevante e assai
redditizia. Le autorità prelevano gli organi dei condannati a morte in quanto
appartengono ufficialmente allo Stato, e i trapianti sono effettuati sotto
supervisione governativa: il costo è inferiore del 30% rispetto alla media, e
ne beneficiano Cinesi privilegiati e cittadini occidentali e israeliani. Dai
giustiziati si prendono sostanze che servono per la produzione di prodotti di
bellezza, tutti destinati al mercato europeo. Un’inchiesta del «Guardian» citò
la testimonianza di un ex medico militare cinese che sosteneva d’aver aiutato
un chirurgo a espiantare gli organi di 100 giustiziati, cornee comprese; il
chirurgo parcheggiava il suo furgoncino vicino al luogo delle esecuzioni e,
stando alla testimonianza, nel 1995 tolsero la pelle anche a un uomo poi
rivelatosi vivo.
Il laogai si configura così come parte integrante del sistema
economico cinese, diventando
un’azienda da esportazione grazie ad un’apposita delibera del Regime: la
manodopera gratuita e coatta permette infatti di conquistare i mercati mondiali
praticamente a costo zero. Ed anche se molti Paesi vietano l’importazione di
merce prodotta nei laogai, le
autorità cinesi sono abili a nascondere la provenienza del prodotto rendendola
irriconoscibile. Così, le merci fabbricate nei laogai e tranquillamente vendute anche in Italia, sono di qualsiasi
tipo: parti meccaniche, vestiti, piccoli oggetti, prodotti chimici, sapone,
profumi, coton e, the e molto altro ancora. La più nuova merce, in offerta a
prezzi stracciati sul mercato, è il collagene, quel materiale biologico che i
chirurghi plastici iniettano per spianare le rughe e riempire le labbra; quello
cinese costa solo il 5% del prezzo a cui è venduto il collagene prodotto in Usa
e in Europa, ed è ricavato dai cadaveri di condannati a morte nei laogai.
Va aggiunto che secondo
il diritto penale cinese vi sono oltre 60 reati capitali, che vanno
dall’omicidio al furto, dall’incendio doloso al traffico di droga. Sebbene il
dato sul numero delle esecuzioni sia ritenuto un «segreto di Stato», in base
alle statistiche fornite da organizzazioni come «Amnesty International», la
Cina da sola giustizia più persone di tutto il resto del mondo preso nel suo
complesso; nel 2001, il numero dei giornalisti uccisi in Cina nel corso del
loro lavoro superava quello dei giornalisti uccisi in qualsiasi altro Paese,
compresi quelli più «turbolenti» come l’Iraq o la Somalia. È anche da notare
che, poiché le statistiche sono calcolate sulle esecuzioni di cui
effettivamente giunta voce all’estero, esse sono certamente di gran lunga
inferiori ai dati reali.
E mentre il mondo
occidentale, per «quieto vivere» (quando non per convenienza politica) chiude
gli occhi e fa semplicemente finta di non sapere, nei laogai la gente continua a morire…