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LE
MISSIONI SCIENTIFICHE TEDESCHE IN TIBET
Di tutti i progetti scientifici promossi e
portati a compimento negli anni Trenta e Quaranta dalla Germania nazista, la
spedizione scientifica in Tibet alla ricerca delle origini della razza ariana,
appare come una delle più interessanti e curiose, anche per i suoi (meno noti)
risvolti politici, diplomatici e militari. Nell’aprile 1938, cinque qualificati
ed addestrati membri delle Waffen-SS (l’Hauptsturmfuhrer SS Ernst
Schaefer, biologo e zoologo; l’alpinista e capogruppo tecnico Edmund Geer;
l’antropologo ed etnologo Bruno Berger, il geografo e geomagnetologo Karl
Wienert e il fotografo e operatore cinematografico Ernst Krause) partirono,
dietro ordine di Heinrich Himmler, alla volta del Tibet e della città sacra di
Lhasa per effettuare ricerche antropologiche, etnologiche e mistico-religiose,
ma anche per gettare le basi per una successiva penetrazione tedesca in Asia.
Ufficialmente, il gruppo aveva come scopo non tanto la scoperta (come scrisse
Orville Schell nel suo libro Virtual Tibet) della mitica Shangri-La, la
sperduta terra in cui si presumeva esistesse una civiltà pacifica e perfetta,
ma la scoperta di prove scientifiche su cui basare e giustificare l’idea di
supremazia della razza ariana tanto cara ad Adolf Hitler. Alti esponenti del
partito nazionalsocialista, primo fra tutti Himmler, credevano infatti che in
Tibet vivessero gli ultimi discendenti di una “superiore” tribù ariana -
leggendaria antenata della razza germanica - custode di poteri soprannaturali e
di formule esoteriche in grado di dominare “tutte le altre stirpi inferiori”. E
come si sa, secondo i nazisti, l’acquisizione diretta di tali conoscenze
avrebbe permesso alla Germania di conquistare il mondo e di affermarsi come
nazione guida dell’umanità: un progetto oltremodo ambizioso che abbisognava non
soltanto della pura forza militare, ma di una motivazione e giustificazione
trascendentali elevate ed inoppugnabili.
Come si è detto, la
missione, oltre a scopi diciamo scientifici, nascondeva una serie di non
irrilevanti (e molto più realistici) obiettivi politici e militari. Prendendo
per buone le ragioni ideologiche che stavano alla base del progetto di Himmler,
alcune alte sfere della Wehrmacht contavano infatti di sfruttare l’occasione
per allacciare più stretti rapporti con il movimento anti-inglese e
indipendentista indiano e per instaurare una sorta di “protettorato” tedesco
sul Tibet, trasformando questo stato montagnoso in una potenziale base
strategica dalla quale insidiare i vasti possedimenti coloniali britannici in
Asia: obiettivo, quest’ultimo, che - a margine dell’ottenimento dei suoi
interessanti risultati scientifici - la spedizione si trovò vicina a
realizzare. Come è noto, la missione venne infatti bene accolta dal Reggente di
Lhasa che dal 1933, cioè dalla morte del Tredicesimo Dalai Lama, governava il
Tibet. Il monaco di Reting, diventato Reggente nel 1934, non soltanto si
dimostrò molto amichevole nei confronti dei tedeschi, ma accettò addirittura di
allacciare relazioni diplomatiche con la Germania di Hitler, lasciando
presagire interessanti sviluppi sulla base di una più solida e continuativa
cooperazione.
Ma a questo punto occorre
fare un passo indietro per mettere in luce le motivazioni profonde che ben
prima della missione del 1939 avevano spinto diversi studiosi tedeschi a
ricercare gli antichi e presunti legami culturali e le affinità elettive che a
loro parere univano i destini di due popoli apparentemente tanto distanti come
quello tibetano e germanico.
Già a partire dai primi anni
Trenta, i nazisti avevano iniziato a mutuare dalla antica civiltà indiana - per
i loro cerimoniali - simboli e linguaggi di particolare significato,
appropriandosene e adoperandoli per giustificare e motivare la loro oscura e in
qualche modo bizzarra filosofia politica ed esoterica pangermanica a sfondo
razziale. Non a caso, Hitler, fino dai suoi primi scritti, aveva innalzato il
termine “ariano” (parola derivante dal sanscrito arya, che significa
“nobile”) ad attributo unico ed intangibile di una stirpe e di una cultura
germanica pagana antecedente per contenuti gloria e meriti a tutte le altre.
Nei Veda, le antiche scritture indu, il termine “ariano” si riferisce
infatti ad una razza dalla pelle chiara proveniente dall’Asia Centrale che in
epoche molto remote riuscì a soggiogare le popolazioni dalla pelle più scura (i
Dravidiani) abitanti il vasto subcontinente indiano. Ma ben prima dell’avvento
del nazismo, alcuni studiosi tedeschi ed europei avevano sostenuto diverse
ipotesi al riguardo. Tra il 2000 e il 1500 a.C. una migrazione multi
direzionale di un popolo indo-europeo dell’Asia centrale si sarebbe mossa verso
l’India e l’Europa portando con sé i germi di una cultura superiore:
supposizione destinata, successivamente, ad infiammare le menti degli studiosi
nazisti che, tuttavia, non riuscirono mai a dimostrare che queste tribù
indo-europee fossero in realtà gli “ariani” già citati dai famosi Veda.
Tra l’Ottocento e i primi
del Novecento noti personaggi, fra cui Joseph de Maistre e Joseph Arthur de
Gobineau, cercarono (seppure attraverso teorie e tesi diverse), di manipolare
il mito di una pura razza ariana dalla pelle chiara, vantandone la superiorità
e trasferendone i requisiti in quella nordica e tedesca. Non a caso
fu proprio l’identificazione tra gli ariani del secondo millennio a.C. e il
popolo tedesco a conferire agli alfieri del nazionalismo tedesco la convinzione
che la Germania fosse l’unica nazione al mondo ad avere diritto ad affermarsi
con la forza sugli altri popoli. Le teorie circa la supremazia della razza
ariana contribuirono di conseguenza a fomentare tra i tedeschi non soltanto
l’antisemitismo (inteso come avversione al “diverso” non soltanto sotto
l’aspetto religioso, ma anche nel contesto di una contrapposizione
discriminante etnico-biologica), ma anche ogni altra sorta di reazione
xenofoba, intesa come la repulsione contro altre “razze etnicamente e
moralmente inferiori” - vale a dire quella slava - per non parlare delle
cosiddette minoranze nomadi (gli zingari), fino ad arrivare a temere uno
sconveniente “contagio di sangue” anche da parte dei popoli latino-mediterranei.
Nel 1890, E. B. Lytton, un
appartenente al movimento Rosacroce, scrisse un libro, che ebbe notevole
diffusione, circa l’ipotesi dell’esistenza di un’energia cosmica (particolarmente
spiccata negli individui di sesso femminile) chiamata Vril. Lytton
parlò anche di una misteriosa società Vril: un’aggregazione razziale
fantastica formata da super-esseri umani che un giorno sarebbero emersi dai
loro nascondigli sotterranei per governare il mondo. L’immaginazione dello
scrittore coincideva con il diffuso interesse per l’occulto che i quell’epoca
caratterizzava la vita culturale di certa aristocrazia europea. Non a caso, sia
in Germania che in altre nazioni europee erano fiorite molte società segrete il
cui scopo era appunto quello di aprire la strada, attraverso l’ideologia
dell’occulto e alla propaganda pagana, alla riscoperta di una fantomatica razza
superiore prossima ad esercitare, legittimamente, il suo sacro ed assoluto
potere su tutta la terra.
Si andava dalle sette devote al Santo Graal a
quelle che predicavano curiosi rituali infarciti di sessualità pagana, di
misticismo e di dedizione alle droghe, sull’onda di un diffuso revival delle
credenze di derivazione buddista e indù. Insomma, il misticismo esoterico
nazista non era nato dal nulla, ma affondava le sue radici più profonde in una
tradizione culturale europea piuttosto consolidata che trovò nei circoli
politici e militari tedeschi molti adepti e promotori. Basti pensare al
generale Karl Haushofer (che sarebbe diventato uno dei sostenitori di Hitler) e
alla sua setta esoterica Vril. Lo scopo principale della società fondata
da Haushofer (chiamata Vril in onore di Lytton) era quello di
approfondire gli studi sulle origini della razza ariana attraverso complicati
lavori di interpretazione dottrinale e curiosi cerimoniali ed iniziazioni a
sfondo magico. I membri della setta, che praticavano la meditazione per
risvegliare negli adepti l’energia cosmica femminile di Vril,
pretendevano di avere diretti collegamenti con i lontani maestri tibetani, e di
potere attingere a distanza il loro sapere occulto attraverso dei medium, come
la celebre Madame Blavatsky (la russa Helena Petrovna Han), una teosofista che
assicurava di essere in perenne contatto telepatico con non specificati
sacerdoti himalayani. Nel 1919, dalla società Vril ne scaturì una
seconda, la Thule, che venne fondata a Monaco dal barone Rudolf von
Sebottendorf, un seguace della Blavatsky. La società di Thule conservava
il credo e le tradizioni di vari e differenti ordini e credo religiosi, tra cui
i gesuiti, i templari, l’Ordine dell’Alba d’oro, e il sufismo. La setta
promosse il mito di Thule, un’isola leggendaria (di essa ne avevano già parlato
esploratori greci, come Pitea di Massilia, l’antica Marsiglia) ubicata nel
profondo Nord e un tempo popolata dalla razza padrona degli “ariani”.
Come nella leggenda di Atlantide (con la quale taluni studiosi hanno talvolta
ricercato comuni identità), in epoche remotissime gli abitanti di Thule erano stati
costretti a fuggire in seguito ad una spaventosa catastrofe sismica. Tuttavia,
alcuni sopravvissuti, rifugiatisi nelle viscere dei monti himalayani, erano
riusciti a conservare e a tramandare ai posteri i loro magici poteri. Da qui
l’idea, coltivata da von Sebottendorf e dai suoi seguaci, di cercare un
contatto, diretto o medianico, con questa straordinaria razza. Con il passare
del tempo, la Società di Thule aggiunse una forte carica ideologica e
politica ai suoi intendimenti esoterici, sfociando in un vero e proprio
movimento di opinione che negli anni Trenta si sarebbe poi fuso nell’ideologia
nazista. Insieme con il pugnale e le foglie di quercia, gli associati alla Thule
vollero adottare come insegna guida la svastica, simbolo di origine indiana che
era stato adoperato anche dai primi gruppi neo-pagani tedeschi. Gli associati
credevano che la svastica fosse un “segno” riconducibile all’arianesimo,
sebbene nel corso dei secoli esso fosse stato usato da svariate
culture e religioni. Nel corso delle sue ricerche, il generale Haushofer (che
fece anch’egli parte della Società di Thule) visitò più volte l’Estremo
Oriente. E il suo ardore nello studio indusse i vertici di Berlino a nominarlo
addetto militare a Tokyo per consentirgli un più lungo e stabile soggiorno in
Asia. E’ verosimile che in Oriente il generale abbia potuto acquisire nozioni
del buddismo zen, molto diffuso nella casta militare giapponese, e altre
conoscenze di tipo religioso, etnico e antropologico. Va ricordato che i primi
studi tedeschi sul buddismo ipotizzavano l’idea di un puro, originale credo
buddista perduto, mettendo in guardia gli ariani dal cosiddetto “buddismo
degenerato” e contaminato da credenze spurie che continuava a sopravvivere
all’originale. Tuttavia, sembra che il fattore “buddismo” rivestisse nel programma
studi della società Thule un ruolo di semplice elemento esotico
ornamentale, almeno se rapportato al credo della mitologia tibetana, la cui
conoscenza rappresentava l’obiettivo ultimo di una setta impaziente di dimostrare
al mondo la reale esistenza di un “mondo sotterraneo” himalaiano e quella dei
sopravvissuti della mitica razza di Thule.
Alla confraternita Thule
aderirono noti personaggi politici nazisti, tra cui Rudolf Hess, Heinrich
Himmler e quasi certamente lo stesso Hitler. Himmler abbracciò fin da subito il
credo neopagano della Thule, promuovendo nuove cerimonie mistiche ed
arrivando a credere (secondo tradizione indiana) di essere addirittura la
reincarnazione di un re germanico del decimo secolo: nota era infatti la sua
venerazione nei confronti di Enrico I l’Uccellatore nel quale si identificava.
Sembra che il Reichsfuhrer SS fosse praticamente certo che nel sottosuolo del
Tibet potessero essere ritrovate tracce degli antichi ariani dotati di poteri
sovrumani e paranormali. D’altra parte, al tempo in cui Hitler scrisse il Mein
Kampf, in Germania il mito della razza ariana era già fortemente radicato.
In un capitolo della sua opera (il XI, “Razza e Popolo”) il futuro dittatore
espresse molta preoccupazione per la continua contaminazione etnica alla quale
era sottoposto il popolo tedesco. Secondo Hitler, la pura razza ariana tedesca
era stata corrotta dal prolungato contatto con il popolo ebraico. Per Hitler,
l’unica difesa contro questa commistione forzata era quella di trovare una
“fonte perenne di sangue ariano”. Alla luce di questa sua
ossessiva apprensione, l’idea o meglio il progetto di avviare un contatto con
le popolazioni tibetane appariva anche a Hitler come una vera e propria
necessità. E’ da notare che, proprio per sostenere una politica di sviluppo
delle ipotesi “ariane”, il 1° luglio 1935 lo stesso Himmler (illuminato dalla
lettura dell’opera del filologo e studioso olandese di simbolismi protostorici
Herman Wirth) decise di fondare - in collaborazione con lo stesso Wirth e con
Richard Walter Darré - la Deutsches Ahnenerbe - Studiengesellschaft fur
Geistesurgeschichte (Eredità tedesca degli antenati - Società di Studi per
la Preistoria dello Spirito) a capo della quale mise l’Obersturmbannfuhrer
SS Wolfram Sievers, che dopo la seconda guerra mondiale verrà processato a Norimberga. Una curiosità.
E’ da notare che una delle 52 sezioni “scientifiche” della Società si occupava
degli studi esoterici e aveva tra i suoi consulenti eminenti personaggi come Ernst
Junger ed altri, completamente estranei, anzi avversi, alla cultura nazista,
tra cui il filosofo ebreo Martin Buber esperto in metafisica pura. Ciò non deve
stupire più di tanto poiché oltre alle ricerche sulla perduta Thule,
sulla proto-cultura ariana e indiana, la Ahnenerbe si occupava anche di analisi e rielaborazioni
di miti, ordini e ordinamenti religiosi e culturali di varia natura e origine,
tra cui il simbolismo nordico dell’Arpa Irlandese e le credenze dei Veri
Rosacroce (ovvero dei gruppi iniziatici ancora in possesso della tradizione
integrale dei Templari). Perfino gli insegnamenti della Bibbia e della Kabala
ebraica vennero setacciati per coglierne il senso nascosto…e nella speranza
(vana) di trovare giustificazioni ai concetti di razza eletta e di eredità di
razza. A tutti i membri dell’Associazione era richiesta una profonda erudizione
in campo linguistico, antropologico, geografico archeologico e cosmologico ed
anche una buona conoscenza delle metodologie Yoga e Zen considerate essenziali
per penetrare determinati misteri meta-politici e metafisici. “Ma oltre agli
studi teorici - riporta André Brissaud nel suo Hitler et l’Odre Noir -
l’Associazione di Himmler fu molto attiva nel campo delle tradizionali
spedizioni scientifiche: tra il 1935 e il 1939 ne organizzò più di 100,
soprattutto in Asia, ma anche in Europa Orientale e America del Sud, per
effettuare ricerche archeologiche e studiare usi e costumi di sperdute tribù o
di gruppi etnici presumibilmente eredi di antichissime culture ormai estinte.
Nel 1938, la Ahnenerbe organizzò
la prima, grande missione in Tibet, affidandone il comando al Hauptsturmfuhrer
SS Ernst Schaefer che, tra il 1930 e il 1932 e tra il 1934 e il 1936, aveva
partecipato a diverse spedizioni esplorative sia in territorio tibetano che
cinese. Scopo ufficiale e in parte autentico della spedizione era lo studio
della regione e della popolazione tibetana, anche se in realtà i nazisti
avevano in mente di venire a contatto diretto con il monaco di Reting diventato
Reggente un anno dopo la morte del 13° Dalai Lama (il 14° Dalai Lama, quello
attuale, nel 1938 aveva appena tre anni e sarebbe stato insediato sul trono
soltanto nel 1940).
La spedizione nazista partì
per nave nel maggio 1938 dal porto di Genova e circa un mese più tardi giunse a
Colombo (ex Ceylon), per poi proseguire per Calcutta, dove trovò ad accoglierla
una diffamante campagna stampa orchestrata dal governatore britannico,
preventivamente istruito da Londra (da tempo al corrente dei piani di Himmler)
per creare ostacoli alla missione scientifica tedesca. E’ da notare che nel
1935, a Calcutta, era comparsa dal nulla una rivista “culturale”, The New
Mercury, pubblicata da Sri Asit Krishna Mukherji e Sri Vinaya Datta, che
sposava in qualche modo le teorie naziste propagandate dalla Ahnenerbe.
Come annota Savitri Devi nel suo L’India e il Nazismo, la suddetta
testata pubblicava ricerche su tutto ciò che poteva servire a mettere in luce
una connessione profonda, non necessariamente politica, tra la civiltà indù e
quella germanica “esistita ben prima del Cristianesimo”. Gli imbarazzanti e
pericolosi contenuti del periodico (sostenuto sottobanco dai tedeschi tramite
il console generale a Calcutta Herr von Selzam) avevano destato non poche
apprensioni tra le alte sfere britanniche che, nel 1937, avevano provveduto a
sequestrare e a chiudere il The New Mercury, considerandolo uno
strumento propagandistico filo-nazista. Senza considerare che proprio in quegli
anni, il Governatorato britannico iniziava ad affrontare la politica
secessionista e filo-tedesca e filo-giapponese del carismatico leader
nazionalista indiano Shubas Chandra Bose intenzionato - al contrario di Gandhi,
indipendentista anch’egli, ma avverso all’Asse - a fomentare una grande rivolta
per cacciare gli inglesi dal suo paese.
Ma ritorniamo alla
spedizione. Dopo avere ottenuto, fra mille difficoltà, il visto dalle autorità
anglo-indiane per potere soggiornare sei mesi nel Sikkim (il piccolo stato
himalayano porta di accesso naturale al Tibet), ai primi di luglio Schaefer e i
suoi compagni radunarono una colonna composta da 50 muli e da una decina di
portatori, e con circa due tonnellate e mezzo di materiali e attrezzature da
campo partirono alla volta della grande e quasi inesplorata catena montuosa. Da
Gangtok, capitale del Sikkim (il cui maharaja accolse molto
amichevolmente la spedizione. Atteggiamento verosimile in un’epoca in cui molte
tribù indù vedevano nell’ateo e “ariano” Hitler un avatara - cioè un
“protetto o iniziato” - di Vishnu) la colonna proseguì faticosamente per due
settimane in direzione nord, lungo
stretti e ripidi sentieri frequentemente interrotti da frane e dalle piene dei
fiumi e dei torrenti ingrossati dai monsoni, fino a raggiungere la località di
Thanggu a quota 4.500 metri. Nei pressi di Gayokang, i tedeschi installarono il
loro primo campo in altura, proprio alle pendici del massiccio del
Kangchenjunga, la cui cima raggiunge i 8.585 metri. Dopo alcune settimane
trascorse a studiare il territorio e le popolazioni della zona, ai primi di
agosto Schaefer e i suoi uomini vennero contattati dal principe tibetano di
Doptra che li ospitò nella sua residenza estiva assicurando ai tedeschi una
scorta per raggiungere la città santa di Lhasa. Prima di partire la spedizione
effettuò però alcune ricerche zoologiche e antropologiche nella regione
montuosa del Sikkim, raccogliendo molto materiale, scattando centinaia di
fotografie e filmando centinaia di pellicola. Il 1° dicembre, infine, Schafer e
i suoi compagni vennero a sapere che il Reggente del Tibet aveva loro concesso
di trascorrere due settimane a Lhasa, località che la colonna tedesca (di cui
faceva parte anche un alto ufficiale Sikkim) guadagnò dopo una lunga e faticosa
marcia il 19 gennaio 1939. Qui Schafer venne ricevuto dalle massime autorità
tibetane e dal maestro spirituale del Dalai Lama. Quest’ultimo, infatti, non
era presente alla cerimonia in quanto, data la sua giovanissima età (appena
quattro anni) si trovava ancora nel suo villaggio situato nella zona di Amdo.
Lo storico incontro tra i membri della spedizione della Ahnenerbe e i
dignitari locali venne accuratamente documentato da una serie di fotografie e
da alcune decine di metri di pellicola. Era il momento che Schafer, Wienert,
Berger, Krause e Geer attendevano da tempo. Per loro si schiudeva infatti
l’opportunità di stabilire con i tibetani un rapporto di amicizia e di
interscambio culturale onde verificare la validità delle ipotesi antropologiche
elaborate in Germania dai sostenitori delle teorie “ariane”. Senza considerare
che prima di loro soltanto pochissimi esploratori stranieri avevano avuto
accesso alla “città proibita” himalayana. Come era accaduto a Gangtok, dove
avevano assistito alla “Danza di guerra degli Dei”, ai tedeschi venne offerta
l’occasione, assai rara, di partecipare alle celebrazioni del Capodanno
lamaista, di effettuare visite a tutti i templi della zona (tra cui quello di
Potala) e di svolgere approfonditi studi sulle caratteristiche etniche ed
antropologiche della popolazione locale. I tibetani consentirono anche di
effettuare indagini sui minerali, sulla flora e sulla fauna della regione, a
condizione però che per l’abbattimento di alcune specie di uccelli non
venissero usate armi da fuoco: divieto che Schafer aggirò costruendo una grossa
fionda con la quale abbatté alcuni esemplari. Sembra che tra gli scopi
scientifici della spedizione vi fosse anche la ricerca dell’Abominevole uomo
delle Nevi (ovvero lo Yeti): misterioso quadrumane di montagna che tuttavia non
venne mai avvistato o catturato. Durante le due settimane di permanenza i
rapporti tra tedeschi e tibetani si strinsero al punto da indurre i dignitari a
prorogare il rientro della spedizione di Schafer fino al 19 marzo: opportunità
che consentì agli uomini della Ahnenerbe di approfondire ulteriormente
le proprie conoscenze sulla città di Lhasa e sul territorio circostante. La
pattuglia, guidata da un dignitario, lasciò la “città proibita”, ridiscese a
valle e raggiunse l’avamposto inglese di Gyangtse, dopodiché Schafer esplorò le
rovine dell’antica capitale Jalung Phodrang (ormai disabitata da mille anni) e
il 25 aprile, dopo una marcia di 600 chilometri, arrivò a Shingatse, laddove
risiede il nono Panchen Lama. Anche in questa località, nei cui pressi si trova
il monastero di Tashi Lhunpo, i tedeschi vennero accolti molto bene, al punto
che il Panchen Lama Ch kyi Nyima accettò di firmare un trattato di amicizia con
la Germania. Ma ormai per il gruppo di Schafer era giunta l’ora del rientro in
patria. E il 19 maggio 1939, la pattuglia fece ritorno a Gyangtse, carica di
diari e quaderni zeppi di informazioni ed appunti e casse contenenti un numero
incredibile di fotografie (circa 20.000), più 16.000 metri di pellicola
cinematografica in bianco e nero, duemila a colori, un gran quantitativo di
materiali agricoli, attrezzature e vestiario del luogo e ben 108 volumi di
scritture buddhiste donate dal Reggente di Lasha alla Germania di Hitler. Oltre
a ciò, la missione portò con sé circa 4.000 uccelli impagliati, cinquecento
teschi di animali (taluni dei quali molto rari), alcuni esemplari di quadrupedi
di montagna vivi, piante e semi di ogni genere. Dopo avere superato i
meticolosi controlli inglesi, la colonna, composta da decine e decine di muli e
portatori, ridiscese la catena himalayana e raggiunse Calcutta da dove si
imbarcò alla volta di Atene. Il 4 agosto 1939, la spedizione - giunta a Monaco
di Baviera dalla Grecia in aereo - venne accolta all’aeroporto da Himmler e da
una folta delegazione di partito. Nonostante le notevoli scoperte scientifiche
compiute dal gruppo, il risultato della missione lasciò però abbastanza
insoddisfatto l’entourage del capo delle SS che si aspettava risultati
più interessanti, soprattutto sotto il profilo dell’indagine “misterica”.
Nessuno dei reperti e delle prove raccolte e catalogate con rigore e precisione
dalla spedizione poterono infatti confermare l’esattezza delle ipotesi
“razziali” che negli anni precedenti avevano galvanizzato la mente di così
tanti (e qualificati) studiosi tedeschi, accecati dal credo “ariano” e da quello
nazista.
Contestualmente all’impresa
di Schafer, va ricordato che, nel maggio del 1939, una seconda più piccola
spedizione tedesca condotta in Himalaya, in direzione del Nanga Parhat (metri
8.114), non ebbe la medesima fortuna di quella di Schafer . Il 3 settembre di
quell’anno, una colonna, guidata da Peter Aufschneiter e dal campione dei
giochi invernali olimpici del 1926, Heinrich Harrer, venne sorpresa dallo
scoppio della guerra spalancando ai due esploratori tedeschi i cancelli di un
campo di concentramento inglese in India settentrionale. Evasi nel 1944, dopo
una rocambolesca fuga in direzione dell’Himalaya, Aufschneiter e Harrer
riuscirono però a raggiungere il Tibet e la città di Lasha dove ottennero
asilo. Nel 1951, dopo l’invasione del Tibet da parte delle armate cinesi
comuniste di Mao Tse Tung, Harrer fece ritorno a Vienna, sua città natale,
mentre il suo compagno, che nel frattempo si era sposato con un’indigena,
preferì fermarsi nella remota regione asiatica. Come è noto, qualche anno fa la
vicenda di Aufschneiter e di Harrer è tornata agli onori della cronaca
attraverso la trasposizione romanzata del film “Sette anni in Tibet” del
regista francese Jean-Jacques Annaud.
FINE
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