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Gli
ebrei visti dal “Corriere della Sera”
Oscillante varietà di posizioni e di toni
sull’antisemitismo in un grande giornale, nel complesso illuminato
Dopo il
congresso di Berlino del 1878, che sanciva l’indipendenza della Romania, il
“Corriere della Sera” aveva intenzionalmente evitato di prendere una posizione
favorevole alla completa emancipazione degli ebrei romeni, come si può leggere
in un servizio non firmato pubblicato nell’estate del 1880. Il giornale si era
disinteressato degli israeliti romeni non perché tali, ma “per il ribrezzo
delle sanguisughe”. La frase antisemita è collegabile ad un servizio in cui le
violenze antiebraiche, verificatesi in Moldavia nel giugno del 1877, erano
giustificate in quanto atti di ribellione dei contadini contro i “soprusi” e le
“vessazioni” degli ebrei. Si può supporre che il giornale, nei primi anni della
sua esistenza, non avesse un corrispondente dalla Romania e quindi accettasse
passivamente la posizione governativa, orientata a dare delle violenze
antisemite proprio l’interpretazione riportata dal “Corriere”.
Il giornalista
continuava affermando di non essere contrario all’emancipazione degli ebrei
romeni, ma riteneva ipocrita non riconoscere anche l’antisemitismo esistente in
Germania e negli Stati Uniti. Da rilevare l’omissione della Russia.
Dopo aver
ricordato come la stampa tedesca denigrasse con svariate caricature gli
israeliti e come negli Stati Uniti molti alberghi vietassero loro l’ingresso,
si riproponevano due concetti della polemica antiebraica, il monopolio della
finanza e la smisurata ricchezza. Forse le cause, scriveva l’articolista,
dell’odio contro di loro.
Di tono
contrapposto erano due articoli di Dario Papa, gran giornalista che poi maturò
l’idea repubblicana, pubblicati in prima pagina nel dicembre del 1880, in
occasione dell’agitazione antiebraica in Germania. Secondo il giornalista, era
improbabile che fatti simili avvenissero in Italia per “la diversa situazione
economica, l’indole scettica e positiva del nostro paese”. La fine della
carriera politica del deputato Francesco Pasqualigo, autore di un telegramma al
re Vittorio Emanuele II, in cui lo esortava a non conferire l’incarico di
ministro delle finanze ad Isacco Pesaro Maurogonato perché israelita e quindi
straniero, provava quanto i tempi fossero cambiati. Tempi in cui certi editti
comunali disponevano che chi salvava da annegamento un uomo o una donna
qualunque otteneva in premio cinque scudi, e chi salvava un animale utile o un
ebreo la decima parte della somma.
Grazie alla forza
d’animo, gli israeliti avevano compiuto un cammino straordinario, acquisendo
ottime posizioni in ambito culturale, economico e politico. L’articolista
affermava che, dopo le oppressioni subite, gli ebrei erano posseduti dalla
smania di “rifarsi largamente”, tuttavia non ne contestava il diritto, al
massimo il modo ma con molte attenuanti.
È interessante
osservare come la cautela diplomatica, riscontrabile dopo la firma nel 1882
della Triplice Alleanza, fosse in questo periodo assente. Infatti, il giornale
evidenziava, attraverso un breve articolo in prima pagina, le responsabilità
dell’imperatore Guglielmo colpevole di aver sempre taciuto durante l’agitazione
antisemita. Il conferimento dell’ordine di Luisa alla baronessa de Rothschild
non rappresentava una presa di posizione adeguata contro l’antisemitismo.
Successivamente,
il quotidiano riportava un servizio del “National Zeitung” riguardante un
discorso del primo ministro Bismark, volto ad affermare la sua estraneità
all’agitazione antisemita. Il redattore del “Corriere” si chiedeva
polemicamente perché queste dichiarazioni non erano state fatte prima, prima
del verificarsi di “scene indegne di un popolo civile”. Ipotizzava che il primo
ministro, avvedutosi della mancanza di vantaggi elettorali derivanti dalla
propaganda antisemita, cercasse adesso di rimediare.
Ancora più degno
di nota che il “Corriere della Sera” ponesse nella pagina iniziale, un mese
prima della firma a Vienna della Triplice Alleanza, la notizia del mancato
conferimento di una cattedra all’università di Halle, in Prussia, ad un
professore di origine israelita.
Per quanto
concerne i pogrom russi del 1881-82, il quotidiano ne seguì costantemente
l’evolversi con servizi pubblicati in prima pagina, individuando le
responsabilità del Governo e delle forze dell’ordine nei massacri.
Giacomo
Raimondi, che si trovava a Cracovia, dedicò un articolo alla condizione degli
ebrei. Il corrispondente notava come l’emigrazione degli israeliti dai
territori russi si stesse facendo, giorno dopo giorno, più imponente. Uomini,
donne e ragazzi “cacciati, traccheggiati come belve feroci, assaliti e
massacrati, con il corpo coperto di stracci e lividure, il volto di dolore e di
rabbia”, che non sarebbero sopravvissuti senza il sostegno economico delle associazioni
ebraiche. L’accusa antisemita di vampirismo, in altre parole di sfruttare le
ricchezze della nazione, era falsa dato lo stato di indigenza riscontrato fra
gli israeliti della città.
La povertà della
comunità ebraica aveva profondamente colpito l’articolista, che si soffermava a
descriverne gli abitanti. Il quartiere degli israeliti non gli era apparso
molto diverso dal resto della città; strade tortuose e sporche, gente affannata
davanti a piccoli negozi. Una comunità che non avrebbe offeso il sentimento
religioso di nessuno e nemmeno rovinato l’economia della società.
L’azione
vessatoria del Governo era esplicita; proibizione agli israeliti di vivere in
zone non già determinate, di commerciare nei giorni festivi della chiesa
ortodossa, regolazione severa di tutti i contratti stipulati fra ebrei e
cristiani, favorendo questi a spese di quelli.
Giacomo Raimondi
concludeva rilevando l’impotenza dell’Europa, che riusciva soltanto ad
assistere sgomenta alle violenze antisemite.
Alla luce delle
violenze antiebraiche diffusesi in Ungheria negli anni 1882-83 , il giornalista
tornò ad occuparsi dell’antisemitismo nell’Europa orientale. Nell’articolo
pubblicato in prima pagina, Giacomo Raimondi notava come alla quotidiana
persecuzione degli israeliti, risultato dell’ignoranza e della superstizione
cattolica, si fosse aggiunto il dilagare dell’antisemitismo fra gli insegnanti
delle scuole secondarie ungheresi. L’intervento del ministro della pubblica
istruzione, teso a punire severamente ogni eccesso, non riusciva ad allontanare
la visione di un ritorno alla “ferocia superstiziosa del medioevo”.
Era difficile
comprendere un fenomeno così complesso come l’antisemitismo, soprattutto in
Italia in cui i pogrom erano assenti.
Il giornalista
si soffermava sull’emancipazione ebraica, delineando l’immagine di un israelita
economo, laborioso, intelligente che, in pieno possesso di tutti i diritti
civili e politici, poteva mostrare il suo valore negli ambiti più vari.
L’ebreo, come ogni altro uomo, aveva qualità e difetti, non più del cattolico,
del musulmano e del protestante, non meritando quindi l’odio e il disprezzo di
cui era oggetto.
L’emancipazione
aveva incontrato la forte opposizione di un cattolicesimo retrivo, che dopo
aver oppresso per secoli l’israelita, adesso lo vedeva “non più colla spina
dorsale infranta, ma ritto, e quale ad uomo conviensi”.
Raimondi
concludeva esortando gli uomini retti a condannare e a combattere
l’antisemitismo, come ogni altra ingiustizia.