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Il movimento sionista negli
anni Venti
il movimento laico degli ebrei trovò un discreto consenso
nell’opinione pubblica ma fu anche oggetto di una serie di luoghi comuni e
calunnie
Accenti
antisemiti e beffardi si riscontrano nell’articolo che Filippo Sacchi1 dedicò al congresso
sionista del 19212,
avvertibili già dal titolo Sion- Les-
Bains.
Per il
giornalista, il congresso “di una razza
pittoresca” rappresentava un evento mondano, capace di ridare vita ad una
stagione ormai chiusa. Erroneamente, il corrispondente scriveva che l’intera
diaspora ebraica era presente al congresso. Riguardo ai congressisti, è
sconcertante che Sacchi adoperasse dei termini
razziali, notando quell’aria di famiglia dalle dattilografe al gesso di Theodor
Herzl, “l’uniformità quasi comica”
contrastante con “il proprio inconfondibile naso ariano”.
L’articolo non fornisce informazioni sulle
discussioni congressuali, focalizzando l’attenzione sui problemi economici
della colonizzazione. Il giornalista utilizzava uno
degli stereotipi della propaganda antiebraica, il monopolio
della finanza mondiale, mostrandosi stupito della mancanza di adeguati mezzi
finanziari da parte di un popolo “che aveva dato i Rothschild e i Bleichroder,
e che monopolizzava da secoli, nelle sue mani sagaci, la potenza bancaria di
due continenti”.
Il redattore divideva schematicamente
l’ebraismo in occidentale e orientale. Il primo simboleggiato
dallo stereotipo del giornalista del Caffè Abbazia e del banchiere di Berlin
W., il secondo composto di un volgo oscuro e muto, da famiglie intere
che parlano solo l’yiddish, che non vanno mai a capo scoperto, che non mangiano
senza dire prima le benedizioni e che il sabato non prendono il tram per non
peccare contro la legge. È da rilevare come Filippo Sacchi sdrammatizzasse
la condizione degli israeliti nell’Europa orientale, scrivendo che le masse
ebraiche non assimilate vivevano in mezzo alle popolazioni indigene in
relazioni nemmeno comparabili all’ostracismo del ghetto medievale, per il
generale progresso delle relazioni moderne. Ignorava volutamente quanto lo
stesso “Corriere” pubblicava di meno roseo.
L’articolista concludeva
scrivendo che il sionismo era il 1848 della nazione ebraica, pertanto si doveva
aspettare un nuovo 1859. Per il tono sarcastico, il confronto con il nostro
Risorgimento non esprime simpatia e benevolenza, bensì incredulità verso il
successo della colonizzazione in Palestina.
È interessante confrontare l’atteggiamento
di Filippo Sacchi con quello di Italo Zingarelli3, che seguì il congresso
sionista del 1925 tenutosi a Vienna.
Nella prima parte della corrispondenza4, il giornalista forniva
molti particolari sul numero dei congressisti, sull’imponente apparato
amministrativo e sull’ottima organizzazione. Zingarelli era rimasto
particolarmente impressionato dall’impiego, per la prima volta in Austria, di
un nuovo apparecchio fonografico che rendeva possibile acquisire i testi dei
dibattiti in pochi minuti.
L’altra “meraviglia” era l’esposizione della
Palestina; la mostra aveva lo scopo di presentare le costanti prove dei
progressi compiuti nel nuovo “Stato israelitico”. Il corrispondente alternava
alla Palestina questo termine Stato israelitico come se
già esistesse lo Stato d’Israele.
Il giornalista segnalava la produzione
agricola e tessile, in cui la Palestina aveva raggiunto una buona posizione,
non dimenticando la mostra pittorica che aveva destato moltissimo interesse.
Il tema principale delle discussioni
congressuali era il crescente aumento della popolazione, con la necessità per
il nuovo Stato di acquisire altri fondi. Per Zingarelli, era inopportuno che
fossero applicate leggi limitative dell’immigrazione, poiché “la Palestina è Stato creato appunto per gli ebrei, è la loro Patria
riconosciuta e da essa non si avrebbe diritto di tenerli lontani”.
L’altro tema di discussione era il nuovo
fenomeno dell’antisemitismo fra gli arabi. I coloni ebrei ritenevano gli arabi
degli ingrati; grazie a loro avevano ottenuto scuole, assistenza sanitaria,
benefici economici neppure immaginabili venti o dieci anni prima. Inoltre, per
i coloni, gli arabi non avevano mai costituito una nazionalità nel senso
stretto della parola.
Secondo i sionisti radicali, la Gran
Bretagna non esercitava diritti sovrani, bensì diritti accordati da un mandato
della Società delle Nazioni. Con la pace di Losanna del 1922, la Turchia, dopo
sei secoli di dominio, aveva ceduto la Palestina alla Società delle Nazioni,
non all’Intesa e tanto meno all’Inghilterra. I sionisti radicali, che
costituivano una minoranza, erano contrari a prendere in considerazione le
proposte politiche ed economiche dei non sionisti, prima che questi ultimi
avessero spiegato cosa volevano fare per l’avvenire della Palestina. Per il corrispondente, sarebbe stato assurdo contraddirli, poiché
l’opera di colonizzazione degli ultimi anni era frutto degli impegni finanziari
del Fondo per lo sviluppo e delle offerte determinate dalla propaganda sionista.
Zingarelli si domandava, retoricamente, se i non sionisti potessero usufruirne
senza neppure impegnarsi a reciprocità di prestazioni.
Nella parte conclusiva dell’articolo, il
giornalista si soffermava sulle manifestazioni antisemite che avevano
accompagnato lo svolgersi del congresso5 e che rientravano nella “scuola della persecuzione”,
allo stesso modo delle bastonate inferte agli ebrei in parchi pubblici e in
ristoranti. I legittimisti reazionari, che mettevano la croce uncinata
all’occhiello per dare prova della fede antisemita, avevano tentato invano di
impedire lo svolgimento del congresso a Vienna, mentre il Governo austriaco si
era impegnato affinché il convegno potesse tenersi regolarmente, invero per
liberarsi di un eccesso di
popolazione israelita, in particolare degli ebrei galiziani trasferitisi nella
Bassa Austria durante e dopo il primo conflitto.
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_________________________
[1] Filippo Sacchi nacque a Vicenza nel 1887 e morì a Pietrasanta, in Versilia, nel 1971. Dopo la laurea in lettere conseguita a Padova, si era trasferito a Milano dove aveva insegnato materie letterarie in un istituto tecnico. Assunto nel 1914, fino al 1916 fu corrispondente da Berna, dal 1916 al 1918 partecipò al primo conflitto mondiale. Dal 1919 al 1926 fu inviato speciale in Austria, Ungheria, Jugoslavia, Grecia, Marocco, Spagna, Olanda, Australia e Nuova Zelanda. Dal 1924 iniziò a collaborare a “L’illustrazione italiana”, dirigendo una delle prime rubriche di critica cinematografica. Antifascista, nel 1926 sarà allontanato dal giornale, tornerà tre anni dopo per tenere in sordina una rubrica di cinema. Nel 1939 fu espulso ancora, riammesso con la fine del conflitto. Uscirà definitivamente nel 1947,assumendo la direzione dell’effimero “Corriere di Milano”, finanziato da Franco Marinotti, padrone della SNIA Viscosa. Sacchi fu anche critico letterario.
Glauco Licata, Storia del “Corriere della Sera”, Milano, Rizzoli, 1976, pp. 115, 630.
2 Paolo Murialdi, La stampa italiana dalla liberazione alla crisi di fine secolo, Roma- Bari, Laterza, 1995, p.77.
3 Filippo Sacchi, Sion- Les- Bains, “Corriere della Sera”, 1 ottobre 1921.
4 Italo Zingarelli, figlio del filologo Nicola, nacque a Napoli nel 1891 e morì a Roma nel 1979. Nel 1910 divenne redattore de “L’ora” di Palermo e tra i primi collaboratori di Vincenzo Florio nell’organizzazione dell’omonima targa automobilistica. Passato al “Corriere della Sera”, diede le dimissioni nel 1918 per entrare a “L’epoca”. Tornò al “Corriere” dal 1921 al 1926, mandando corrispondenze da Berlino. Fu poi, sempre dal 1926, direttore per breve tempo de “Il secolo”, poi corrispondente da Vienna per lo stesso giornale e dalla metà del 1927 per “La stampa”. Dal 1952 diresse “Il globo”. Fu autore di numerosi studi storico- politici.
Glauco Licata, op. cit., p. 644.
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