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Storia
del popolo ebraico
Da Abramo al 2000, il lungo cammino di un popolo e di una religione
di Simone
Valtorta
Il
popolo ebraico rappresenta un caso particolare nel variegato affresco
storico: è, infatti, l’unico popolo che si identifica con
l’Ebraismo – un fenomeno storico, letterario, religioso,
culturale, sociale, politico nel quale gli Ebrei, sia pure in misure e
modi diversi, ancora si riconoscono e di cui condividono almeno alcuni
aspetti più o meno fondamentali. Cercheremo quindi di delineare
la storia di questo popolo coniugando (soprattutto per l’epoca
più antica) le scoperte dell’archeologia con le
testimonianze bibliche, ricordando però che la Bibbia è
un testo religioso e non storico o, peggio ancora, scientifico: anche
quando tratta avvenimenti storici, li interpreta e li legge in una
prospettiva teologica che può anche disorientare lo studioso
moderno non avvezzo ad un certo linguaggio. Va quindi utilizzata con
grande attenzione, o – come si dice con un divertente gioco di
parole – con la «testa sul testo nel suo contesto».
L’epoca dei Patriarchi
La storia del popolo ebraico inizia
con Abramo, capo di una tribù di pastori che risiedeva nei
pressi di Ur, in Caldea: verso il 1800 avanti Cristo, quest’uomo
si mise in viaggio con i suoi uomini e le sue greggi dalla Mesopotamia
verso la terra di Canaan (la Palestina). Secondo la Bibbia, egli fece
questo per obbedienza ad un comando di Jhwh, il Dio degli Ebrei, una
delle tante divinità del mondo mediterraneo: molti manuali
scolastici riportano che gli Ebrei erano monoteisti, ovvero credevano
nell’esistenza di un solo Dio. In realtà, contrariamente a
quando si potrebbe pensare, l’Ebraismo come religione si
modificò radicalmente nel lungo centellinarsi del tempo e il
monoteismo comparve in epoca assai tarda (addirittura dopo il V secolo
avanti Cristo): gli Ebrei dei tempi più antichi non erano
monoteisti ma monolatri, adoravano il «Dio di Abramo, di Isacco e
di Giacobbe» in opposizione a tutti gli altri dèi –
di cui non si negava affatto l’esistenza. Jhwh non era il Dio
unico, ma il più potente, il Dio «nazionale» del
popolo ebraico a cui si doveva obbedienza assoluta per non incorrere
nella Sua ira. In questa prospettiva si legge l’episodio del
sacrificio di Isacco: storicamente, Abramo aveva appreso nel corso del
suo viaggio i riti cananei che prevedevano il sacrificio di bambini, e
si era sentito in dovere di offrire a Jhwh il proprio figlio; ma,
quando si stava già accingendo al sacrificio, la vista di un
montone imprigionato in un cespuglio gli suggerì l’idea
che, forse, Dio non avrebbe gradito una vittima umana. La nascita
successiva di numerosi discendenti e una grande prosperità gli
darà ragione.
Per qualche
generazione, gli Ebrei rimasero in Canaan; poi, le guerre contro i
popoli confinanti ed una carestia li costrinsero a cercar rifugio in
Egitto, e si stabilirono nel Paese di Gosen, presso il Sinai. La
convivenza con gli Egiziani, popolo assai legato alle proprie
tradizioni, si rivelò ben presto difficile, e verso il 1700
avanti Cristo gli Ebrei passarono dal ruolo di «operai
specializzati» a quello di «schiavi»… per
quanto le differenze tra i due ruoli fossero minime.
Nel 1250 avanti
Cristo Mosè, un Ebreo cresciuto alla corte dei Faraoni, fece
uscire il suo popolo dall’Egitto. A costringere il Faraone ad
accettare l’esodo furono una serie di calamità, le
«dieci piaghe» ricordate nella Bibbia: una lunga teoria di
fenomeni naturali ed atmosferici, alcuni dei quali si verificano
proprio in Egitto mentre altri sono comuni a tutti i Paesi
mediorientali. Gli Ebrei vi lessero però l’intervento
divino, per punire gli Egiziani e liberarli dalla schiavitù:
l’ultima piaga fu un’epidemia che colpì gli Egiziani
ma non gli Ebrei, di costituzione più robusta e che vivevano
separati da loro. A quel punto, poterono andarsene.
Ancora si dibatte su come avvenne
l’esodo: in alcuni punti dei testi biblici si parla di una rapida
fuga, in altri di una vera e propria razzia, un saccheggio a danno
degli Egiziani. Gli Ebrei si divisero in tre differenti scaglioni, uno
diretto verso Nord, uno in linea retta verso Oriente ed il terzo, sotto
la guida di Mosè, si accampò sulle sponde del Mar delle
Canne, a Sud, dove Mosè sapeva esservi un guado. Il Faraone li
inseguì, ma fu bloccato da un temporale che rese il terreno
fangoso e inadatto all’impiego dei carri da guerra, e poi
dall’alzarsi della marea che separò gli Ebrei dai loro
antichi padroni. Il film I Dieci Comandamenti (1956) di Cecil B. De
Mille, ha introdotto nell’immaginario collettivo i fotogrammi
delle acque del mare che si dividono, separate dalla potenza del fiato
divino, in perfetto accordo «coreografico» con le parole
del libro dell’Esodo, uno dei libri meno storici della Bibbia.
Sono invece i Salmi a dipingerci quello che storicamente avvenne
– un temporale, poi un terremoto, infine l’apparire di un
guado –, soprattutto il 76 (versetti 17-20: «Ti videro le
acque, Dio, / ti videro e ne furono sconvolte; / sussultarono anche gli
abissi. / Le nubi rovesciarono acqua, / scoppiò il tuono nel
cielo; / le tue saette guizzarono. / Il fragore dei tuoi tuoni nel
turbine, / i tuoi fulmini rischiararono il mondo, / la terra
tremò e fu scossa. / Sul mare passava la tua via, / i tuoi
sentieri sulle grandi acque / e le tue orme rimasero invisibili»)
e il 113 (versetti 3-4: «Il mare vide e si ritrasse, / il
Giordano si volse indietro, / i monti saltellarono come arieti, / le
colline come agnelli di un gregge»).
Attraversato il Mar delle Canne,
Mosè fu raggiunto dal suocero Ietro e dalla sua famiglia, che si
offrirono come guide attraverso le piste del deserto sinaitico. E fu
proprio sul monte Sinai che Mosè ricevette (direttamente da Dio,
secondo la tradizione rabbinica) la Torah, ovvero la Legge (le
«Tavole dei Dieci Comandamenti»): un rimaneggiamento di
prescrizioni redatte in epoche precedenti e di cui la più antica
redazione potrebbe essere quella contenuta nei capitoli 22 (versetti
15-30) e 23 (versetti 1-9) del libro dell’Esodo.
Il popolo entrò nella Terra
Promessa (la terra che Dio aveva destinato agli Ebrei) verso il 1200
avanti Cristo, approfittando di una diga che sbarrava il corso del
Giordano. Iniziò quindi una lenta conquista a spese dei popoli
che abitavano la regione, soprattutto dei Filistei. La prima
città ad essere presa fu Gerico, che sorgeva presso
un’oasi ed era protetta da mura poderose. A leggere la Bibbia, in
quell’occasione Dio compì meraviglie, crollando le mura
delle città al suono delle trombe di corno d’ariete: ma
quando gli Ebrei vi giunsero, la città era già in rovina,
le mura abbattute. Poteva forse esserci una guarnigione di soldati, un
accampamento magari protetto da una modesta palizzata di legno, giusto
perché lì v’era una fonte e l’acqua è
sempre preziosa, nel deserto; non certo una metropoli inespugnabile.
Comunque, da una lettura un po’
semplice e semplificatoria dei primi libri dell’Antico
Testamento, in particolare di quel blocco che va dal dodicesimo
capitolo del Genesi al ventiquattresimo di Giosuè, si trae
l’impressione di un Israele unificato attorno al suo Dio, alle
sue leggi «mosaiche», dentro una terra quasi tutta ormai
posseduta, in un cammino comunitario verso un radioso futuro. In
realtà, rileggendo il tutto con attenzione, si nota che quel
quadro apparentemente unitario, non è proprio tale: per esempio,
vi si trovano diversi Decaloghi (almeno quattro, nel Pentateuco) anche
differenti tra loro, le leggi non dipendono tutte dal Sinai, alcune
sono ambientate prima ed altre dopo, si incontrano mentalità
diverse e segni di contrasti interni fra tribù e famiglie, e via
dicendo. Non per niente molti studiosi ritengono che tutto questo
blocco sia frutto di ricordi e tradizioni differenti come origine,
tempo, mentalità, cultura, linguaggi. Il complesso quindi del
Pentateuco e Giosuè sembra davvero una rielaborazione successiva
ai fatti originali (rielaborazione probabilmente risalente al tempo di
Esdra, quindi ottocento anni dopo) e con scopi più teologici,
dossologici (cioè di glorificazione ed esaltazione di Dio),
catechistici e didattici che storici. Per conoscere la reale storia del
popolo ebraico è meglio leggere i Profeti, come per la storia
della Chiesa primitiva sono più utili le Lettere di San Paolo
anziché gli Atti degli Apostoli, rielaborazione successiva agli
eventi narrati.
L’epoca dei Re e dei Profeti
Inizialmente governati da Giudici,
gli Ebrei decisero di riunire le varie tribù sotto la guida di
un unico sovrano per poter tener testa ai popoli confinanti: i libri
biblici dei Giudici e di Samuele presentano un quadro dove domina una
grande frammentarietà tra le varie tribù, una conquista
della terra assai limitata e precaria, e una religiosità assai
diversa da quella del tempo di Mosè, contaminata da riti ed
usanze tipicamente cananee (sacrifici di bambini, divinazioni,
negromanzie…). Il primo Re, verso il 1020 avanti Cristo, fu
Saul; a lui, ucciso dai Filistei, successe venti anni dopo Davide, che
conquistò Gerusalemme e fondò la dinastia messianica,
dalla quale discenderà Gesù. Suo figlio Salomone, famoso
per la sua saggezza, costruì il Tempio di Gerusalemme, la Dimora
(in senso letterale) di Dio.
Dopo i libri di
Samuele, l’Antico Testamento conosce altri libri
«storici» che arricchiscono il fenomeno
dell’Ebraismo; ma anche libri profeti e sapienziali, con le loro
peculiarità e straordinarie ricchezze letterarie e religiose.
Dato tutto questo, è possibile risalire ad
un’«essenza» dell’Ebraismo, indispensabile per
capire la storia futura del popolo ebraico e il modo in cui ancor oggi
gli Ebrei si rapportano col resto del mondo? Piero Stefani, alle pagine
85-88 del suo libro Introduzione all’ebraismo, suggerisce di
cercarla coniugando soprattutto tre elementi: Torah, Terra, Popolo.
Per quanto
riguarda la Torah, bisogna precisare che il vocabolo ha un contenuto
alquanto ampio. Possiamo affermare che l’Ebreo è convinto,
a volte con gioia innica ed epica, a volte con grida di angosciosa
ricerca, di aver ricevuto una Parola divina, che l’ha messo in
cammino verso una promessa futura e che lo chiama ad una risposta
vitale (la legge, anzi le leggi, comprese quelle rituali:
circoncisione, sabato, sacrifici, Pasqua ed altre feste…). La
Parola può essere giunta per diverse vie (visioni, ispirazioni,
audizioni, incontri…) e la convinzione viene confermata da una
serie di fatti storici, da fortune imprevedibili, dalla testimonianza
fortissima dei Profeti, dal confronto con altre storie e religioni,
infine dalla Parola dell’Ebreo Gesù Cristo, che ha
confermato che il Suo popolo ha ricevuto una rivelazione. Le leggi si
rivelarono già nell’Antico Testamento, oltre che luce per
il cammino e per un progresso anche civile, anche (o di più?)
occasione di disobbedienze, ribellioni, peccati, minacce di ira divina
(si vedano, per esempio, i capitoli 32-34 del libro dell’Esodo,
dove è la preghiera umile e confidente di Mosè che salva
gli Ebrei dall’ira divina suscitata dall’adorazione
idolatrica di un vitello d’oro).
La Parola divina
comprendeva anche la promessa di una Terra. Effettivamente questa, sia
pure soltanto ad un certo punto, ci fu per dono e conquista, ma fu
anche persa, ripresa, persa ancora… Dentro questo punto sta
anche il posto di Gerusalemme e del suo Tempio: per molto tempo gli
Ebrei non ebbero né l’una né l’altro.
Il Popolo è
«di Dio (Jhwh)», legato a Lui da una «alleanza di
pace». Il senso di questa alleanza si snoda tra ateismo e
fatalismo, tra fede e ubbidienza, tra preghiera e vita, tra cuore e
comunità. È un popolo di individui con
«cuore» personale (uomini e donne), e comunità:
famiglia, tribù, supertribù, regno autonomo, nazione
dipendente da altri, dispersa nel mondo. È un popolo legato in
particolar modo alla tribù di Giuda-Davide ed al sacerdozio.
È un popolo, infine, in rapporto con altri popoli, con
l’uomo: un rapporto a volte drammatico e tragico, a volte
positivo.
Alcuni testi
significativi sull’essenza dell’Ebraismo sono il capitolo
ventiquattro di Giosuè, il capitolo dodici del Genesi, il
complesso del libro dell’Esodo. Ci sono però altri
contributi: i Profeti (rilettura della storia della Parola ad Israele;
rilettura delle leggi, del loro spirito; rilettura e rilancio delle
promesse per Israele e per le genti; il contenuto delle promesse:
vario, ma in sostanza una nuova presenza-parola di Dio e del Messia) e
i Sapienziali – Proverbi, Giobbe, Qoelet, Salmi, Cantico dei
Cantici, Sapienza, Siracide – (dall’uomo ebreo, senza
dimenticarlo, all’uomo figlio di Adamo, ai suoi valori e limiti,
ai suoi problemi e speranze). È in questa prospettiva, che con
un linguaggio ardito potremmo definire «universalistica»
anziché «particolaristica», che maturano il posto e
il senso dei primi undici capitoli del Genesi (il Dio di Israele
è anche l’unico ed il creatore di tutto – tutto
è eco del suo «disse» – e la sua alleanza
coinvolge tutte le genti) e dell’apocalittica e del giudaismo
degli ultimi secoli avanti Cristo. La predicazione di Gesù non
farà altro che dare unità e portare a compimento tutto
questo affresco.
L’unità del regno ebraico durò poco; alla
morte di Salomone, verso il 930 avanti Cristo, il regno si
spezzò per una questione di tasse e si costituirono due regni
differenti: quello d’Israele, o del Nord, con capitali Sichem,
Tirza e poi Samaria e quello di Giuda, o del Sud, con capitale
Gerusalemme, dove perdurò la dinastia davidica (messianica). Due
regni nemici, in contrasto, in opposizione, spesso in lotta fra loro, e
la cui vita tormentata avrà presto termine.
Nel 721 avanti
Cristo, gli Assiri conquistarono il regno del Nord e deportarono i suoi
abitanti (prima diaspora, cioè «dispersione»). I
vincitori trasferirono in Palestina genti provenienti da altre regioni,
che diedero origine ai Samaritani.
Non molto tempo
dopo, nel 598 avanti Cristo, anche il regno del Sud crollò,
sotto i colpi del Re Nabucodonosor di Babilonia: Gerusalemme venne
conquistata, il Tempio spogliato delle ricchezze senza essere raso al
suolo e gli abitanti deportati in massa in Babilonia (seconda
diaspora). L’esilio di Babilonia durerà dal 586 al 538
avanti Cristo e ispirerà, tra l’altro, alcune delle pagine
più poetiche e toccanti della lirica (Giuseppe Verdi
canterà il dolore e la speranza del popolo ebraico, schiavo come
gli Italiani del suo tempo, nell’opera Nabucco).
Il ritorno in Israele e l’epoca del Giudaismo
Nel 538 avanti Cristo, dopo la
conquista persiana del regno babilonese, un editto del Re Ciro di
Persia consentì alla prima ondata di esiliati di tornare a
Gerusalemme (molti, che in Mesopotamia avevano fondato una famiglia o
aperto botteghe, preferirono invece fermarsi a Babilonia). Zorobabele,
discendente di Davide, tra il 520 e il 515 restaurò e
riconsacrò il Tempio (in realtà, un
«tempietto») e tornò ad abbellirlo con gli arredi
portati via da Nabucodonosor, che Ciro restituì.
Sembrò,
agli Ebrei, che iniziasse un periodo di serenità: dal 445 al 398
avanti Cristo, il sacerdote Esdra e il governatore Neemia consolidarono
la comunità ebraica, chiamata anche «comunità
giudaica» (il Giudaismo è quel fenomeno principalmente
storico e religioso iniziato dopo la deportazione in Babilonia;
l’inizio del Giudaismo «medio» si può
collocare tra il 458 e il 397 avanti Cristo). Purtroppo, nel 333 avanti
Cristo, le falangi macedoni guidate da Alessandro Magno posero fine
alla dominazione persiana ed instaurarono la dominazione greca.
Il malgoverno del
Re Antioco IV Epifane, un uomo estremamente crudele (una sorta di
«Adolf Hitler» del mondo antico), provocò nel 168
avanti Cristo la rivolta dei Maccabei, e la richiesta della
libertà religiosa. In quest’occasione, furono stretti
patti di amicizia ed alleanza coi Romani e con Sparta, più volte
rinnovati. Alla fine, i Greci furono costretti a cedere.
Dal 143 al 63
avanti Cristo regnò la dinastia degli Asmonei, caratterizzata da
lotte accanite per il potere sacerdotale ed il sommo pontificato.
Diverse famiglie sacerdotali, in contesa fra loro, invocarono
l’intervento del generale romano Pompeo, che riportò la
pace (la pax romana) instaurando il dominio di Roma sull’intera
regione. Dal 37 al 4 avanti Cristo sulla Palestina regnò un Re
amico dei Romani, Erode il Grande: sovrano energico ed amante della
cultura greca, era inviso agli Ebrei per essere uno straniero, un
Idumeo; a nulla gli valse aver ingrandito ed abbellito il Tempio di
Zorobabele, fino a farne una delle meraviglie del mondo antico:
morì, secondo la tradizione, punito da Dio per la sua
crudeltà.
Pochi anni prima,
nel 7 o 6 avanti Cristo, nasceva Gesù: i suoi gesti ed il suo
insegnamento, fino all’Ultima Cena, erano completamente ed
autenticamente ebraici. La frattura con l’Ebraismo avvenne col
dono del Suo Corpo e del Suo Sangue come cibo e bevanda di salvezza, la
morte (nell’anno 30 dopo Cristo) e la Resurrezione, e con la
«pretesa» di Gesù di essere il Figlio Unigenito di
Dio. Gesù era «Ebreo per sempre, ma anche Altro»; la
sua fede dipendeva dall’Ebraismo, mentre quella dei suoi
discepoli sarà fondata su di Lui. L’esperienza di Paolo di
Tarso, un Ebreo convertito, rese incolmabile le frattura fra Ebraismo e
Cristianesimo. Qualche pista per comprendere i rapporti tra
l’Ebraismo antico ed il Nuovo Testamento: il Vangelo secondo
Matteo; il capitolo sette degli Atti degli Apostoli; i capitoli tre e
quattro della Seconda Lettera ai Corinzi; la Lettera agli Ebrei.
Dopo l’inizio dell’Era Cristiana
Tra il 67 ed il 70 dopo Cristo, si
combatté la prima guerra ebraica, conclusasi con la completa
disfatta degli Ebrei ad opera delle legioni romane
dell’Imperatore Tito: la città di Gerusalemme venne
distrutta, il Tempio raso al suolo (per un Ebreo, questo equivaleva
alla fine del mondo); non verrà mai più ricostruito.
Attualmente, del Tempio rimane solo il Muro Occidentale (più
noto come Muro del Pianto), méta di pellegrinaggio; una
tradizione vuole che tra le commessure delle pietre si inseriscano
bigliettini con scritte le preghiere rivolte al Signore –
quest’usanza fu seguita anche dal Papa Giovanni Paolo II, durante
uno dei suoi viaggi ufficiali in Terrasanta. La popolazione della
città fu uccisa e deportata (terza diaspora). L’ultimo
gruppo di combattenti, degli Zeloti, arroccato nella fortezza di
Masada, si suicidò in massa nel 73 quando i Romani approntarono
macchine d’assedio atte a scavalcarne od abbatterne le mura.
Negli stessi anni, a Qumran fioriva un’importante comunità
religiosa.
Tra il 132 o 131
ed il 135, si scatenò la seconda guerra ebraica ad opera di Bar
Kosiba: l’Imperatore Adriano prese definitivamente Gerusalemme,
rinominata Aelia Capitolina, e deportò o massacrò gli
Ebrei della Giudea ed i Giudeo-Cristiani. Da questo momento, la
tradizione giudaica post-biblica e la tradizione cristiana si
separarono definitivamente, come pure ebbe termine il Giudaismo
«medio» (si avrà un Giudaismo senza più il
Tempio, il Giudaismo della Torah da Javne – anno 90 – in
poi).
Di contro alle
sconfitte militari, la spiritualità ebraica continuò a
fiorire: nel 200, Jehudà Ha-Nassi, capo del Sinedrio (la
più alta autorità religiosa ebraica), redisse la Mishnah,
una raccolta di antiche tradizioni orali e bibliche, confluite nel
Talmud (la redazione finale del Talmud di Babilonia si colloca nel 500).
La dominazione cristiana
Nei rapporti tra Ebrei e Cristiani,
pesò sempre l’accusa di deicidio nei confronti dei primi.
Finché i Cristiani erano una minoranza tra la popolazione
dell’Impero Romano, a volte sottoposta a violente persecuzioni,
non vi furono particolari problemi; inevitabilmente, però, le
tensioni nacquero quando il Cristianesimo diventò religione di
Stato e l’Impero si diede una veste esplicitamente cristiana.
Così, nel 395, col Codice Teodosiano, vennero redatte le prime
leggi discriminatorie contro gli Ebrei. Anche Sant’Ambrogio si
scagliò contro di loro con alcune furibonde prediche.
Ma i tempi stavano
cambiando: la spartizione dell’Impero in Occidente ed Oriente, e
le continue guerre di quest’ultimo contro i Persiani, aprirono la
strada alla fulminea invasione araba. Tra il 611 ed il 732, gli
islamici invasero l’Africa del Nord, la Spagna, la Siria, la
Persia, si infiltrarono nell’Asia Minore. I rapporti tra
musulmani ed Ebrei furono altalenanti, in alcuni periodi vi fu
collaborazione e tolleranza, in altri feroci persecuzioni.
In Europa, gli
Ebrei furono sempre mal sopportati (venivano, tra l’altro,
accusati di essere portatori di pestilenze ed altre calamità):
nel 1096, in occasione della Prima Crociata per la liberazione dei
Luoghi Santi dalle mani degli Arabi, soprattutto nel Vecchio Continente
si ebbero i primi massacri in massa di Ebrei. Nel XIII secolo, gli
Ebrei dovevano portare dei segni distintivi sui loro vestiti (fatto che
ci riporta alla memoria tempi ben più recenti), erano accusati
di crimini rituali (come l’uccisione di bambini per mangiarne la
carne e berne il sangue), di profanazione di ostie, esclusi da ogni
professione eccetto quella del prestito (proibita ai Cristiani, e che
valse agli Ebrei la nomea di «usurai»), spesso espulsi o
massacrati, e i «sacri» testi del Talmud bruciati. Nel 1492
Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona imposero il Cristianesimo
Cattolico in tutto il loro regno, e gli Ebrei furono cacciati dalla
Spagna; triste destino di un popolo che aveva fatto molto per il Paese
iberico (basti pensare che Cristoforo Colombo era partito verso la
scoperta del Nuovo Mondo utilizzando carte nautiche preparate da Ebrei
ed Arabi). Infine, con la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV Carafa
(XVI secolo), nacque il ghetto coatto.
Epoca contemporanea
Fra il XVIII ed il XIX secolo, una
serie di eventi (la fine dell’era dei «ghetti»,
l’«emancipazione», la rilettura «laica»
dell’identità ebraica, la rinascita dei Sionismi) poneva
le basi per la costruzione di un vero Stato ebraico, anche se
l’intolleranza verso quel popolo era ben lungi dal
terminare…
Tra il 1880 ed il 1918, la situazione
degli Ebrei si era fatta quasi insostenibile: una serie di persecuzioni
e pogrom in Russia spinse molti di loro a cercare rifugio in Occidente
(la Chiesa cominciava a rivalutare il popolo ebraico, e molti storici
ebrei si mostravano meglio disposti verso la figura di Gesù) o
ad emigrare verso la Palestina; questi coloni dovettero comprare a caro
prezzo dagli Arabi lembi di terra desertica ed apparentemente sterile,
che riuscirono a far fiorire con un lavoro lento ma costante.
Maturava, intanto,
una coscienza nazionale volta alla rivendicazione di un proprio Stato
indipendente e libero: il primo Congresso Sionistico si tenne a Basilea
nel 1897 e, venti anni dopo, con la Dichiarazione Balfour il governo
britannico si pronunciò favorevolmente alla costituzione di un
centro nazionale ebraico in Palestina; non si trattava ancora di un
vero e proprio Stato, ma solo di una casa («home»).
Tra il 1941 ed il
1945, nell’Europa schiacciata sotto il tallone nazista si
verificò lo sterminio («shoa») di sei milioni di
Ebrei (la «soluzione finale»), oltre ad altre minoranze
etniche, religiose o sociali come gli zingari, i Testimoni di Geova,
gli omosessuali, i dissidenti politici e via dicendo. Le ferite
provocate da questo massacro, in cui nella storia non vi era mai stato
nulla di paragonabile, non si sono ancora pienamente ricucite, anzi,
molti diffidano ancor oggi degli Ebrei. In Italia, gli Ebrei uccisi
(tutti dopo l’occupazione nazista del nostro Paese) furono
settemilacinquecento, su una comunità che contava
quarantacinquemila individui.
Finalmente, nel
1947, l’Organizzazione delle Nazioni Unite votò sulla
divisione della Palestina in due Stati: uno ebraico ed uno arabo. Era
dal 135 dopo Cristo che gli Ebrei non avevano un proprio Stato!
L’anno successivo, in concomitanza con l’inizio della
persecuzione russa contro gli Ebrei (addirittura peggiore di quella
nazista), nacque lo Stato d’Israele. Si può far risalire a
questa data la distinzione fra i termini di Ebreo (chi nasce da madre
ebrea o chi si converte all’Ebraismo secondo le regole), Giudeo
(sinonimo di Ebreo) e Israeliano (ogni cittadino dello Stato di
Israele, anche non Ebreo).
Il nuovo Stato
dovette subito difendersi dai bellicosi Paesi confinanti: nello stesso
1948 fu costretto alla Guerra d’Indipendenza contro gli Arabi,
che non volevano saperne di avere gli Ebrei come vicini; poi si
scatenarono la Guerra del Sinai contro l’Egitto (1956), la Guerra
dei Sei Giorni contro la Giordania, la Siria e l’Egitto (1967),
la Guerra del Kippur diretta principalmente contro l’Egitto
(1973). In tutte queste guerre l’esercito israeliano dette prova
di un addestramento superiore addirittura a quello egli eserciti
europei o nordamericani. I piloti degli aerei si erano allenati a
colpire botti nel deserto, e le loro bombe cadevano sulle installazioni
militari e sugli aeroporti nemici con una precisione che definire
«chirurgica» sarebbe ancor poco: in alcune foto si vedono
aerei a terra spaccati in due tronconi dalle bombe che li avevano
colpiti al centro, senza fallire il bersaglio.
Intanto, iniziava
il rimpatrio degli Ebrei sparsi per il mondo, anche se ben presto si
constatò che non v’era abbastanza posto per tutti ed ancor
oggi molte comunità sono «ospiti» in Paesi
stranieri. Dati statistici del 1989 pongono al 45,5% gli Ebrei
residenti negli Stati Uniti e nel Canada, al 29% quelli in Israele, al
10,7% quelli in Unione Sovietica, all’8% quelli nella
Comunità Europea, al 6,8% quelli in altri Paesi del mondo.
Toccante è il lungo viaggio che compirono gli Ebrei
d’Etiopia, una comunità di poverissimi pastori che si
dicevano discendenti di Salomone e della Regina di Saba: un cammino
faticoso, spingendosi innanzi le greggi, esposti agli attacchi delle
tribù musulmane, fino all’appuntamento con gli aerei che
dovevano portarli in patria. Dovette sembrare, a quegli uomini
semplici, che si avverasse la profezia biblica secondo la quale il
Signore li avrebbe ricondotti a Gerusalemme «sulle ali delle
aquile»; mentre fa sorridere il fatto che alcuni di loro, dopo
essere saliti sugli aerei con tutte le greggi, pensarono ingenuamente
di… accendere a bordo un bel falò, per cuocere la carne!
Il 29 marzo 1979,
tra il Presidente egiziano Anwar Sadat e il premier israeliano Menachem
Begin, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America
Jimmy Carter, venne firmato un trattato di pace che sanciva la fine
dello stato di belligeranza fra Israele e l’Egitto, e
l’avvio di relazioni amichevoli e di cooperazione fra i due
Stati. Israele, in cambio dell’accordo di pace, si ritirò
dal territorio del Sinai che aveva occupato durante la Guerra dei Sei
Giorni. Ma nel 1981 Sadat venne assassinato da un integralista arabo
che non accettava la possibilità della pace fra Arabi ed Ebrei,
e il processo di pace subì una brusca battuta d’arresto.
Nel 1982 Israele
si ritrovò in guerra, invase il Libano per impedire le
infiltrazioni di terroristi da quel Paese.
Il 13 settembre
1993, a Washington, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti
d’America, Bill Clinton, vennero avviate fra il premier
israeliano Itzhak Rabin e Jasser Arafat, capo dell’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina, le trattative per una pace fra
Israeliani e Palestinesi. Dopo la firma dell’accordo, Giordania
ed Israele firmarono un trattato di pace e diedero così
l’avvio ad una collaborazione economica che portò benefici
anche alla stessa Giordania: al contrario dei musulmani, che
aspettavano che l’acqua scendesse dal cielo per opera di Allah,
gli Israeliani insegnarono a trarla fuori dalle viscere della terra
scavando pozzi. Purtroppo, però, la strada della pace intrapresa
da Rabin e Arafat incontrava una forte opposizione sia da parte degli
integralisti arabi, sia da parte di quelli israeliani.
Il 4 novembre
1995, un integralista ebreo, Ygal Amir, uccise il premer israeliano
Rabin. Il suo successore, Shimon Peres, si impegnò, anche a nome
della Kenesset, il Parlamento israeliano, a continuare l’azione
di pace iniziata con la stretta di mano fra Rabin e Arafat.
Intanto, Israele
proseguiva il suo cammino di modernizzazione, si
«occidentalizzava», fino a divenire il Paese con più
informatici e scienziati al mondo (tra i nomi «eccellenti»,
possiamo ricordare Freud ed Einstein). Le sue università
richiamavano giovani senza porre frontiere etniche o religiose.
Tuttavia, gli Ebrei d’Israele (la stragrande maggioranza della
popolazione) non avevano dimenticato le loro radici ed usanze
religiose, soprattutto riguardo al riposo del sabato; il progresso
tecnologico rendeva molto più semplice «aggirare» la
proibizione di svolgere qualsiasi lavoro, compreso quello di
schiacciare l’interruttore per accendere la luce o premere il
pulsante per far partire l’ascensore: bastava semplicemente
programmare in anticipo le luci di casa perché si accendessero e
si spegnessero ad ore determinate, mentre i condomini programmavano gli
ascensori perché, ad intervalli, salissero e scendessero di un
piano alla volta, causando meno disagi possibili. Anche il divieto in
quel giorno di portare pesi, come le chiavi di casa, fu annullato
dall’uso delle «cinture del sabato», delle cinture
con dei moschettoni a cui vengono agganciate le chiavi, che così
diventano un ornamento della cintura ed è lecito portarle
(è sempre più sicuro che doverle lasciare fuori
dell’uscio di casa, sotto lo zerbino). Per un Occidentale tutte
queste regole minuziose sono un’assurdità, e si rischia di
perder la testa a tentar di seguirle tutte, mentre gli Ebrei lo fanno
con estrema naturalezza, consci di seguire le prescrizioni del loro Dio.
Il 28 settembre
2000, Sharon sfidò i Palestinesi passeggiando sulla spianata del
Tempio, nella parte di Gerusalemme destinata a loro, in compagnia di
alcuni poliziotti. I Palestinesi risposero con una fitta sassaiola, gli
Israeliani scaricarono i fucili sulla folla. Ne nacque una
recrudescenza della violenza terroristica, una serie di attentati e
rappresaglie di cui ne soffrì soprattutto l’incolpevole
popolazione civile. Persino il flusso di pellegrini e turisti fu
sottoposto a severe restrizioni: a chiunque aveva fatto scalo in un
Paese arabo veniva interdetto l’ingresso in Israele, e alcune
delle domande a cui bisognava rispondere nei questionari distribuiti
agli aeroporti sfociavano nel ridicolo (due esempi: «Hai una
bomba in valigia?» e «Hai intenzione di commettere un
attentato?»; come se un aspirante terrorista potesse rispondere
affermativamente). L’alba del nuovo millennio vide così un
nuovo vortice di sangue e morte che ancor oggi, purtroppo, sembra ben
lungi dall’avere un termine.
(febbraio 2010)