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IL MOVIMENTO NEOCON
quando conservatore non
è sinonimo di
immobilista
E’ opinione diffusa che fino dal suo primo mandato, il presidente
Gorge W. Bush, e buona parte della sua amministrazione, abbiano subito il
fascino e l’influenza della corrente di pensiero neocon, rappresentata
dal numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz.
A differenza dei conservatori tradizionalisti nordamericani da sempre inclini all’ isolazionismo, i neoconservatori o neoconservative (espressione coniata
dall'intellettuale newyorchese Irving Kristol) pensano che gli Stati
Uniti abbiano invece l’onere e l’onore di esportare, e se necessario di imporre, anche con il
‘fosforo’, la Democrazia (intesa come
‘valore etico assoluto’) all’estero, ma non la propria cultura o stile di vita,
come è stato erroneamente inteso e scritto da non pochi esponenti progressisti
europei. La democrazia, intesa come ‘valore assoluto’, venne riportata in auge
dal movimento neocon alla metà degli anni Settanta, quando un
piccolo gruppo di intellettuali protestanti e cattolici, in gran parte democratici ‘pentiti’, cioè disillusi
dal “fiacco relativismo culturale” prodotto dalla corrente liberal, iniziarono ad esaminare i molteplici errori compiuti sia
dalle amministrazioni democratiche che da quelle conservatrici. Il lassismo dimostrato, tra
il 1965 e il 1975, dalla Casa Bianca nei confronti dell’offensiva comunista nel
mondo e la concomitante degenerazione dell’idea di libertà (“equivalente non di
rado – secondo i neocon - ad un sostanziale ed egoistico disimpegno”)
avevano infatti costretto l’America sulla difensiva, paralizzandone la politica
estera. Preoccupati dal delinearsi di “una
deriva qualunquista ed imbelle che avrebbe potuto portare allo sfaldamento
morale del paese”, i neocon
decisero di iniziare a lavorare su un progetto politico conservatore ma
concettualmente nuovo, propositivo e soprattutto alternativo sia al tradizionale
e non più pagante conservatorismo classico, sia al credo progressista e
libertario. Di qui l’ascesa di un modello politico che trovò in Ronald Reagan
il primo demiurgo capace di concretizzarlo, ridando agli States l’antica forza.
Fu infatti sotto il mandato di Reagan che l’America incominciò a riscoprire
molti dei valori fondanti che tra il 1960 e il 1975 erano stati distrutti o
ridicolizzati dalla beat generation:
La Patria (intesa come Democrazia) e la netta contrapposizione tra Bene e Male
(l’America Democratica da una parte e il totalitarismo sovietico dall’altra)
divennero i pilastri di una politica che agli intellettuali di sinistra
statunitensi ed europei, superficialmente informati circa la vera natura e
soprattutto ‘il perché’ del nuovo movimento, parve subito celare la
resurrezione del demonio reazionario. Negli anni Ottanta, alcuni circoli della gauche transalpina si affrettarono
infatti a denunciare il riemergere “del
vecchio, bieco conservatorismo anni
Cinquanta”, senza accorgersi che a fare capolino era invece un’ideologia di
altra specie, anche se per certi versi contigua a taluni ideali effettivamente
conservatori. Ma facciamo un passo indietro. Nonostante le simpatie manifestate
da Reagan nei confronti del movimento neocon,
quest’ultimo fece comunque molta fatica ad affermarsi tra i repubblicani, anche
perché, in quanto liberi docenti e studiosi, i suoi alfieri (di cui parleremo
più avanti) non risultavano affatto inseriti nell’amministrazione statale o nei
centri nevralgici del potere economico. Si era infatti ancora lontani dall’era
del presidente Bush junior, anche se, a ben vedere, ai primordi della sua
carriera politica anche l’attuale leader della Casa Bianca apparve piuttosto
scettico se non contrario alle tesi neocon.
Da repubblicani autentici, sia Bush padre che Bush figlio auspicavano,
infatti, un’America forte, ma non ‘reattiva’, di basso profilo in politica
estera, concentrata esclusivamente sulla risoluzione dei propri problemi
interni. Un’America intenzionata, se possibile, a non farsi coinvolgere in
pericolose imprese militari; un’America che avrebbe dovuto ridurre (anche in
conseguenza del crollo dell’Unione Sovietica) lo spiegamento delle proprie
forze in Europa, concentrandosi invece in operazioni di nation-building. Tuttavia, con il tempo, il tenace interventismo
americano nel mondo promosso dai neocon,
cioè quello in nome della difesa della democrazia intesa come ‘valore
assoluto’, ha di fatto modificato l’atteggiamento dei Bush e di gran parte del Partito
Repubblicano, trasformando la natura di questa compagine che ben presto iniziò
ad interessarsi, anche militarmente, di svariate situazioni internazionali,
tendenza questa, che ha fatto gridare allo scandalo i leader del Partito
Democratico, spalleggiato dalla maggioranza dei grandi giornali, tra cui il New York Time, il Washington Post e Newsweek.
Stando alle opinioni dei giornalisti democratici (vedi quelli del National Journal) a partire dalla
presidenza di George W. Bush il movimento neocon
avrebbe infatti iniziato ad influire in maniera determinante sulle scelte
più avventate dell’amministrazione americana. Non a caso, la stampa democratica
definì “pericolosi ed ascoltati falchi”
diversi neocon, seppure esterni al
sistema, tra cui Richard N. Perle,
Michael A. Ledeen (che dopo la presa di
Baghdad avrebbe auspicato un attacco immediato contro Teheran), e “veri e propri sobillatori inseriti nel
governo” personaggi come Paul
Wolfowitz e Joshua Muravchik. In
questi ultimi cinque anni, tutti questi individui avrebbero condizionato in
maniera determinante le decisioni del ministero della Difesa dell’ex capo
dicastero Donald H. Rumsfeld,
già considerato dai Democratici “il falco
dei falchi”. Di fronte a questa offensiva mediatica, il movimento neocon – che non ha mai potuto vantare
appoggi finanziari paragonabili a quelli delle lobbies culturali democratiche – ha comunque saputo compattare la sua
falange di analisti e studiosi, proseguendo per la sua strada e riuscendo anche
ad ottenere, dopo non pochi sforzi, il sostegno di un certo numero di testate
giornalistiche e televisive, comprese quelle facenti capo al gruppo Murdoch.
Impresa questa che ha fatto nuovamente gridare allo scandalo tutta
l’intellighenzia progressista statunitense e soprattutto europea. Ma
andiamo per ordine, addentrandoci nel ‘mondo’ neocon, grazie soprattutto alle indicazioni fornite da uno dei più
preparati ed obiettivi (anche se di parte) studiosi del fenomeno, Joshua Muravchik dell’American Enterprise
Institute (AEI), firma prestigiosa della rivista Commentary e già membro dello staff del senatore
Daniel P. Moynihan il cui lavoro è
stato scoperto e in parte pubblicato nel settembre 2003 da Il
Foglio di Giuliano Ferrara.
Come spiega Muravchik, la
predominanza dei neocon all’interno
dell’amministrazione Usa risulterebbe in realtà abbastanza limitata, seppure
tecnicamente molto qualificata. Personaggi influenti sono senz’altro il vice
segretario alla Difesa Paul Wolfowitz e Richard Perle, ex presidente del
Defense Advisory Board. Segue un piccolo gruppo di altri funzionari di alto
grado tra i quali il sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, il
sottosegretario di Stato John Bolton e il membro del Consiglio di sicurezza
nazionale Elliot Abrams. I centri di potere e di diffusione del credo neocon vengono invece individuati, oltre
che nell’American Enterprise Institute, nel Weekly
Standard, nel Project for the New American Century, diretto da William
Kristol e in Commentary, vero
crogiolo di una gran parte del pensiero neoconservatore che, contrariamente a
quanto sostenuto dalla stampa democratica (vedi il Boston Globe) e da quella francese (Nouvel Observateur), risente soltanto
in parte dell’influsso diretto delle teorie del filososo politico Leo Strauss
(1899-1973) e per nulla di quelle di Lev Trotzkij (1879-1940). Il Nouvel Observateur, probabilmente sulla
scorta delle indicazioni fornite da Michael Lind, un giornalista e politologo
americano che collabora con la rivista inglese di sinistra New Statesman, ha infatti sostenuto la curiosa tesi di una
connessione diretta tra le teorie di Trotzkij e quelle neocon. Mentre Jeet Heer ha invece messo a nudo le presunte radici
straussiane del neoconservatorismo. Sulla scia di Lind, Heer ha poi pubblicato
sul giornale canadese National Post
un’articolessa nella quale, con notevole disinvoltura, ha paragonato la teoria
della ‘guerra preventiva e permanente’ predicata da Trotzkij a quella sostenuta
dai neocon e dall’amministrazione
Bush. Sempre riguardo la già citata influenza esercitata da Strass sui neoconservatori,
l’eccentrico agitatore politico Lyndon La Rouche ha azzardato un’altra ipotesi
‘storica’, senz’altro affascinante, anche se piuttosto discutibile. Per La
Rouche, i neocon avrebbero trascinato
l’amministrazione Bush in una politica di interventismo militare all’estero
riscontrabile nei metodi e nelle finalità a quella ateniese nell’ambito della Guerra peloponnesiaca: conflitto che
vide la ‘democratica’ Atene impegnata contro la ‘bellicosa’ Sparta. E a
sostegno della sua tesi, La Rouche ricordò che il famoso dialogo, citato da
Tucidide, tra i plenipotenziari ateniesi e quelli della città di Melo
(colonia spartana, ma che nel contesto della disfida tra spartani e ateniesi,
desiderava rimanere neutrale) era stato in effetti citato da Irving Kristol,
uno dei padri fondatori del movimento neocon,
in un suo discorso. Ma di che cosa si tratta? L’episodio riportato da Tucidide
è un esempio classico del realismo politico contrapposto al prevalere del
diritto sulla forza. Durante la lunga guerra tra Atene e Sparta (dal 431 al
Ma è proprio vero che i neoconservatori sarebbero anche impegnati nel modellare la politica
statunitense in ossequio agli interessi del Likud o di Israele? “Di fatto – spiega Muravchik - molti neoconservatori sono
ebrei. In parte la risposta sta nel fatto che gli ebrei, tutte le volte che gli
è stata concessa la libertà di farlo, mostrano una forte attrazione per la
politica e in particolare per lo scontro delle idee politiche”. E per
quanto concerne il presunto odio dei neocon
filo-sionisti nei confronti dei “nemici mussulmani”, sostenuto con tanto vigore
dai progressisti? Per Muravchik basta un solo, rimarchevole esempio per ridurre
questa opinione a puerile bugia. “Nel 1992 – racconta Muravchik – quando scoppiarono per la prima volta le ostilità in Bosnia, e l’allora
presidente George H. W. Bush per voce del Segretario di Stato James Baker
dichiarò: “Non abbiamo il minimo interesse in quel conflitto”. Bush senior e Baker non erano certo uomini
senza cuore, ma semplicemente due perfetti rappresentanti dell’anima
conservatrice americana. Per loro la Bosnia aveva poca importanza per gli
interessi americani. Essa non aveva da offrire risorse vitali o una posizione
geografica strategica. Successivamente, però, iniziò a prendere vita un
movimento contrario a questa posizione: un movimento che, fatta eccezione per
un piccolo numero di giovani funzionari del servizio estero che avevano dato le
dimissioni dal Dipartimento di Stato in segno di protesta, non si lasciava
contrassegnare da alcuna etichetta
ideologica. Essi provenivano quasi tutti dalla cerchia dei neoconservatori”.
E tra essi, Richard Perle, Wolfowitz, Kirkpatrick e Max Kampelman, risultavano
in prima linea. “Io stesso – prosegue
Muravchik - mi sentivo così coinvolto nella questione, che la Bosnia risultò uno
dei fattori decisivi a spingermi a sostenere nel 1992 Bill Clinton e non Bush:
una scelta di cui ho cantato il mio pentimento non appena Clinton ha dimostrato
di non preoccuparsi della Bosnia nemmeno un istante in più di quanto aveva
fatto Bush padre . E’ opportuno ricordare che la causa bosniaca era sostenuta
dagli islamismi di tutto il mondo. E risulta ovvio che se vi fosse stato
qualche “interesse ebraico” da far valere in questo conflitto, avrebbe dovuto
essere a favore della posizione assunta da Bush padre e da Clinton. Tuttavia,
di fronte ai continui massacri – continua Muravchik - i
neoconservatori, ebrei e non ebrei cominciarono
a mostrarsi i più decisi nell’appoggiare a un intervento in Bosnia” In
ultima analisi, i neocon si sarebbero
accorti che era in gioco non il potere o la sicurezza degli States, ma – come
afferma Muravchik - “la sicurezza dell’intero sistema democratico”.
Come si è detto, contrariamente al liberalismo, il neoconservatorismo ha, in
effetti, una visione sacrale e quindi dogmatica della democrazia. Se i
conservatori tradizionali hanno sempre mostrato nei confronti di questa forma
di governo un atteggiamento sostanzialmente ambivalente, i neocon
non hanno mai avuto alcun dubbio sulla democrazia e sulla sua centralità etica:
opinione che spesso li ha spinti a giustificare l’uso della forza. In
quest’ottica, personaggi come Ronald Reagan e Winston Churchill non possono
affatto essere considerati conservatori in senso classico. Entrambi furono
convinti sostenitori del sistema democratico (e culturale) occidentale, e della
necessità di preservarlo e potenziarlo contro tutti gli attacchi esterni. Sia Churchill
che Reagan (ed in seguito Truman e Bush padre e figlio) sono stati, in fondo,
veri neocon, persuasi che bisognasse
affrontare i ‘nemici della democrazia’ con ogni mezzo, prima che essi
diventassero troppo pericolosi. Queste sono le ragioni che spiegano la
spontanea simpatia di non pochi neocon
nei confronti di Atene, ma anche di Israele, due democrazie diverse,
autentiche, ma proprio per questa ragione necessariamente decisioniste,
all’occorrenza militarmente attive. E talvolta pericolose.
FINE