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Il movimento sionista negli
anni fra le due guerre
nonostante un antisemitismo duro a morire, il movimento di riscatto
degli ebrei continuava la sua opera per la realizzazione di una nazione ebraica
A dieci anni dalla dichiarazione Balfour, il
“Corriere della Sera” faceva un bilancio dei risultati del movimento sionista
attraverso un ampio articolo, non firmato, pubblicato in terza pagina (1).
Nella prima parte, l’autore scriveva
erroneamente che i sionisti, dopo la dichiarazione Balfour, avevano iniziato a
“sognare addirittura il Regno d’Israele, nuovo stato teocratico e dinamico che
restituisse alla Palestina il carattere nazionale del Vecchio Testamento”. L’articolista
limitava poi la portata della dichiarazione, affermando che gli inglesi avevano
concesso solo un rifugio per gli ebrei perseguitati dell’Europa orientale.
Il programma del sionismo, secondo il
corrispondente, era di far divenire gli israeliti maggioranza del paese e così
dominarlo, “seppellendo ogni altra civiltà preesistente”. Un desiderio
irrealizzabile, poiché la popolazione araba, che possedeva “germi imbattibili
di vitalità”, avrebbe rappresentato sempre la maggioranza. La Palestina non sarebbe
mai stata una terra ebraica, almeno dal lato demografico, linguistico e
religioso.
Da evidenziare come, nell’attribuire al
sionismo la volontà di dominare e seppellire le altre popolazioni presenti in
Palestina, si riproponga indirettamente un’accusa classica della polemica
antiebraica: l’intento di soggiogare il mondo da parte degli ebrei. Inoltre, è
interessante rilevare come la stessa concezione del sionismo, considerato un
movimento con finalità soltanto religiose, fosse presente in un articolo, pubblicato
nel 1918, di Felice Ferrero (2). Nonostante fosse passato un decennio dalla
dichiarazione Balfour, il movimento non era ancora conosciuto bene, nemmeno dai
corrispondenti di un grande giornale come il “Corriere della Sera”.
Nella seconda parte, si focalizzava
l’attenzione sulla difficile situazione economica, ritenuta effetto della
sovrappopolazione. Il giornalista notava, infatti, come la nascita di molte
città fosse avvenuta prima di possedere una produzione agricola sufficiente per
mantenerne gli abitanti.
Pur trovando strano che “gente pratica di
affari e di calcoli come gli ebrei” avesse commesso un simile errore, egli
comprendeva il desiderio di avere subito un “centro proprio, completamente
proprio di cultura, di lingua, di costumi”.
Lo sbaglio più grande, a parere
dell’inviato, era stato praticare una politica economica socialistoide, che si
basava sull’appoggio incondizionato alle colonie agricole comuniste e
socialiste, reputate un esperimento dispendioso destinato al fallimento.
Allo stesso tempo, emerge ammirazione per
come il sionismo era riuscito a trasformare la Palestina in un “cantiere in
ebollizione”, animato da una gente nuova, rumorosa, giovane, allegra e
laboriosa, che aveva europeizzato città e villaggi. Gli israeliti avevano
fondato scuole, biblioteche, quotidiani, industrie e migliorato i commerci con
il resto del mondo.
Il sionismo non era dunque sconfitto,
essendo in grado di superare le attuali difficoltà finanziarie.
Due settimane dopo, il giornale informava
brevemente del congresso appena conclusosi (3), le cui discussioni ebbero come
argomento principale la crisi economica. L’assemblea elesse una commissione di
controllo con il compito di verificare la situazione e riferire sull’opera
svolta dal comitato esecutivo. Inoltre, si era deciso di attuare delle misure
economiche ed amministrative: l’emissione di un prestito, la compilazione di un
bilancio, la riforma dell’amministrazione, l’applicazione di un sistema di
tassazione e soprattutto l’emanazione di nuove leggi che meglio disciplinassero
la vita della colonia.
Prima di sciogliersi, il congresso votò
all’unanimità una risoluzione nella quale ringraziava i sionisti russi,
minacciati dal terrore bolscevico, e protestava contro il Governo dei Soviet
per le persecuzioni degli israeliti, attuate allo scopo evidente di distruggere
il loro movimento nazionale.
Negli anni seguenti, il “Corriere della
Sera” assunse un atteggiamento sempre più critico verso il sionismo, a partire
dalla rivolta araba in Palestina nell’estate del 1929, che sarà analizzata
successivamente.
1 Dieci anni di sionismo, “Corriere della Sera”, 30 agosto 1927.
2 Cfr. Felice Ferrero, La nuova Gerusalemme, “Corriere della Sera”, 9 aprile 1918.
3 Il movimento sionista. I voti
del congresso di Basilea, “Corriere della Sera”, 15 settembre 1927.