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Un bilancio della Rivoluzione Francese

l'evento in realtà che segnò la fine dell'Età dei Lumi e si caratterizzò come uno dei periodi più cupi della storia umana



di  Simone Valtorta



Molti ancora, in perfetta buona fede, leggono la Rivoluzione Francese come una vittoria del popolo contro l'assolutismo di un'aristocrazia corrotta e parassitaria, e come il punto di partenza per la diffusione delle belle idee di «libertà, eguaglianza, fraternità» in tutta l'Europa, e da lì nel resto del mondo. In pratica, la Rivoluzione Francese segnerebbe l'inizio di un mondo nuovo, assai migliore di quello antico.

Ad un attento esame, però, ci si accorge che sulle ceneri dell'Europa dell'assolutismo monarchico, e principalmente proprio in Francia, l'unica cosa che venne eretta fu un'immane catasta di cadaveri. Già scossa dalle «tossine» della Rivoluzione (che non venne dal popolo, ma dai nobili, ai quali poi sfuggì di mano - come spesso accade alle rivoluzioni), la Francia piombò nell'incubo napoleonico, che la precipitò giù dal trono di «nazione più civile d'Europa». Con la sconfitta militare ad opera dei Prussiani nel 1870, la Francia perse gli ultimi residui d'influenza anche in Italia.

Talleyrand, nella sua relazione dell'11 febbraio 1790, parlò della Rivoluzione come di un «distruggere tutto per rifare tutto»; di fronte però alle atrocità, alle razzie ed agli arbitrii commessi, Proudhon la corresse in un «distruggere tutto e non rifare nulla». Per rendersene conto basta fare un bilancio, seppur breve e parziale, dei risultati della Rivoluzione.

Sul piano politico, la Rivoluzione segnò la fine della Francia antica, dell'aristocrazia e della monarchia, di Luigi XVI e della sua famiglia. Oltre alle migliaia di vittime della ghigliottina (la maggior parte delle quali innocenti), vennero persino cambiati i nomi delle città e cancellate le più belle e gloriose memorie della storia francese, quelle che ricordavano i vincitori di Bouveins, di Damietta, di Tolemaide, di Gerusalemme, di Denain, di Fontenoy.

Sul piano religioso, si tentò di distruggere la Chiesa al completo: vennero soppressi cinquanta Vescovati, trecento Capitoli e duecento istituzioni religiose; furono aboliti i Sacri Voti e gli Ordini della Cavalleria, soppresse le Congregazioni Insegnanti di entrambi i sessi, le Accademie, i Collegi, i Seminari. A farne le spese furono persino tutti quegli Istituti che, consacrandosi in nome della carità, si erano dedicati fino ad allora alla cura degli infermi ed al sostegno ai poveri. Anziché eliminare la povertà, con l'incamerare i beni ecclesiastici la Rivoluzione sprofondò il popolo francese nella più nera miseria.

Sul piano scientifico, vennero saccheggiate più di ottantamila biblioteche. Gli ufficiali municipali corsero a emmagasiner i libri (come si diceva allora), li misurarono ben bene e li vendettero a peso, la maggior parte ai droghieri. «Noi abbiam visto» racconta un testimone oculare «degli zuccherini avvolti in fogli del "Sant'Atanasio" di Montfaucou, magnifica opera, che costerebbe oggidì tre o quattrocento franchi».

Sul piano artistico, si mandarono al macero o si fecero a pezzi grandi opere di scultura e di pittura, i quadri delle chiese diventarono insegne delle botteghe dei venditori di vino. La tela, purifiée de ses couleurs, venne adoprata per vestire i piccoli «sanculotti». Si vide un soldato che faceva bollire la marmitta con pezzi d'un quadro dorato, ed aveva un grembiule da cucina formato con una tela del Guido del valore di tremila franchi (di allora!).

La Rivoluzione, dopo aver distrutto un mondo forse non giusto, ma solido nelle sue tradizioni, non è riuscita ad edificare nulla di nuovo, stabile e duraturo. Per molti decenni la Francia verrà lacerata dalle guerre, tanto esterne quanto interne, lasciatele in eredità dai moti rivoluzionari. I Lumi della ragione si erano definitivamente spenti di fronte alla barbarie: iniziava  un’epoca turbolenta, di violente passioni, il Romanticismo.