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COME L’INGHILTERRA DIVENNE UN IMPERO
IL RUOLO STRATEGICO DELLA MARINA DA GUERRA BRITANNICA
NELLA GUERRA DEI SETTE ANNI
Durante la Guerra dei Sette Anni (1756-1763) - conflitto che
essendosi sviluppato contemporaneamente su più fronti (Europa, Nord America,
India e Africa Occidentale), coinvolgendo importanti nazioni (Inghilterra,
Francia, Prussia e Spagna) è stato indicato come il primo vero confronto
militare mondiale (o “globale”) della storia, la Gran Bretagna puntò la maggior
parte delle sue energie sulla “strategia marittima”, cioè sul ruolo della sua
efficiente marina militare: l’unica arma che il governo di Londra reputava idonea
per strangolare la potenza francese attraverso il “blocco” delle sue coste e
l’isolamento del suo impero d’oltre mare. Per l’Inghilterra del tenace ed acuto
primo ministro William Pitt questo sforzo risultò, sotto il profilo finanziario,
enorme, ma riscosse comunque l’appoggio di buona parte di una nazione che proprio
attraverso il commercio marittimo e la navigazione aveva tratto le sue maggiori
fortune. Nonostante l’elevato costo e le necessarie, pesanti tassazioni imposte
al popolo inglese, il poderoso piano di costruzioni navali voluto da Pitt ebbe
buon esito e la pur forte Francia, troppo legata ad una visione limitatamente
europeista e prettamente terrestre del conflitto, dovette cedere il passo ad
una nuova, grande potenza intercontinentale.
Fino dal principio del XVIII secolo, il processo di
espansione coloniale francese in Nord America, India, Africa Occidentale e
Caraibi (che tanto rapidamente si era sviluppato nel corso del 1600) cominciò
ad essere ostacolato dalla concomitante politica colonizzatrice britannica. La
Francia, come del resto la Spagna, ormai in fase di forte declino sia come
potenza marittima che terrestre, dovette fronteggiare su tutti gli Oceani un
numero sempre più elevato di squadre mercantili e militari inglesi. Il
complicato intreccio di interessi commerciali, politici e strategici che stava
alla base del contrastante sviluppo coloniale delle due nazioni europee aveva
determinato una situazione di attrito destinata a trasformarsi ben presto in un
vero e proprio conflitto. Dopo aver sconfitto la Spagna al termine della breve
guerra del 1739, l’Inghilterra era stata coinvolta con la Francia nella Guerra
di Successione Austriaca, scontro che, per la prima volta, evidenziò il grande
divario esistente tra le forze navali delle due Potenze. Fu proprio in
occasione di questo conflitto che l’Inghilterra dimostrò di possedere un
apparato navale ben superiore a quello francese. Pur dovendo contrapporsi
all’Inghilterra in vicini e lontani teatri d’oltre Oceano, il Governo francese
trascurò l’efficienza della propria Marina mercantile e militare nella errata
convinzione che le sorti di un qualsiasi conflitto si sarebbero sempre e
comunque decise sui campi di battaglia terrestri del Vecchio Continente. Con il
passare del tempo, e nonostante le prime evidenti prove contrarie
(l’Inghilterra, grazie alla sua flotta, riuscì a strappare agli olandesi le
colonie in Nord America), Versailles non reputò necessario correre ai ripari
potenziando il suo apparato navale. E in occasione della successiva Guerra dei
Sette Anni, combattuta contro l’Inghilterra per il predominio sul Vecchio e sul
Nuovo Continente, la Francia non fece alcunché, perseguendo una condotta
militare che privilegiò soprattutto le operazioni di terra a discapito di
quelle marittime. Questa evidente miopia strategica fece perdere rapidamente
alla Francia i suoi più ricchi possedimenti coloniali, gran parte dei quali
finirono nelle mani dell’Inghilterra, divenuta l’unica e legittima potenza
mondiale.
Prima dello scoppio della Guerra dei Sette Anni, le
Tredici colonie inglesi del Nord America, grazie alle loro strutture e
infrastrutture portuali e cantieristiche (scali come Halifax e New York
vantavano già a quel tempo attrezzature paragonabili a quelle dei porti
inglesi), potevano garantire il rifornimento e la riparazione delle unità
impegnate nella protezione delle rotte commerciali e degli stessi possedimenti
d’oltre Oceano. Al contrario, la Nouvelle France (il Canada) e la Louisiana
francese, essendo quasi prive di importanti approdi (Louisbourg, Québec e
Nouvelle Orléans non erano che fortezze dotate di modesti impianti), non furono
in grado di svolgere il medesimo ruolo, per carenza di mezzi e personale
specializzato.
Per meglio comprendere la portata
del conflitto navale anglo-francese della metà del XVIII secolo è però
necessario riassumere brevemente la situazione nella quale si trovavano le due
marine militari nei primi decenni del secolo XVIII.
Uno dei più noti studiosi di storia
navale moderna, l’inglese Campbell, afferma che: “nel 1727, la Marina inglese possedeva 84 navi di linea da 60 cannoni
ciascuna; 40 unità da 50 cannoni e 54 fregate e bastimenti più piccoli. Nel
1734, essa si era però ridotta a 70 navi di linea e 19 da 50 cannoni. Tuttavia,
nel 1744, dopo quattro anni di guerra combattuta contro la Spagna, la flotta
ammontava a 90 navi di linea e 84 fregate”. Campbell stima che a
quell’epoca la Marina francese disponesse di 45 navi di linea e 67 fregate. Nel
1747, verso la fine del primo conflitto con l’Inghilterra, la Marina Reale
spagnola pare fosse ridotta ad appena 22
navi di linea, quella francese a 31 mentre quella inglese si era accresciuta
fino a raggiungere ben 126 unità operative. Gli esperti di questioni navali
francesi, dal canto loro, concordano nel sottolineare il cattivo stato in cui
versava la Marina francese ma anche le pessime condizioni nelle quali si trovavano
gli arsenali e i cantieri nazionali, carenti di strutture e persino di
materiali. “Tale negligenza si protrasse,
più o meno, per tutta la durata dei conflitti del XVIII secolo, o almeno fino
al 1760, quando, assai tardivamente, Versailles si rese conto dell’importanza
del fattore navale”.
Detto questo, occorre fare però
molta attenzione a non cadere in un frequente luogo comune: quello che vuole
l’industria navale francese inferiore a quella inglese non soltanto sotto il
profilo della produttività ma anche sotto l’aspetto delle tecniche costruttive.
Tutto ciò, infatti, non corrisponde al vero, almeno per quanto concerne i
progetti e le realizzazioni francesi del periodo compreso tra il 1740 e il
1800. Le navi impostate e varate in questo lasso di tempo, pur risultando
numericamente inferiori e di molto rispetto a quelle realizzate dagli inglesi,
vantavano un dislocamento maggiore e, soprattutto, soluzioni costruttive di
ottimo livello.
Fin dalla prima metà del XVIII secolo, a fronte della
politica inglese di rafforzamento della flotta mercantile e militare, la
Francia aveva fatto ben poco. Anche se la sopravvivenza dei suoi possedimenti
francesi in Nordamerica, in India e in Africa Occidentale dipendeva dalla
qualità e quantità dei collegamenti marittimi. Con lo scoppio della Guerra dei
Sette Anni, la Francia non reputò necessario impegnarsi in una corsa agli
armamenti navali, disinteressandosi, di conseguenza, del destino delle proprie
colonie. Come si era già verificato nel passato, in occasione dei precedenti
conflitti, la corona francese diede precedenza ai bisogni dei suoi eserciti. Al
contrario, l’Inghilterra, che sul suolo europeo non si impegnò più di tanto
affidando alla Prussia il compito di fronteggiare le temibili armate francesi e
dei loro alleati, si concentrò nella costruzione di quelle flotte che le
avrebbero permesso di porre il blocco economico alla Francia. Senza ombra di
dubbio si può affermare che l’Inghilterra vinse il conflitto dei Sette Anni sui
mari ottenendo in questo modo estesi compensi territoriali, notevoli ricchezze
e indiscusso prestigio internazionale.
Nel luglio 1755, prima ancora che
tra Inghilterra e Francia esistesse un vero e proprio stato di guerra, Londra
ordinò alla sua flotta di pattugliare tutta la costa francese compresa tra Capo
Ognissanti e Capo Finisterre con lo scopo di catturare o affondare il maggior
numero di navi nemiche. Nel corso di queste azioni piratesche le navi inglesi
arrecarono alla Francia ingenti danni economici. Basti pensare che, durante il
1755, gli inglesi catturarono 300 unità mercantili e 6.000 tra ufficiali e
marinai francesi.
Di fronte a questi atti di palese
ostilità Versailles si limitò a protestare e a rompere le relazioni
diplomatiche con Londra, richiamando il suo ambasciatore. Tuttavia questo
atteggiamento, improntato ad una eccessiva prudenza se non addirittura ad una
sorta di remissività, nascondeva altre intenzioni. Riconoscendo la propria
inferiorità navale, la Francia cercava di guadagnare tempo con una politica di
basso profilo, per riarmare di nascosto un’unica grossa squadra da impiegare
per invadere l’Inghilterra. “Negli
arsenali di Brest e della Manica venivano ammassati velieri e un grande
quantitativo di soldati, armi e rifornimenti. Il pericolo di un’invasione
dell’isola rendeva particolarmente sensibili gli inglesi, memori del famoso
tentativo compiuto quasi due secoli prima dall’Invincibile Armata spagnola.
Aldilà dei successi ottenuti con la guerra di “corsa”, nel 1755 il governo
inglese appariva in difficoltà avendo quasi tutte le sue squadre navali
sparpagliate sui vari Oceani a protezione delle proprie rotte commerciali.”.
L’Inghilterra dovette quindi rinunciare, seppur
momentaneamente al controllo totale del Mediterraneo. Il 10 aprile 1756,
salparono da Tolone 12 navi da battaglia francesi al comando dell’ammiraglio La
Galissonière. La squadra aveva l’ordine di scortare un convoglio di ben 150
trasporti (con 15.000 soldati a bordo comandati dal Duca di Richelieu)
destinato all’invasione dell’isola di Minorca occupata dagli inglesi. La
modesta guarnigione britannica di Port Mahon (composta da neanche 3.000
soldati) non sembrava avere molte speranze. Vista la situazione,
l’ammiragliato, rapidamente, mise insieme 13 vascelli, agli ordini
dell’ammiraglio Byng, che salparono da
Porthsmouth raggiungendo le acque di Minorca dopo circa sei settimane di
navigazione. La Galissonière, che era già sul posto, aggredì squadra inglese
che, a causa dei tentennamenti di Byng, venne costretta a ritirarsi, lasciando
Minorca al suo destino. Pochi giorni dopo, la guarnigione si arrese, infatti,
ai francesi. La vittoria venne accolta a Versailles con indifferenza. Non solo:
“il Ministro della Marina francese, trovò
opportuno vendere o noleggiare le navi e le attrezzature di bordo disponibili
per ricavarne oro da impiegare altrove”, riferisce Lapeyrouse Bonfils nella
sua “Histoire de la Marine”
Nel corso della Guerra dei Sette Anni, se si escludono
alcuni sporadici episodi, la flotta francese venne sempre mandata allo
sbaraglio con scarsi mezzi, dato che Versailles si impuntava nel trattenere nei
porti della Manica il meglio di cui disponeva per l’ipotetico e mai realizzato
tentativo di sbarco in Inghilterra. In ogni caso, si può affermare che un
marcato atteggiamento difensivo caratterizzò sempre la strategia navale di
Versailles, fortemente influenzata dal pensiero dell’ammiraglio Grivel.
“Se due potenze marittime sono in guerra – argomentava Grivel - quella che possiede un minor numero di
navi deve sempre evitare scontri incerti […] L’atteggiamento da assumere deve dipendere soprattutto dalla potenza
dell’avversario […] Non ci
stancheremo mai di ripetere che la Francia, a seconda che debba agire contro
una potenza a lei inferiore o superiore, ha la possibilità di attuare due
differenti strategie, radicalmente opposte nei mezzi e nei fini: la “grande
guerra” o la “guerra di corsa””.
Ma in Francia non tutti
condividevano le opinioni di Grivel. Alcuni giovani ufficiali si domandavano se
fosse possibile assicurare al paese una vera forza marittima di attacco e di
difesa. Le teorie di Grivel ebbero comunque il sopravvento, sostenute a spada
tratta da teorici come Ramatuelle che addirittura sconsigliava qualsiasi
scontro con la potenza navale inglese, ritenuta più forte e numerosa. “Posto di riuscire a causare al nemico
qualche danno, che vantaggio ne avremmo? Per l’Inghilterra la perdita di alcune
navi non rappresenta certo un grave danno, dal momento che ne dispone di un
numero enorme”. Era dunque più opportuno non affrontare mai l’Inghilterra sui mari, come
affermava lo sconcertante Jurien de la Gravière nella sua “Guerres Maritimes”?
Nel corso della Guerra dei Sette Anni, la Francia
scelse, nella maggior parte dei casi, di non confrontarsi mai sul mare con il
suo temibile nemico dando prova di ignorare completamente la natura stessa del
conflitto e i luoghi in cui esso si svolgeva. Per difendere o ingrandire i
propri possedimenti coloniali in Nord America, Caraibi o India, la Francia
avrebbe dovuto, infatti, contrastare attaccare i convogli mercantili nemici e
disperderli. I patetici tentativi dell’Ammiragliato francese di concentrare
ogni sforzo per allestire una flotta speciale
(poi completata soltanto in minima parte) per trasportare in Inghilterra un
corpo da sbarco dell’esercito, non servirono, invece, a nulla. Come avrebbe
potuto la Francia intraprendere un’operazione così complessa contro una nazione
che poteva vantare la più forte marina da guerra del mondo: flotta che con
sarebbe rimasta certo inattiva davanti alle manovre di un’armata d’invasione
composta per almeno l’80 per cento da navi da trasporto lente e quasi
disarmate. Dal 1756 al 1763, le squadre francesi presero raramente il mare con
intenzioni offensive e quelle poche volte che lo fecero andarono incontro a
dure sconfitte. Lasciando agli inglesi il controllo degli Oceani, la Francia
perse tutte le sue colonie d’oltremare che l’avrebbero potuta rifornire di
materie prime e merci pregiate. L’Inghilterra, al contrario, ben protetta dalla
sua flotta, non solo vinse la prima guerra mondiale della Storia, ma da
semplice regno insulare si trasformò in un vero e proprio impero di dimensioni
planetarie.
Alcuni esperti sostengono che in
quella fase storica la Francia non avrebbe mai potuto fronteggiare con successo
l’Inghilterra sugli Oceani anche a fronte di un impegno molto oneroso. Troppo
ampio – essi sostengono - sarebbe risultato il divario tra la produzione
cantieristica dei due Paesi e la preparazione tecnica dei quadri ufficiali e
degli equipaggi. Gli stessi esperti, in gran parte francesi, sostengono
addirittura che neppure con l’appoggio sistematico e coordinato di una seconda
flotta, come quella alleata spagnola, Versailles sarebbe riuscita a mettere in
difficoltà l’Inghilterra. Cosa che d’altra parte si verificò.
Nel 1756, la Marina francese
disponeva di 63 unità di linea, 45 delle quali in buono stato di efficienza,
anche se le artiglierie e gli equipaggiamenti di bordo risultavano
qualitativamente e quantitativamente inferiori a quelli britannici. Una potenza
navale ancora rilevante, seppure in chiaro declino, come quella spagnola poteva
contare, all’inizio della Guerra dei
Sette Anni, su 46 navi di linea, tutte in condizioni di armamento
insufficienti rispetto sia a quelle inglesi che francesi. La Gran Bretagna, dal
canto suo, poteva fare affidamento su 130 unità di linea (nel 1756), senza
contare che, nel 1760, ne avrebbe avute altre 120 in fase di allestimento
presso i suoi cantieri.
Secondo il parere di Alfred T.
Mahan, autore de “L’Influenza del Potere
marittimo sulla Storia”, la Francia, in occasione della Guerra dei Sette Anni, avendo dato per
scontata la superiorità navale dell’Inghilterra, partì sconfitta. “Anche se all’inizio riuscì ad ottenere
alcuni incoraggianti risultati. La conquista di Minorca fu seguita nel novembre
dello stesso anno da quella della Corsica (La Repubblica di Genova cedette alla
Francia tutti i porti fortificati di quest’isola). Potendo così disporre delle
basi corse, provenzali (Tolone) e delle Baleari (Port Mahon), la Francia era
riuscita a guadagnare molti punti sulla sua rivale”, almeno per quanto
concerneva il teatro di guerra mediterraneo.
Durante il biennio 1756/57, in
Canada, tutte le operazioni condotte dai francesi ebbero quasi sempre successo
senza che la Marina inglese potesse intervenire con efficacia a sostegno degli
eserciti di terra. Il verificarsi di una favorevole e quasi inaspettata
opportunità politica (l’Olanda decise di non rinnovare la sua alleanza con
l’Inghilterra, mantenendo una posizione neutrale nell’ambito del conflitto),
dette agli strateghi francesi l’illusione, effimera, di aver risolto in buona
parte lo spinoso problema della guerra sui mari. Londra reagì immediatamente
dichiarando “il blocco di tutti i porti
francesi e il fermo di tutte le navi, non solo francesi, dirette a quei porti:
navi straniere che venivano considerate a tutti gli effetti “nemiche” e
soggette alla cattura quali legittime prede di guerra”. Gli inglesi non si
fecero certo degli scrupoli dovendo giocare con la propria sicurezza, né si
curarono troppo delle norme che già a quei tempi regolavano, anche se in
maniera approssimativa, la navigazione e l’attività del naviglio neutrale.
Come spiega simpaticamente il
Mahan: “Una violazione così evidente,
come quella inglese, dei diritti delle nazioni neutrali poteva essere attuata
soltanto da un Paese sicuro di non avere nulla da temere dagli altri.
L’aggressività del Leone britannico, alimentata dal suo stesso senso di potenza,
avrebbe potuto essere però utilizzata
dalla Francia per trascinare la Spagna e possibilmente altri stati in una
guerra comune contro l’Inghilterra”.
Anziché concentrarsi in tale direzione, la Francia
preferì allearsi all’Austria e iniziare un’altra guerra continentale contro la
piccola ma temibilissima Prussia di Federico II. Il sovrano tedesco, sentendosi
accerchiato, reagì con prontezza ed energia e per prima si alleò
all’Inghilterra. Dopodiché, nell’ottobre del 1756, invase la Sassonia, mettendo
in fuga gli avversari francesi e austriaci.
In quella situazione, l’Inghilterra
seppe individuare e valutare molto rapidamente le sue convenienze. Scaricando
sulle robuste e generose spalle della Prussia l’onere della disputa
continentale terrestre, essa poté realizzare le sue vere aspirazioni
territoriali. Queste non risiedevano in Europa, ma avevano nomi ben precisi:
Nord America, Caraibi e India. Londra rivolse quindi tutta la sua attenzione in
direzione degli Oceani e delle colonie d’oltremare, sostenendo Federico il
Grande con forti somme di denaro ricavate dai commerci intercontinentali e
limitandosi a spedire in Germania un ridottissimo quantitativo di truppe. In
questo modo l’Inghilterra costrinse la Francia a sfiancarsi su più fronti,
punzecchiandola o attaccandola nei suoi punti più deboli. Questa oculata
strategia fu il frutto di quella mente illuminata e quasi diabolica del Primo
Ministro William Pitt, personaggio nei confronti del quale l’Inghilterra deve
tutta la sua riconoscenza. Fu proprio grazie alle intuizioni del Primo Ministro
che l’Inghilterra divenne una grande potenza mondiale.
Per quanto concerne l’impiego della
flotta inglese durante la campagna in Nord America, si può notare che, almeno
nella fase iniziale, la sua attività non fu affatto brillante. Nel 1757, ad
esempio, l’Ammiragliato rinunciò ad attaccare la piazzaforte di Louisbourg
(difesa da 16 unità francesi, parte delle quali di piccolo tonnellaggio). Il
Comando di Halifax non volle utilizzare nell’operazione le 15 navi di linea di
cui disponeva in quel momento poiché ritenute “di qualità inferiore” rispetto a quelle francesi. Londra disapprovò
questo atteggiamento rinunciatario. Gli echi del precedente scandalo di Minorca
(in quell’occasione, proprio a causa dell’indecisa condotta dell’ammiraglio
Byng, gli inglesi avevano perso l’isola) non si erano ancora spenti e il Ministro
Pitt non aveva la minima intenzione mettere in gioco la reputazione
dell’Ammiragliato e del suo stesso Governo. In ogni caso bisognò attendere
ancora un anno prima che la flotta inglese si decidesse a muoversi contro la
strategica piazzaforte di Louisbourg. Nel 1758, potendo contare su una grossa
squadra e su 12.000 soldati, l’ammiraglio Boscawen, un ufficiale molto deciso
al quale Pitt aveva affidato la delicata missione, attaccò la fortezza
francese, protetta da appena 5 vascelli francesi. Con la presa di Louisbourg,
la flotta britannica ebbe così libero accesso all’estuario del fiume San
Lorenzo, che l’anno seguente, poté risalire per andare ad espugnare la stessa
capitale della Nouvelle France, Québec. In quell’occasione, il difficile
compito di condurre le navi lungo il pericoloso corso fluviale venne affidato
all’ammiraglio Saunders, coadiuvato dall’ammiraglio Holmes. Per nulla
contrastati dalla flotta francese, gli inglesi portarono brillantemente a
termine la loro missione, giungendo davanti agli spalti della città. Vista la
situazione, il generale Montcalm, che comandava le forze franco-canadesi di
Québec, chiese invano a Versailles l’intervento della flotta per bloccare gli
inglesi all’interno del fiume. Se una squadra francese fosse intervenuta per
tempo, la flotta di Saunders sarebbe stata presa tra due fuochi. Tuttavia, il
Comando Supremo francese non reputò opportuno inviare molte unità in soccorso
di Québec, adducendo al fatto che “qualsiasi
nave sarebbe stata sicuramente intercettata dalla flotta inglese all’estuario
del San Lorenzo, prima che essa potesse giungere a destinazione”. Come è
facile intuire, Versailles continuava a giudicare la flotta britannica alla
stregua di un mostro praticamente invincibile.
Ma se l’integrità delle rotte che collegavano
la Francia alle sue colonie dipendeva in tutto e per tutto dalla flotta, anche
sul fronte terrestre nord americano, ricco di fiumi, corsi d’acqua ed
estesissimi bacini lacustri, l’uso di mezzi galleggiati (come canoe, zattere,
tartane e golette) poteva risultare determinante per la buona riuscita di una
campagna terrestre. Gli inglesi non ci pensarono due volte ad affiancare ai
loro eserciti corpi scelti della Marina Militare ai quali fu affidato il
compito di costruire ed equipaggiare i battelli indispensabili per il trasporto
di uomini, armi e rifornimenti attraverso i Grandi Laghi o gli ampi fiumi che
davano accesso al territorio canadese.
Dopo la caduta di Québec (settembre
1759), le residue forze franco-canadesi agli ordini del Governatore Vaudreuil
si ritirarono a Montréal. E l’anno seguente, da questa località (ultimo
avamposto francese in Nord America), essi tentarono di lanciare un’offensiva
contro l’ex capitale Québec, difesa da una guarnigione inglese non
eccessivamente numerosa agli ordini del generale Monkton. Dopo essere riuscito
a sconfiggere gli inglesi a Saint Foy e aver costretto il nemico a trincerarsi
dietro i bastioni della città, Vaudreuil si rese conto di non potere espugnare
la città senza il concorso della marina. Al contrario, pochi giorni dopo la
vittoria francese di Saint Foy, fu una squadra navale inglese a giungere in
soccorso della guarnigione britannica. “Questo
avvenimento – riferisce il Mahan – fece
capire bene ai francesi che cosa significasse disporre di una potente flotta”.
Se una squadra francese fosse riuscita a risalire il San Lorenzo precedendo
quella avversaria, Québec sarebbe caduta in mano alle forze di Vaudreuil. Ma le
cose, come si è detto, andarono diversamente. Il governatore francese non
soltanto dovette rinunciare a riconquistare la città, ma fu costretto a
ritirarsi a Montréal dove, l’8 settembre 1760, si arrese ai britannici.
Alla luce dei fatti sopra elencati,
sembrerebbe corretto sostenere che l’evidente inferiorità (organizzativa,
strutturale e numerica) del potenziale navale e la mancanza di un’adeguata
politica strategica nel settore marittimo, furono le cause principali della
sconfitta francese nella Guerra dei Sette
Anni. Dopo i primi due anni di conflitto, segnati da umilianti sconfitte
navali, l’Ammiragliato francese decise di concentrare i suoi sforzi su un unico
obiettivo, decisamente troppo ambizioso, cioè lo sbarco in Inghilterra,
sottraendo naviglio prezioso ed equipaggi destinati ad altri compiti molto più
importanti ed urgenti. I lavori di preparazione della flotta da sbarco si
protrassero per anni e alla fine vennero abbandonati per carenza di denaro, di
attrezzature e per i danni subiti dagli arsenali. Per parare questa minaccia,
gli inglesi allestirono alcune agili squadre navali con il compito di difendere
i porti della Manica e di attaccare i cantieri e i depositi di legname
dell’avversario. Tutto ciò rientrava nel piano strategico elaborato
dall’Ammiragliato britannico per piegare la Francia. Oltre alle già citate
operazioni in Nord America, nei Caraibi e in India, Londra predispose il
“blocco” dei principali scali nemici (come Brest ) che, come si è detto,
subirono numerose ed efficaci incursioni, seguite talvolta da piccoli sbarchi e
operazioni di sabotaggio. Questi attacchi costrinsero la Francia a dislocare
lungo le sue coste molti presidi, distogliendo truppe e mezzi da altri fronti.
Ma l’Ammiragliato britannico fece ancora di più. Esso tenne sempre, per tutta
la durata del conflitto, una squadra a Gibilterra con il preciso compito di
impedire che la flotta francese di Tolone potesse avventurarsi oltre le Colonne
d’Ercole in direzione degli Oceani. L’attività della squadra “mediterranea”
britannica risultò comunque secondaria rispetto a quella delle altre. Data la
quasi totale assenza di forze nemiche, l’Ammiragliato poté organizzare diverse
spedizioni contro le più importanti colonie francesi delle Indie Occidentali
(Guadalupa) e lungo la costa dell’Africa Occidentale (Senegal). In questo modo,
la Francia venne privata di quelle materie prime e di quei prodotti pregiati di
cui aveva assoluto bisogno per muovere la sua economia di guerra. La tardiva ed
incauta entrata in guerra della Spagna a fianco della Francia (1762), offrì
nuovi allori alla marina inglese che, data l’inconsistenza della flotta
iberica, prese a saccheggiare con facilità e profitto i ricchi possedimenti
coloniali di Madrid, nelle Americhe e nelle Filippine.
Nel frattempo, la situazione delle
basi francesi della costa atlantica andava peggiorando. Brest venne più volte
attaccata o sottoposta a “blocco”. La posizione geografica dello scalo bretone
risultava tale da condizionare sia i difensori che gli eventuali aggressori.
Spesso, in presenza di forti venti di burrasca provenienti ponente, le navi
francesi non potevano prendere facilmente il largo e nel medesimo tempo le
correnti potevano mettere in grave pericolo le squadre inglesi che erano solite
incrociare in quelle acque. Proprio per evitare disastri, durante la cattiva
stagione, gli inglesi avevano preso l’abitudine di porre al sicuro le loro navi
a Torbay o a Plymouth fino a sopraggiungere dei più favorevoli venti estivi di
levante. Per questo motivo, l’operatività del più grande scalo francese
sull’Atlantico, durante l’arco dell’anno risultava menomata. Nonostante ciò,
nel corso della guerra, non furono pochi i convogli francesi che, al comando di
capitani molto esperti e coraggiosi, sfidarono i marosi per cercare di eludere
la sorveglianza delle unità inglesi.
Nel 1758, Versailles decise di
accelerare i preparativi di allestimento della flotta destinata all’invasione
dell’Inghilterra. L’economia francese vacillava sotto i colpi inferti dalla
marina britannica. Gli approvvigionamenti dalle colonie si erano rarefatti e il
Paese, duramente impegnato sul continente dalla Prussia di Federico II,
iniziava a dare segni di cedimento. Preoccupato per la grave situazione, Luigi
XV decise di affidare il comando supremo delle forze militari al ministro
Choiseul. Questi, agli inizi del 1759, strinse ulteriormente i tempi per l’allestimento
della squadra da invasione, non preoccupandosi minimamente di rifornire le
colonie d’oltre Oceano. Choiseul impegnò la maggior parte degli arsenali e del
loro personale nella costruzione di speciali battelli da sbarco a fondo piatto
adatti al trasporto di truppe, quadrupedi, artiglierie e rifornimenti. Secondo
i suoi piani, un’armata di 50 mila uomini sarebbe stata traghettata oltre
Manica mentre una seconda, di 12 mila uomini, sarebbe sbarcata in Scozia. Gran
parte delle navi e dei battelli necessari per l’impresa vennero costruiti nei
cantieri di Le Havre, Dunkirk, Brest e Rochefort. Choiseul fece inoltre
allestire due squadre, una a Tolone e una a Brest, che una volta congiunte,
avrebbero avuto il compito di scortare i natanti da trasporto. Tuttavia, a
causa della presenza della squadra mediterranea britannica ancorata a
Gibilterra, le due flotte non poterono incontrasi, rimanendo separate per tutto
il resto del conflitto. Fu solo a quel punto che Versailles decise di
accantonare il suo grande progetto. Ancora una volta il possesso della Rocca di
Gibilterra aveva consentito all’Inghilterra di neutralizzare una grave minaccia
con un minimo sforzo. E pensare che nel 1757, l’anno forse più difficile per
l’Inghilterra, il Primo Ministro Pitt, preso da un insolito sconforto, aveva
offerto alla Spagna la restituzione della Rocca in cambio di un suo appoggio
immediato per la riconquista di Minorca.
Nell’agosto del 1759, la squadra
navale francese di Tolone tentò comunque una sortita in direzione dell’Atlantico
per raggiungere Brest. Il 5 agosto, dopo aver respinto, nella stessa rada di
Tolone, un attacco da parte della squadra dell’ammiraglio Boscawen nella stessa
rada di Tolone, il commodoro De La Clue, lasciò quelle acque con 12 navi e si
mise all’inseguimento del nemico che, nel frattempo, si stava ritirando a
Gibilterra. Passato lo stretto nel cuore della notte, De La Clue entrò in
Atlantico dove 5 delle sue navi smarrirono la rotta finendo a Cadice.
L’indomani, con sole 7 unità il commodoro dovette fronteggiare l’intera squadra
di Boscawen. Grazie all’eroismo di un comandante di squadra, certo De Sabran,
che con la sua unità si buttò da solo nella mischia per dar tempo alle altre
navi francesi di ritirarsi, De La Clue riuscì però a limitare i danni. Ferito
ben undici volte, De Sabran rischiò di affondare con il suo vascello
letteralmente sconquassato dal fuoco di otto navi britanniche. De La Clue
sfuggì quindi all’agguato e puntò verso la neutrale costa portoghese. Giunto
nei pressi di Lagos, il commodoro francese venne egualmente attaccato da
Boscawen che, non tenendo in minima considerazione lo stato di neutralità del
regno Lusitano, catturò e in parte distrusse la squadra francese. Le cinque
navi che, avendo sbagliato rotta erano entrate a Cadice, rimasero invece
bloccate in quel porto. Venuto a conoscenza della disfatta di Lagos, il
Ministro Choiseul decise di riunire forze sufficienti per tentare almeno lo
sbarco in Scozia, operazione che affidò al maresciallo di Conflans che,
nonostante il suo titolo, era un ufficiale di marina. Il piano elaborato da
Choiseul consisteva nel far scortare le navi da trasporto (ciascuna con a bordo
150/200 soldati) da 5 unità di linea accompagnate da altre minori. Conflans
insistette affinché fosse impiegata allo scopo l’intera squadra di Brest,
comunque di molto inferiore a quella inglese della Manica comandata
dall’ammiraglio Hawke. Choiseul ritenne opportuno far precedere la squadra da
trasporto (diretta verso la costa scozzese di Clyde) da tutta la squadra da battaglia.
Egli pensava che, in caso di scontro con il nemico, i lenti trasporti non
avrebbero rischiato la totale distruzione. Conflans fu costretto a seguire le
direttive del Ministro e ai primi di novembre del 1759 radunò la squadra da
battaglia a Brest, rinforzandola con le poche unità dell’ammiraglio Bompart
appena giunte dalle Indie Occidentali (Bompart era riuscito a raggiungere Brest
il 6 novembre grazie ad un fortunale che aveva costretto la squadra inglese,
che stava di guardia al largo dello scalo, a rifugiarsi nel porto di Torbay).
Il giorno 14, Conflans uscì da Brest e con le sue navi di linea fece vela verso
la Gran Bretagna, subito inseguito dalle 23 navi di Hawke che, nel frattempo,
erano uscite da Torbay. Dopo alterne vicende, la squadra di Conflans si diresse
verso la Baia di Quiberon, considerata molto pericolosa per via dei suoi bassi
fondali. Conflans pensava, a torto, che Hawke non avrebbe rischiato di far
arenare le sue unità, alle quali nel frattempo si erano unite altre 4 navi da
50 cannoni dell’ammiraglio Duff. Anziché desistere, Hawke serrò le distanze e,
nonostante il pericolo costituito dai fondali sabbiosi, attaccò con decisione i
17 vascelli di Conflans all’interno della Baia. Era il 20 novembre. Gli inglesi
ebbero la meglio e la squadra francese venne sconfitta e dispersa. L’ammiraglia
“Soleil Royale” e le 14 malconce navi superstiti, alcune delle quali
affondarono in seguito, furono costrette a trovare rifugio all’interno di brevi
corsi d’acqua. Gli inglesi, dal canto loro, lamentarono la perdita di due sole
navi. Con la sconfitta di Conflans svanì il sogno Choiseul. L’Inghilterra era
salva e ancora più forte di prima. Dopo la battaglia di Quiberon, la flotta
britannica non dovette più affrontare consistenti squadre francesi. Liberi di
agire contro le indifese colonie di Versailles, gli inglesi completarono
l’isolamento dell’intero impero d’oltremare nemico. Il 1759 fu l’anno cruciale
dell’intero conflitto dei Sette Anni. Nell’arco dei dodici mesi gli inglesi
batterono i francesi a Quiberon, conquistarono Québec, occuparono l’isola di
Guadalupa nelle Indie Occidentali e la colonia di Goree sulla costa occidentale
africana. Nell’Oceano Indiano i successi dell’ammiraglio Pocock sul commodoro
d’Aché determinarono la fine della presenza commerciale e militare francese in
India. Tutte queste importanti vittorie furono ottenute dalla Marina Inglese.
La perdita del Canada e quella dell’India furono causate dall’incapacità,
palesata dalla Francia, di proiettare a distanza il proprio potere militare.
Privata delle sue fonti di approvvigionamento di materie prime, la Francia
precipitava in una crisi economica senza precedenti. “Nel 1760 le risorse del Paese – riferisce Troude nella sua opera “Battailles Navales de la France” – potevano considerarsi esaurite”. “Già nel 1758 – aggiunge
Lapeyrouse-Bonfils nell’”Histoire de la
Marine” – la caduta del commercio
dovuta all’azione degli incrociatori inglesi, la mancanza di buone navi e la
penuria di rifornimenti, costrinsero il Governo francese a ricorrere a
stratagemmi estremi quali la guerra di corsa”. Tuttavia i “corsari” francesi, pur operando
brillanti attacchi al traffico inglese, non riuscirono a modificare una
situazione di per sé irrimediabilmente compromessa. “Anche se nel 1759 i corsari francesi riuscirono a distruggere o
catturare 240 bastimenti, quasi tutti di piccolo tonnellaggio, i cantieri
inglesi ripianarono in tempi rapidissimi le perdite. Mentre il commercio navale
francese si andava riducendo sempre di più a causa dell’attività degli incrociatori
nemici, i traffici mercantili britannici continuarono ad aumentare senza soste
grazie ad una poderosa flotta da trasporto che nel 1761 arrivò a toccare le
8.000 unità”. Anche la tardiva entrata in guerra della Spagna a fianco
della Francia (determinata dall’accordo diplomatico detto “Patto di Famiglia”, siglato dalle due Corone latine il 15 agosto
1761) non apportò alcun servigio a Versailles, anzi provocò soltanto il crollo
definitivo della potenza iberica. L’inutile intervento della Spagna non fu
dettato soltanto da convenienze politiche. Da anni Madrid protestava
inutilmente contro gli attacchi che i “corsari”, ma anche le unità regolari
britanniche, portavano ai suoi velieri da carico. “Durante la guerra dei Sette Anni – scrive lo storico inglese Mahon
nella sua “History of England” – la bandiera spagnola non sempre fu
rispettata dagli incrociatori britannici”. “Nel 1758 – precisa Campbell nel suo “Lives of the Admirals” – non
meno 176 navi neutrali, cariche di prodotti coloniali francesi caddero nelle
mani degli inglesi”. Alfred T. Mahan ammette addirittura che “il fatto di poter disporre di un potenziale
navale illimitato portava gli inglesi ad esercitare uno scarsissimo rispetto
per i diritti elementari delle nazioni neutrali” che, legittimamente,
volevano continuare ad intrattenere rapporti commerciali con tutti i
belligeranti, Francia inclusa. La Spagna aveva dunque buoni motivi per prendere
una posizione che, come si è detto, non farà che accelerare la sua decadenza
politica e militare a livello europeo e mondiale. Anzi, è sicuro che
l’Inghilterra abbia visto di buon occhio la scesa in campo di un avversario
militarmente impreparato ma fornito di ricche colonie da saccheggiare.
L’incauta dichiarazione di guerra della Spagna alla Gran Bretagna consentì a
quest’ultima di allargare ulteriormente e agevolmente l’orizzonte del suo
espansionismo. Dopo le colonie francesi, Londra avrebbe così potuto conglobare
anche quelle spagnole al termine di una rapida e vittoriosa serie di operazioni
navali. Nel 1761, la consistenza della flotta inglese aveva raggiunto le 120
unità di linea (alle quali si devono aggiungere quelle di riserva e un
elevatissimo numero di navi militari minori) armate da 70 mila tra ufficiali e
marinai addestrati, gran parte dei quali veterani. Dal canto suo, la marina
francese, che nel 1758 contava ancora 77 navi di linea, l’anno seguente ne
poteva schierare non più di 42 (27 erano state catturate e 8 erano state
distrutte dal nemico nel corso degli scontri del ’59). Quando Madrid dichiarò
guerra all’Inghilterra, la marina spagnola, sulla quale la Francia sembrava
fare tanto affidamento, non fu in grado di schierare più di 50 unità armate con
equipaggi scarsamente addestrati. Ai fini della campagna Nordamericana,
l’entrata in guerra della Spagna giocò nettamente a sfavore delle forze
franco-canadesi. Non soltanto la Spagna si guardò bene dall’aprire un secondo
fronte sul continente americano, come avrebbe sperato il maresciallo Montcalm
(che contava su un attacco spagnolo alla Carolina del Sud, utile a distogliere
truppe anglo-americane dal traballante fronte canadese), ma non riuscì nemmeno
ad impiegare la sua flotta atlantica contro i convogli britannici. Al
contrario, la flotta da combattimento e i “corsari”
inglesi ebbero modo di conquistare con relativa facilità le più importanti
piazzeforti spagnole del Nuovo Mondo, catturando ingenti bottini e rafforzando
la loro presenza in Atlantico e non solo. Dopo la dichiarazione formale di
guerra (1° maggio 1762) la Spagna non tentò alcuna operazione degna di nota
contro la potenza britannica. Anzi, si trovò subito costretta alla difensiva.
Già alla fine del maggio ’62, la squadra dell’ammiraglio Pocock (rientrata in
marzo dal teatro operativo dell’Oceano Indiano) fece vela sull’importante piazzaforte
spagnola di L’Avana (Cuba) che conquistò dopo un assedio di quaranta giorni.
Nel corso dei combattimenti, gli inglesi catturarono o affondarono anche 12
navi nemiche che si trovavano all’ancora in quel porto. Pochi mesi dopo, una
seconda squadra britannica puntò su Manila (Filippine) che conquistò in
ottobre, assieme all’intero arcipelago. L’occupazione della strategica base
navale di Manila e la simultanea cattura, da parte inglese, di due grandi
galeoni iberici (quello di Acapulco e quello di Lima) che trasportavano
dall’America latina a Cadice un tesoro in argento del valore complessivo pari a
7 milioni di dollari attuali, determinarono il crollo della Spagna e la sua
conseguente resa. La Francia, dopo la perdita della sua più importante base navale
corsara di Fort Royal - Martinica
(conquistata il 12 febbraio 1762 dall’ammiraglio Rodney) e delle isole di
Grenada, Santa Lucia e Saint Vincent, non era più in grado di impensierire
neppure marginalmente l’Ammiragliato britannico. La scomparsa dagli Oceani
della flotta da guerra francese determinò, come si è detto, anche il tracollo
della politica economica di Versailles. “Il
commercio internazionale francese – annota Campbell nel suo “Lives of the
Admirals” - venne quasi completamente
distrutto, mentre la flotta mercantile britannica crebbe per numero e forza. Le
spese di guerra inglesi venivano ampiamente coperte grazie agli introiti
provenienti da un florido e sicuro commercio internazionale. In quel periodo
(1760/61) i mercanti inglesi impiegarono 8.000 bastimenti”. Dopo aver
sbaragliati sul mare i francesi e i loro alleati spagnoli, l’Inghilterra
rivolse l’attenzione al Portogallo, suo tradizionale alleato. Essendo stata
minacciata dalle maldestre corone di Spagna e Francia, la monarchia lusitana chiese
subito aiuto alla Gran Bretagna che inviò in Portogallo una flotta con a bordo
un esercito. Come da copione, gli inglesi ebbero la meglio sulle scarse forze
navali franco-spagnole. Grazie al suo intervento, la Gran Bretagna ottenne dal
Portogallo il libero accesso a tutte le sue basi navali metropolitane e
coloniali, migliorando ancor di più l’apparato logistico e di supporto della
Royal Navy.
Il Trattato di Pace di Parigi del
1763, che sancì la fine della Guerra dei Sette Anni, fece dell’Inghilterra la
più grande e temuta potenza navale e di conseguenza la più ricca nazione del
mondo. Come osservò uno storico francese dell’epoca: “Con la fine di questo conflitto, l’Inghilterra si ritrovò nelle mani
l’intero continente Nordamericano e quello Indiano. Due immensi mercati che
servirono ad essa per sviluppare il suo commercio e le sue manifatture su scala
internazionale”.
FINE
BIBLIOGRAFIA:
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A history from the earliest times to 1900. Volume III, London, Chatham Publishing, 1996
MAHAN, Alfred. L’Influenza del potere marittimo sulla
Storia. Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, Ed. Stabilimento
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DU JOURDIN, Michel. L’Europa e il Mare.
Bari, Editori Laterza, 1993
ROSSELLI, Alberto. Québec 1759 (Cronaca di un fatto d’armi che
cambiò la storia del continente Nord-Americano). Genova, Erga Edizioni,
1997
ROSSELLI,
Alberto, Il Conflitto anglo-francese in
Nord America 1756-1763, Genova, Erga Edizioni, 2000