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La poesia latina del I secolo avanti Cristo
un'epoca di forti turbolenze sociali porta alla nascita di un genere
poetico nuovo, incentrato sulle vicende personali
La fine del II secolo avanti Cristo è segnata, nel
mondo romano, dalla parabola dei Gracchi (133-123) e dal fallimento delle loro
riforme, con il sorgere di una forte crisi economica e sociale, ed una serie di
sanguinosissime guerre civili fino al 31 avanti Cristo, quando Augusto rimarrà
unico padrone di Roma. In questo clima la poesia epica che aveva fino allora
dominato sulla scena letteraria diventa impossibile, si snatura e si trasforma
nel panegirico di uno dei tanti condottieri del tempo o in un'interpretazione
apologetica delle gesta degli uomini politici. Siamo sull'orlo della sua
scomparsa.
Nel corso del I secolo
avanti Cristo si affermano, al contrario, generi letterari incentrati sulle
vicende singole, soggettive. Si respingono i canoni della poesia epica
(esaltazione della guerra, altezza dello stile) e si propongono i valori
recuperati dalla tradizione greca: la poesia alessandrina del III-II secolo
avanti Cristo (in particolare Callimaco). L'estetica di Callimaco respinge la
poesia epica in favore della raffinatezza stilistica, del gusto della
riscoperta dei miti dimenticati, dell'elemento amoroso. Il maggior esponente è
Catullo (vissuto circa tra l'85 e il 55 avanti Cristo), un poeta neoterico. Da
polis, com'era ancora nel III-II secolo avanti Cristo, Roma si trasforma in
qualcosa di diverso: si apre una frattura irriducibile tra il vecchio modello
della città-stato e la nuova realtà della città-impero; la costituzione romana
si sgretola, perché inadatta alla nuova situazione. La rottura definitiva si ha
nel 78 avanti Cristo, quando Silla entra in Roma con l'esercito, quasi si
trattasse di una città nemica. Dopo un secolo di scontri personali con il
potere (ricordati nel primo capitolo degli «Annales» di Tacito), con Ottaviano
ritorna la pace, ma anche la fine della libertà politica con l'accentramento
del potere nelle mani di un'unica persona. La lirica diventa allora la voce di
coloro che non hanno più voce politica, che non vogliono seguire un capo o
l'altro: amerebbero il ritorno dei tempi antichi, per questo costruiscono una
propria città interna a quella reale, con la quale è in contrasto. I valori
sono quelli tradizionali: la fides, il foedus (il rispetto dei patti), il munus
(l'offerta di condivisione). La scelta stilistica è la veritas, la poesia
dotta, la comunanza dei gusti.
Catullo è l'ultimo dei
poeti lirici antichi (si rifà alla lirica greca arcaica, a Saffo); la sua
lirica «ad alta voce» viene proposta a destinatari dei suoi tempi: vi
ritroviamo terribili invettive politiche, una sofferenza limitata non esclusivamente
alle pene d'amore (carme 11: «ebbene, Catullo, che cosa aspetti a morire?»), ma
vissuta anche dinanzi ai personaggi che egli odia e che bramano il potere. La
politica compare anche nelle liriche dedicate a Lesbia, pseudonimo di Clodia
della nobile famiglia dei Claudi (al potere fino alla morte di Nerone, nel 68
dopo Cristo). Clodio, il fratello di lei, è un leader armato, un estremista
cesariano che Catullo ha in odio. Nella poesia catulliana Lesbia «tradisce» il
poeta ridiventando Clodia, un'accesa cesariana: lui proverà repulsione per lei
(carme 51, scritto nello stesso metro dell'11). Così, vicende amorose e
passioni politiche si fondono fino ad essere inscindibili le une dalle altre!
Poeti elegiaci sono Gallo,
Tibullo, Properzio, Ovidio; molti loro elementi sono comuni con i neoterici (in
Tibullo, ad esempio, ritroviamo il rifiuto della guerra, la tensione nostalgica
per la vita campestre idealizzata e condivisa nell'amore). In Properzio e
Catullo è comune l'affabulazione della vicenda personale, il riferire questa
vicenda - sia essa vera o forzata - ai grandi miti della Grecia («Carmina»
64-68: si presentano il mito di Teseo e Arianna ed altri miti antichi); altre
caratteristiche sono il mascheramento del nome della donna amata e il tono di
amarezza per le alterne vicende amorose. Nella vita di Properzio, poi, è inciso
un amaro sigillo: la guerra civile (ricordiamo l'eccidio di Perugia da parte di
Ottaviano). La sua scelta riguarda l'elegia (il termine deriva dal greco eligos
e significa «lamento» funebre), differenziatasi poi in «canto di guerra»,
«dramma»... Rimane costante il metro: il distico (ogni unità è una
mini-strofa). La grande novità dell'elegia romana è l'inserimento dell'elemento
mitico nella vicenda erotica come tratto dominante: nel IV libro delle sue
elegie, Properzio tenta di riavvicinarsi alla linea politica di Ottaviano con
la rievocazione della storia mitica.
Sarà però un altro poeta a
cui spetterà il compito di far rinascere l'epica romana (sentimento collettivo,
recupero delle memorie delle origini, percorso che renda ragione e spieghi il
motivo della grandezza di Roma) e, anzi, portarla al più alto livello: Publio
Virgilio Marone!