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Le
origini dell'uomo
Un entusiasmante viaggio alla scoperta dei nostri più lontani progenitori
di Simone Valtorta
La ricerca sulle origini
della specie umana è una delle più affascinanti della Storia: la domanda «perché
esistiamo?», così come la conseguente «da dove veniamo?», è uno dei grandi
enigmi che l’uomo si pone sin dai tempi più antichi. Quest’indagine, però, è
nel contempo una delle più difficili, sia perché – per forza di cose – si
conosce ben poco sui tempi antecedenti a quelli della storia scritta, sia
perché la ricerca, a partire soprattutto dal XIX secolo, è stata viziata da un
«errore di forma»: ovvero, sembrava (soprattutto in area protestante) che la
teoria cosiddetta evoluzionistica, secondo la quale gli uomini, al pari di
tutti gli altri esseri viventi, subiscono mutazioni a seconda delle
modificazioni del clima, dell’ambiente e del modo di vita, contraddicesse la
parola biblica che raccontava la creazione dell’uomo sic et simpliciter; nonostante molti scienziati (tra i più
importanti, Galileo Galilei) avessero spiegato che la Bibbia
insegna «come si va in Cielo, e non come va il cielo», per molto tempo in
diversi circoli scientifici si continuò a leggere le Sacre Scritture come
qualcosa che non erano – ovvero, come dei testi scientifici. Se le ricerche
scientifiche sembravano contraddirle, era «ovvio» che la scienza fosse in
errore.
La situazione adesso è un po’ migliorata, soprattutto dopo
che la Chiesa
ha accettato la teoria evoluzionistica; una teoria che presenta anelli
mancanti, uno sviluppo del cervello umano che ha del miracoloso, improvvise
estinzioni, misteriose scomparse, e un cammino evolutivo dell’uomo tutt’altro
che lineare. Una teoria che, sebbene rifiutata ancora in taluni ambienti
scientifici, è però quella più seguita e – a parere di chi scrive – quella più
storicamente probabile.
Riassumiamola per sommi capi, cercando di tracciare una
sorta di «albero genealogico» della specie umana, così come è stato canonizzato
dalle ultime scoperte scientifiche, avvertendo che il quadro evolutivo
dell’uomo si rivela – paradossalmente – un enigma sempre più intricato man mano
che proseguono gli studi e si moltiplicano i ritrovamenti fossili.
I primi
mammiferi
La specie umana condivide
le sue origini non solo con le scimmie, i nostri «parenti» più prossimi, ma
anche con i gatti, i lupi, gli orsi, insomma con tutti i mammiferi; risalgono a
70 milioni di anni fa i primi fossili di purgatorius,
un piccolo mammifero roditore che aveva l’aspetto e le abitudini di un piccolo
topo: dimensioni ridotte, muso allungato, occhietti rossi a pallina, lunghi
baffi ed una coda di cui anche in noi uomini rimangono i segni nel coccige,
l’osso terminale della colonna vertebrale, che nel nostro corpo non ha nessuna
funzione apparente ma che in tutti gli animali caudati è l’osso che sorregge la
coda. Quest’animaletto, da cui discenderanno tutti i mammiferi, conduceva una
vita notturna, sugli alberi: il giorno era infatti dominato dai grandi rettili
di cui il purgatorius razziava le
uova deposte all’aperto, dato che ne era ghiotto, anche se probabilmente il suo
cibo principale erano gli insetti.
Il mondo era notevolmente diverso da come noi lo conosciamo:
gran parte di quelli che sono i continenti odierni era allora una distesa bassa
e pianeggiante, coperta da vasti e tranquilli mari poco profondi. Metà
dell’America del Nord era sommersa dalle acque. Un vasto oceano si stendeva
sopra la maggior parte dell’Europa, attraverso l’Iran e fino all’India, e le
sue onde lambivano ad Occidente le coste della Spagna, ad Oriente la Birmania e
la Malesia. Il clima era uniformemente caldo e mite, ideale per rettili a
sangue freddo come i dinosauri.
65 milioni di anni fa, l’era dei grandi rettili ebbe
bruscamente e repentinamente termine (in termini geologici, s’intende): si sono
avanzate un’ottantina di ipotesi per spiegare quest’estinzione di massa, alcune
notevolmente fantasiose. La più diffusa ne imputa la causa ad un enorme
asteroide dal diametro di dieci chilometri, che nell’impatto col nostro pianeta
avrebbe sollevato una colossale nube di polveri tanto densa da bloccare, per
mesi o addirittura per anni, i raggi del sole. La conseguenza fu l’apparire di
un rigidissimo «inverno nucleare», la morte delle piante, poi dei rettili che
di quelle piante si cibavano, infine dei rettili carnivori, rimasti senza
prede. Nella penisola dello Yucatan, in Messico, è stato in effetti trovato un
cratere di 150 chilometri di diametro che, per dimensioni ed epoca, potrebbe
appartenere al «meteorite assassino»; ma questa ipotesi presenta comunque dei
punti oscuri.
Fatto sta che il purgatorius
si trovò di punto in bianco in un mondo completamente nuovo e adattissimo alla
sua sopravvivenza: si affacciò alla luce del giorno, si moltiplicò, si diffuse
in molte nicchie che prima gli erano precluse. Le temperature erano alte e
vaste regioni erano interamente coperte da foreste: una fascia quasi continua
di foreste tropicali e subtropicali, larga molte migliaia di chilometri, si
stendeva da Seattle e Vancouver all’Argentina del Sud ed al Cile, da Londra a
Città del Capo, dal Giappone all’Australia Meridionale; nel Sahara, boschi,
savane e laghi esistevano dove ora regna il deserto; vi erano coccodrilli,
palme e paludi in Inghilterra, in Francia e nelle regioni nord-occidentali
degli Stati Uniti. In quest’ambiente particolare, il purgatorius cominciò ad evolversi e differenziarsi: già 60 milioni
di anni fa troviamo le prime forme che assomigliano a degli scoiattoli.
45 milioni di anni fa, di notte, una strana creatura
saltellava sulle cime degli alberi della foresta tropicale asiatica, alla
ricerca di insetti da mangiare: aveva piedini piccoli come grani di riso,
grandi occhi e pesava come una manciata di spagnolette. Era timidissima e
rapidissima. I paleontologi, che ne hanno trovato poche ossa in Cina, l’hanno
battezzata eosimias e la classificano
come l’anello di passaggio in uno svincolo fondamentale della storia
dell’evoluzione umana, quello dove le scimmie antropoidi (scimmie, primati e
ominidi) si dividono dalle proscimmie (tra cui gli attuali lemuri). Si
tratterebbe, insomma, della prima scimmia antropoide della storia, antenata che
abbiamo in comune con tutte le scimmie.
Analizzando minuziosamente i fossili di mammiferi
relativi agli ultimi 40 milioni di anni, si è potuto constatare che alcuni di
essi presentavano caratteristiche tipicamente scimmiesche, mentre altri ne possedevano
di tipicamente umane: dai piccoli mammiferi di 40 milioni di anni fa si
sarebbero diramate varie linee evolutive di cui alcune sarebbero andate verso
le scimmie ed una, la principale, sarebbe avanzata verso l’«umanizzazione».
È tra i 23 ed i 14 milioni di anni fa che troviamo il proconsul, una sorta di piccolo
scimpanzé che abitava nella calda ed umida foresta equatoriale africana. Tra
gli 8 ed i 7 milioni di anni fa, a seguito di un’era glaciale che ridusse
notevolmente l’estensione della foresta equatoriale a tutto favore della
savana, la linea evolutiva del proconsul
si diramò definitivamente dando origine da un lato a gorilla e scimpanzé,
dall’altro agli australopitheci,
e da questi – col passare delle ere – all’uomo moderno.
Gli
australopitheci
È a 3.900.000 anni fa (o
forse addirittura prima, a 5.000.000 di anni fa) che si fa risalire l’inizio
del regno degli australopitheci (nome
dal significato di «scimmie del Sud»), creature dai numerosi caratteri scimmieschi
ma già saldamente fissate sulla linea evolutiva umana; anzi, per un milione di
anni alcune delle loro specie convissero coi più antichi rappresentanti del
genere homo. Dal Corno d’Africa fino al Sud Africa, a ridosso
d’imponenti catene montuose, si estendeva la savana, una pianura di erbe alte
punteggiata di radi alberi dove penetravano ancora, come penisole, lunghe
strisce oscure di foresta a galleria.
Gli incontri tra diversi gruppi di ominidi dovevano spesso risolversi con un
po’ di sesso «esotico», con accoppiamenti e incroci fra le diverse specie, ma
qualche ominide di specie diversa fu fatto a pezzettini e mangiato, come
dimostrerebbero i resti di un australopithecus trovati con tracce di
cottura in un sito sudafricano, a Swartkrans, dove vivevano ominidi del genere homo.
Vegetariani e di indole pacifica, gli australopitheci
avevano già assunto una deambulazione bipede ed un’andatura eretta; erano alti
dai 115 ai 125 centimetri, pesavano dai 28 ai 35 chilogrammi e la loro capacità
cranica oscillava tra i 450 ed i 460 centimetri cubi.
Nel 1978 vennero ritrovate le prime
impronte di piedi umanoidi a Laetoli, in Tanzania, risalenti a 3.700.000 anni
fa. 1.500 chilometri più a Nord, quattro anni prima, era stato trovato il più
antico australopithecus mai scoperto, una giovane donna a cui fu dato il
nome Lucy.
Ma nel corso del tempo sono state fatte
numerose scoperte che sembrano volerci costringere a riscrivere l’albero
genealogico della specie umana: lo scienziato Leakey con la moglie Mary, dopo
anni di ricerche nelle vallate dell’Etiopia e della Tanzania, ha scoperto
fossili di un essere pre-umano molto più antico dell’australopithecus,
ma assai più evoluto e dal cervello più grande: 650 centimetri cubi.
In seguito, il figlio di Leakey, sempre
nella stessa regione, ha ritrovato un cranio assai più grande di quello
scoperto dal padre e di un milione di anni più antico; lo ha chiamato homo
1470. Si tratta di un ominide vissuto circa tre milioni di anni fa, e la
sua capacità cranica è di circa 800 centimetri cubi.
Più recentemente, sempre il giovane
Leakey ha fatto altri due ritrovamenti ancor più sensazionali, in un giacimento
sulle rive orientali del lago Rodolfo, in Kenya. Il primo ritrovamento è stato
un teschio quasi completo, antico almeno di un milione e mezzo di anni,
appartenente ad un tipo di ominide che quasi certamente è sulla linea
ancestrale umana: esso già a quel tempo aveva acquisito i caratteri che
soltanto un milione di anni più tardi ritroviamo nell’uomo di Pechino. Il
secondo ritrovamento è un teschio vecchio di ben due milioni e mezzo di anni,
che pure sembra situato sempre sulla nostra stessa linea.
Un’altra scoperta sconvolgente è stata
fatta in Etiopia nella vallata dell’Afar: un ammasso di 150 pezzi ossei
appartenenti ad individui di forma sorprendentemente assai vicina a quella
dell’uomo odierno, vissuti più di tre milioni di anni fa. Si sono potuti
riconoscere almeno due bambini e quattro o cinque adulti – esseri che vivevano
certamente in gruppo e che furono sorpresi da un’alluvione od altra catastrofe
repentina.
L’evoluzione dell’uomo, spiega Alberto
Salza, antropologo dell’Università di Torino, «più che un albero genealogico in
progressione, va vista come un cespuglio di specie, spesso potato dalla
selezione naturale, in cui ogni specie faceva i suoi tentativi per assicurarsi
un futuro. Andiamo, per esempio, ai tempi dell’australopithecus afarensis
cioè a tre milioni di anni fa. Lucy, ritrovata in Etiopia, è la più nota
rappresentante di questa specie. Ma l’afarensis non era la sola specie ominide
esistente allora in Africa. A 2.500 chilometri di distanza, in Ciad, è stata
infatti scoperta un’altra forma, l’australopithecus bahrelghazali. E una
terza specie, ritrovata in Kenya, l’australopithecus anamensis, presenta
le caratteristiche più evolute, anche se proviene da strati più antichi. Lo
dimostra un osso della gamba molto simile a quello dell’uomo moderno. Non
sappiamo con quanta grazia si muovesse l’ominide del Ciad, ma è sicuro che Lucy
e gli altri afarensis non avevano ancora un’andatura bipede perfetta e
avevano lunghe braccia da arrampicatori. Conclusioni: gli afarensis, che
dipendevano ancora molto dagli alberi, se ne stavano nelle foreste, mentre gli anamensis,
camminatori migliori, sfruttavano pienamente la savana». Poi, circa due milioni
e mezzo di anni fa, tutta l’Africa Orientale si inaridì, le risorse divennero
scarse e gli ominidi risposero cambiando forma e modo di vita.
Nuovi tipi umani: dall’australopithecus all’homo erectus
Due milioni di anni fa,
vivevano in Africa Orientale quattro specie di ominidi.
La prima, sulle rive del lago Turkana, in Kenya, era l’australopithecus
boisei. Non era alto (150
centimetri), ma camminava con un certo stile e passo svelto. Le femmine erano
più piccole dell’unico maschio adulto del gruppo, indice di una società dove
vigeva l’harem, come fra i gorilla. Avevano mascelle possenti e una testa
piatta con in mezzo una cresta. Non facevano altro che mangiare graminacee e
semi, sviluppando le mascelle al posto della scatola cranica (il loro cervello
era grande solo un terzo di quello dell’uomo odierno); tuttavia, questa
strategia permetterà loro di restare al mondo per più di un milione di anni,
fino ad un milione di anni prima di Cristo.
Il secondo tipo di ominidi viveva in piccoli gruppi nei paesaggi mutevoli della savana e
frequentava soprattutto le rive, visitate anche dagli animali, dei laghi e dei
fiumi, ai margini delle foreste. Piccoli
insediamenti temporanei si alternavano a grandi accampamenti suddivisi in
settori specializzati; per essere più tranquilli, individui solitari o gruppi
ristretti di cacciatori potevano passare la notte distesi sui rami degli
alberi. A Melka Kunturé, sito etiopico di 1.700.000 anni fa, aree prive di
resti ma delimitate da grossi blocchi e da ciottoli si alternano a zone
destinate allo squartamento degli animali, in cui si vennero accumulando
utensili e frammenti di ossa. Maschi e
femmine erano più o meno delle stesse dimensioni, segno che esisteva un regime
sessuale promiscuo, con una moderata tendenza alla monogamia. Si trattava di homo
habilis. Era vegetariano,
ma non disdegnava insetti, piccoli rettili e uova. A volte trovava carcasse di
animali e si nutriva di carne; per tagliare la carne aveva imparato a costruire
piccoli utensili di pietra, dapprincipio semplici cocci rozzamente
frantumati: i ciottoli affilati ottenuti con percussioni sistematiche sono
testimonianze preziose dell’intenzione coerente dei loro artefici. Era più piccolo del boisei (120 centimetri)
anche se il suo cervello era più sviluppato: 650 centimetri cubi. Le braccia
lunghe mostravano ancora una certa confidenza con gli alberi, ma l’andatura era
ormai stabilmente bipede; la fronte, gli zigomi ed il mento erano
sfuggenti. Molto uniti fra loro, questi
ominidi non si spostavano mai dal loro territorio, la foresta, dove gli altri
ominidi non si avventuravano.
Il terzo ominide viveva nella savana: possiamo
facilmente immaginare un gruppo di homo rudolfensis intento a spaccare
con i suoi strumenti di pietra le ossa di una carcassa di gnu per mangiarne il
midollo. Rispetto all’habilis, il rudolfensis dipendeva più dalla
carne, come dimostrano le malformazioni ossee riscontrate nei fossili e dovute
ad un eccesso di vitamina A. Il cibo veniva diviso fra tutti e portato anche al
campo base, ben mimetizzato fra rocce e acacie, dove rimanevano i piccoli, controllati
dai più anziani.
Il
quarto ominide era l’homo ergaster ed
è il più interessante. Pensiamo ad un gruppetto di ergaster occupato a lavorare con un percussore un nucleo di pietra
per ricavare un oggetto simmetrico, dalla forma di mandorla, quello che oggi
chiamiamo «amigdala» o bifacciale (un utensile di pietra scheggiata su entrambi
i lati), in cui si manifestava chiaramente il senso della simmetria e il gusto
dello strumento bello, oltre che funzionale. Gli ergaster si esprimevano a gesti, come i rudolfensis, ma comunicavano anche con un tipo arcaico di
linguaggio, più urlato che parlato. Erano alti, oltre un metro e 80, il loro
corpo era simile a quello dell’uomo moderno. Erano abilissimi a seguire i
predatori, per trovare poi le carcasse degli animali uccisi, e forse erano in
grado di catturare piccole prede. Per il resto, la loro dieta si fondava su
frutti, semi e tuberi, di cui conoscevano locazione e stagionalità. Spiega
Salza: «Abbiamo condotto un esperimento sul campo; in una settimana sono
reperibili nella savana 200 chilogrammi di carne di animali morti o di carcasse
abbandonate dai predatori. Ma anche se si comportava ancora da “spazzino”, l’ergaster aveva varie marce in più
rispetto agli altri ominidi». La prima era la capacità di immaginare il
risultato delle sue azioni, una forma di pensiero: «Per costruire l’amigdala
gli ergaster dovevano già avere bene
in mente il risultato finale, che non si può intravedere fino all’ultima fase
della lavorazione. E questo presupponeva capacità concettuali». Era capace di
prevedere la stagionalità delle risorse, di sapere quando le erbe commestibili
sarebbero appassite, cosa che gli permetteva di arrivare prima degli altri
ominidi e di sfruttare gli ambienti più diversi. «A quei tempi gli ominidi
erano poche migliaia in tutta l’Africa e non credo vi siano stati conflitti fra
di loro» continua lo studioso. «Il problema era l’isolamento. Alcuni gruppi
finivano per allontanarsi dalla specie madre, rimanendo tagliati fuori, e
diventavano una specie nuova, per effetto della cosiddetta “deriva genetica”
(una popolazione isolata può subire mutazioni casuali che alla fine la rendono
diversa)».
Dopo
aver occupato la totalità del territorio africano, i rappresentanti dell’homo erectus si diffusero in tutte le
zone calde e temperate del Vecchio Mondo, raggiungendo il Medio Oriente 900.000
anni fa. Fu l’homo erectus a
diffondere l’uso del fuoco, secondo il grande scienziato russo Isaac Asimov la
più grande scoperta dell’uomo: la rossa fiamma forniva luce e calore,
permetteva di cucinare il cibo, di indurire le punte delle lance di legno verde
e teneva a bada i predatori. Malgrado tecniche affidabili per creare il fuoco
non siano state disponibili fino a circa 9.000 anni fa, i resti di piccoli
focolari portati alla luce forniscono una prova sicura del fatto che il fuoco
controllato si utilizzasse almeno 500.000 anni fa. L’habitat, che non si
limitava più ai ripari naturali sommariamente attrezzati, poté organizzarsi
all’interno delle caverne o all’aria aperta in uno spazio delimitato da
strutture elaborate. I membri di una tribù nomade si riunivano intorno ai
focolari, magari per celebrare una battuta di caccia particolarmente riuscita:
il cibo significava sopravvivenza, pertanto i cacciatori che ritornavano con la
preda erano un motivo per festeggiare. L’homo
erectus fu il primo ad operare una suddivisione dei compiti fra uomini e
donne: egli inaugurò una dimensione fino ad allora sconosciuta, quella
dell’evoluzione culturale.
L’homo sapiens
«È arduo tracciare una
linea diretta dai primi bipedi all’uomo moderno» dice Donald Johanson,
scopritore di Lucy. «Diversi ominidi hanno fatto la loro parte: l’afarensis e l’anamensis hanno segnato, per esempio, la discesa dagli alberi e la
deambulazione bipede. L’habilis la
capacità di costruire utensili di pietra. L’ergaster
la concettualizzazione». Lentamente, l’homo erectus diede origine ad
un’umanità nuova, quella dell’homo sapiens, definito così per la sua piena consapevolezza di esistere. Un primo
nucleo, localizzato in Europa e nell’Asia Occidentale, forse isolate
dall’avanzata dei ghiacci, oltre che in Africa, era costituito dall’homo
sapiens neanderthalensis, l’uomo di Neanderthal (scoperto per la prima
volta nel 1856), che nel periodo che va da 85.000 a 35.000 anni fa è stato
portatore di alcuni tratti anatomici arcaicizzanti: alto 165 centimetri, dal
peso di circa 60-70 chilogrammi, aveva una capacità cranica oscillante tra i 1.300
e i 1.600 centimetri cubi, superiore addirittura a quella dell’uomo odierno. La
corporatura era robusta e possente, soprattutto nei polpacci e nei bicipiti, la
testa piatta con una fronte sfuggente, il naso grande, prominente ed imponente,
la parte superiore del labbro rigonfia, le gambe e gli avambracci corti.
Seppelliva i defunti con offerte votive, lavorava le pelli e collezionava
oggetti lucenti o levigati scelti – per quanto se ne può dedurre – solo per il
fatto ch’erano «belli»: sono i primi rudimenti della religione e dell’arte, due
caratteristiche spiccatamente «moderne». Però non conosceva ornamenti, le
pitture rupestri ed altri aspetti della creatività dell’uomo di tipo moderno
che si manifesteranno solo 20.000 anni fa, forse grazie all’avvento di un
linguaggio articolato che stimolò la capacità di astrazione, che sta alla base
della nostra cultura.
A
fianco dell’uomo di Neanderthal e degli ultimi rappresentanti dell’homo
erectus, cominciò a costituirsi un secondo gruppo umano in cui si
cristallizzarono le caratteristiche dell’uomo moderno: l’homo sapiens
sapiens, quello riprodottosi fino ad oggi; era alto 180 centimetri, dal
peso di 75-85 chilogrammi, ed aveva un volume del cervello da 1.000 a 2.000
centimetri cubi.
I
suoi resti più antichi si trovano in Africa, che si conferma così la «culla»
dell’umanità, e risalgono a 100.000 anni fa. 90.000 anni fa, l’homo sapiens
sapiens era già in Medio Oriente; tra i 40.000 e i 35.000 anni fa,
colonizzò l’Europa e l’Asia e raggiunse l’Australia; 23.000 anni fa, in
Siberia, schiuse la porta dell’America (forse raggiunta prima, o forse dopo,
tra i 12.000 e i 10.000 anni fa, attraverso lo Stretto di Bering prosciugato
dall’ultima glaciazione).
Ovunque
sostituì i Neanderthal, tanto che 30.000 anni fa questi ultimi non esistevano
più. «È facile immaginare che bande di uomini moderni abbiano spinto i
Neanderthal in zone sempre più marginali, e che ci siano stati scontri violenti»
afferma Alberto Broglio, dell’Università di Ferrara. «Ma abbiamo prove del fatto
che prima di scomparire i Neanderthal avevano affinato la loro cultura, forse
grazie al rapporto con i sapiens sapiens.
Gli incroci sembrano meno probabili». Ovvero, i sei miliardi di persone odierne
sono i discendenti dei 60.000 sapiens
sapiens che sostituirono i Neanderthal in tutto il mondo: ma sarebbe un
grave errore non ricordare anche gli altri ominidi, che hanno concorso allo
sviluppo di tutto ciò che è umano.
Sul piano dell’evoluzione culturale, gli utensili più comuni
realizzati con robuste schegge (frammenti di roccia tagliente) vennero prodotti
in gran copia: raschiatoi, punte robuste, oggetti dentellati… A volte, in certi
giacimenti, le amigdale si accompagnavano ad utensili più piccoli e leggeri
realizzati su lamine (raschietti, bulini, scalpelli). Un’innovazione
particolarmente importante consistette nel mettere il manico ad un utensile
esistente, come una lama di pietra: la prima applicazione di questa invenzione
furono le asce, poi le lance; fornita di un’acuminata punta di pietra, detta
«microlite», l’arma risultante era affilata, resistente e letale, adattissima
per la pesca e la caccia di grande selvaggina.
Gli interessi degli uomini superavano di gran lunga le
preoccupazioni dell’esistenza quotidiana, come mostra la pratica dell’inumazione
dei defunti, che esprimeva indubbiamente uno specifico atteggiamento di fronte
alla morte, e dunque una consequenziale visione della vita. La consapevolezza
delle persone circa la loro mortalità (la vita media era di appena 18 anni, ed
erano estremamente rari quelli che arrivavano ai 40) portò all’adorazione degli
avi. I primi uomini addetti ai culti religiosi, gli sciamani, erano ritenuti in
grado di comunicare con gli spiriti: i dipinti sulle rocce e nelle caverne di
quel periodo suggeriscono che queste figure religiose possano avere praticato
rituali magici, così da propiziare una caccia ricca o un tempo favorevole. La
presenza di individui del genere implica che le civiltà umane si stavano
diversificando, con persone differenti in ruoli differenti: man mano che le
società diventavano più complesse, il loro bisogno per un comando organizzato
era più sentito, e le strutture sociali stavano portando ad un’autorità
centralizzata (vi è evidenza di questo sviluppo negli antichi modelli di
insediamento trovati in Grecia e nella Penisola Iberica).
D’ora in avanti, l’homo sapiens guarderà l’Universo
dall’alto della coscienza del proprio esistere; tutte le cosmogonie e le
mistiche successive e soprattutto l’arte documentata negli ultimi 30.000 anni,
affondano le loro radici nel destino eccezionale che questo essere si è
attribuito in mezzo ai viventi.
L’uomo diede origine ad un habitat elaborato:
accampamenti stagionali formati da tende leggere e costruzioni molto più solide
delle precedenti permisero di affrontare i rigori dell’ultima grande
glaciazione. Questa fu all’origine di un mosaico di zone ambientali
contrastanti: a margine delle zone settentrionali o montagnose imprigionate
sotto imponenti masse di ghiaccio e delle zone aride allargatesi a causa del
notevole calo delle precipitazioni, si trovavano delle aree più accoglienti,
grazie a fondovalle incassati, a esposizioni favorevoli o ad influenze che
addolcivano il clima. Alternate alle regioni scoscese battute dai venti o agli
altopiani poveri di vegetazione della steppa e della tundra, si formavano così,
in spazi aperti, zone di rifugio per numerose specie vegetali e animali, oltre
che naturalmente per le popolazioni umane. Soprattutto durante la buona
stagione, la tribù poteva suddividersi per sfruttare risorse abbondanti ma
effimere, nei pressi di un guado, su un asse di migrazione o in prossimità di
una zona di accoppiamento della selvaggina. La pratica della caccia estesa a
specie di piccola mole (come uccelli o pesci), sostenuta da un notevole perfezionamento
tecnologico (ad esempio, l’invenzione dell’arco) riflette forse una certa
pressione demografica.
Il miglioramento del clima che ha avuto luogo 12.000 anni fa
in Europa Occidentale favorì il diffondersi di ambienti sempre più boscosi e mise
fine per un certo tempo ai grandi raggruppamenti umani. La caccia, divenuta
meno produttiva, venne completata dalla raccolta sistematica delle specie
animali minori, soprattutto conigli e lumache, e di nuove specie vegetali, come
le leguminose. Grazie alla diversificazione delle risorse in un ambiente ormai
temperato, questi piccoli gruppi di cacciatori poterono rispondere alla sfida
post-glaciale e prosperare.
Come testimonia una serie di dati che si riferiscono al Sud-Ovest
asiatico e soprattutto alle zone montuose della Palestina, del Tauro armeno e
dei Monti Zagros in Asia Minore, l’aumento delle precipitazioni, che si fece
sensibile 13.000 anni fa, favorì la diffusione di una specie di savana alberata
estremamente propizia all’insediamento umano: l’abbondanza delle risorse
animali e vegetali spontanee e in particolare dei cereali selvatici facili da
riporre e da conservare, favorì la sedentarizzazione e la formazione, 12.000
anni fa, dei primi villaggi veri e propri, portando al dominio sempre più
incisivo dell’uomo sugli ambienti naturali.
È in quest’epoca che visse il
cosiddetto «uomo di Mouillans», le cui tracce furono scoperte sulle coste
dell’Algeria e del Marocco. La cosa più sconvolgente è la struttura fisica,
soprattutto il cranio, addirittura più «moderno» di quelli attuali: il volume
del cervello era di ben 2.300 centimetri cubi. La base cranica appare più
rotonda di quella dell’uomo moderno, e ciò significa che l’uomo di Mouillans
conservava ancora in età adulta la forma cranica di un bambino. Il cervello
poggiava su una base cranica che restava sempre della stessa grandezza e
cresceva in altezza. Perciò questo lungo cervello si formava oltre gli occhi
incavati. Ma mentre il cranio si espandeva, il volto restava immutato e
infantile, con una piccola mandibola e piccoli denti, ma senza il terzo molare
(che secondo i craniologi con ogni probabilità mancherà anche a noi nel lontano
futuro). I suoi lineamenti dovevano essere assai più delicati dei nostri: anzi,
c’è chi sostiene che sia come comparso con uno o due milioni di anni
d’anticipo… purtroppo, egli scomparve così repentinamente com’era apparso,
portando nella tomba – forse per sempre – il suo segreto.
10.000 anni fa gli uomini non erano solo abili cacciatori,
praticavano anche l’allevamento e l’agricoltura, si prendevano cura dei più
svantaggiati, seppellivano i morti legando loro le gambe e ponendo sopra la
sepoltura una pesante pietra (forse perché questi non potessero levarsi a
terrorizzare l’esistenza dei vivi), sapevano scolpire degli oggetti,
conoscevano l’uso dell’ago in osso con la cruna e costruivano persino oggetti
ludici. Poi, con l’invenzione della scrittura, diedero vita alle prime civiltà.
Ma tutto ciò è già dominio della Storia!
C’è ancora evoluzione?
C’è
ancora evoluzione? Oppure l’homo sapiens sapiens, l’«uomo due volte sapiente»,
è il gradino più alto dell’intelligenza? Dalle prime ipotesi, mitiche e
religiose, fino alla speculazione filosofica dei giorni nostri, la risposta è
stata quasi sempre che l’umanità odierna è il non plus ultra di quanto
finora prodotto dalla natura.
Ma l’evoluzione è un fatto tutt’altro
che semplice e lineare: la vita sugli alberi dei primi ominidi li ha dotati di
un cervello in grado di coordinare movimenti complessi e di un pollice
opponibile per afferrarsi saldamente ai rami; la successiva vita nell’oceano
verdeggiante della savana li ha costretti ad assumere una postura eretta per
scorgere eventuali predatori in agguato tra le erbe alte, e via dicendo; come
tutti gli animali, l’uomo rispondeva ai cambiamenti di vita con lenti ma
costanti adattamenti. Scientificamente parlando, sarebbe difficile sostenere
l’ipotesi che l’evoluzione si sia fermata: possiamo presumere che essa abbia
semplicemente cambiato livello di marcia. Come si sa, ad un certo punto
dell’evoluzione umana, è avvenuto il fatto della coscienza e dello spirito:
Teilhard de Chardin lo chiamerebbe il «passo della riflessione». Quello fu il
vero momento della umanizzazione, il punto di svolta in cui l’evoluzione ha
iniziato ad essere un fatto sempre più cosciente ed affidato alle scelte della
comunità umana; da quel momento, essa ha quasi cessato di marciare sul piano
organico ed è scattata sul piano intellettuale, morale e sociale. Come
dimostrano recenti studi, i nostri geni sono gli stessi di quelli di un
cacciatore-raccoglitore di 40.000 anni fa; il nostro aspetto fisico è identico
a quello di un agricoltore del Neolitico, 12.000 anni fa; ma, da allora, il
nostro modo di vita è cambiato in maniera radicale, e sta proseguendo a ritmi
sempre più accelerati. All’«evoluzione biologica» della specie umana si è ormai
sostituita l’«evoluzione culturale».
Quale sarà la nostra evoluzione futura?
L’umanità si sta avviando verso un radioso futuro, come vogliono alcuni, o
verso l’estinzione, come sostengono altri? La tecnologia, a parere di chi
scrive, muterà radicalmente il nostro modo di vivere in un tempo sempre più
breve. Se ci adatteremo all’esistenza nello spazio, in assenza di gravità, il
nostro scheletro si assottiglierà; le nostre braccia e gambe potranno essere
sostituite da protesi meccaniche; robot avanzatissimi svolgeranno i lavori più
pesanti, e i nostri discendenti potranno dedicarsi quasi unicamente ad attività
ricreative. O forse no, forse siamo sull’orlo del baratro, una società super-specializzata
che non ha più la capacità di evolversi ancora: la «sacralità» della vita
umana, il diritto di ogni essere, anche malato o gracile, ad un’esistenza
pienamente assaporata, se dal punto di vista etico e morale è una grande
conquista, paradossalmente dal punto di vista biologico ha portato ad un
progressivo indebolimento dell’umanità; fino a 35.000 anni fa, la natura
selezionava per la vita e la riproduzione gli individui più sani, robusti e
intelligenti; oggi non è più così.
È ben vero che l’evoluzione non è
un’equazione con poche o molte variabili, non è una formula matematica; e si
misura nell’ordine di migliaia e migliaia di anni. Nessuno può dire come
saranno gli uomini fra cento, mille o diecimila anni, se ancora non si saranno
estinti. Il futuro della stirpe umana è, più ancora che nel passato, avvolto da
un’impenetrabile cortina di tenebre.
(maggio 2010)