Donatello e il Rinascimento a Napoli. La Testa Carafa al Museo Archeologico di Napoli
La Testa Carafa doveva far parte di un monumento equestre che Donatello cercò di realizzare per volere di Alfonso V d’Aragona, ma non riuscì a portarlo a termine, realizzò solo la testa equina

Andare al Museo Archeologico di Napoli ed essere accolti dalla Testa Carafa di Donatello è un’emozione unica che non capita ovunque.


La Testa di cavallo detta Testa Carafa di Donatello e Alfonso V d’Aragona Re di Napoli

Un’opera scultorea finalmente riscoperta e giustamente ricollocata al centro della prima sala nel Museo Archeologico di Napoli, è la Testa di Cavallo, conosciuta da tutti come Testa Carafa, realizzata da Donatello nel 1456; prima accoglieva solo i funzionari della Soprintendenza e chi andava in biblioteca a studiare.

Oggi la Testa Carafa è posta al centro nella prima sala del museo tra varie statue romane, sembra un sopravvissuto bronzo classico ma in realtà è un testimone silenzioso della grande cultura rinascimentale che trovò a Napoli terreno fertile.

Tale rinascenza culturale fu promossa e sostenuta da Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo, dal 1442 al 1458 (basti ricordare che da queste parti lavorò anche Antonello da Messina); egli decise di coronare la sua nuova visione politica con la realizzazione di un imponente arco trionfale che doveva accogliere chiunque varcasse il Castel Nuovo (conosciuto anche come Maschio Angioino).

Nel 1456 il Re riuscì a coinvolgere, a suon di soldini e grazie al lungo lavoro di mediazione del mercante fiorentino Serragli – tramite preferito tra gli artisti fiorentini e i committenti napoletani e tra i vari collezionisti d’antiquariato –, il grande Donatello chiedendogli di realizzare una sua statua equestre in bronzo da collocare nell’imponente arco trionfale. Tale opera fu in parte pagata e in parte realizzata, ma nel 1458 il Re Alfonso morì e il monumento equestre rimase incompiuto anche perché Ferrante I, suo successore, considerò inutile pagare la scultura e ultimare i lavori a Castel Nuovo; tra il 1465 e il 1471 fu ultimato l’arco trionfale, ma nel 1466 Donatello morì e non riuscì a completare la statua equestre.

Nel quadro di un buon rapporto tra Napoli e Firenze e anche perché avevano pagato una gran bella somma senza ottenere poi moltissimo, Lorenzo il Magnifico decise di recuperare l’unica parte della scultura realizzata da Donatello, la testa equina, e di inviarla tramite Diomede Carafa, Conte di Maddaloni e alto dignitario di Corte, al nuovo Re Aragonese. Questi giunse a Napoli nel 1471, anno della conclusione del portale, ma non sapendo come completare il resto della statua equestre, Ferrante decise di donarla ai Carafa, grandi collezionisti di opere d’arte antiche e non. La testa fu adattata a protome ed esposta nel cortile del Palazzo Carafa, in questa nuova collocazione e grazie alla grande abilità scultorea di Donatello fu considerata per molti secoli non una sua opera ma un’opera in bronzo romana del III secolo avanti Cristo.


Una «testa di cavallo» da opera rinascimentale a opera classica e viceversa

Per molti secoli, per l’esattezza dal 1500 a tutto il 1800, la Testa Carafa fu considerata parte di una rara scultura in bronzo romana, ciò avrebbe fatto decisamente piacere a Donatello visto che aveva passato la sua vita a studiare la scultura classica, tale «imitazione» confuse anche il grande Vasari che nella prima edizione delle Vite degli artisti non menzionò la testa equina salvo poi correggere l’errore nella seconda edizione in cui la menzionò come opera incompiuta di Donatello.

Come accennato in precedenza, nel 1471 Diomede Carafa ebbe in dono la scultura e la collocò nel cortile del suo omonimo palazzo in Via San Biagio dei Librari a Napoli insieme ad altre sculture classiche, da allora l’opera di Donatello non lasciò più il Palazzo fino a quando Francesco Carafa di Colubrano la donò come scultura romana del III secolo avanti Cristo a Gioacchino Murat. Grazie a questo dono la testa, divenuta Testa Carafa, entrò a far parte della raccolta del Real Museo di Napoli, oggi MANN, esposta sempre erroneamente come scultura bronzea antica fino al 1970, cioè fino a quando, in seguito a un suo primo restauro, gli esperti l’attribuirono definitivamente a Donatello; fu collocata all’ingresso della Soprintendenza, poi, dopo un nuovo restauro, è stata ricollocata nel 2016 all’ingresso del museo.


L’inconfondibile stile di Donatello

Donatello è considerato uno dei massimi rappresentanti del Rinascimento perché, per semplificare, studiò la scultura classica riproponendola nelle sue opere, in concreto significava un ritorno alla perfetta proporzione e all’armonia muscolare nella figura umana e non solo. Nella Testa Carafa, seppur equina, troviamo questi suoi studi: muscolatura tonica e netta, nervi tesi di un cavallo in movimento, occhi sgranati, denti ben definiti, criniera e peli ben impomatati e aggiustati, briglia elaborata, è un cavallo pronto per la parata, ma mostruoso, sì, è mostruoso, non lo nego, soprattutto se lo si guarda da vicino sembra più un cavallo imbizzarrito che da parata, se lo si guarda da lontano, invece, si apprezza pienamente l’abilità scultorea di Donatello e i suoi netti giochi di chiaro-scuro, perché doveva essere ammirato da lontano sopra un arco trionfale, ciò aiuta a capire perché rispetto all’altra opera di Donatello presente nella chiesa di San Giovanni a Nilo, L’Annunciazione, i suoi tratti sono più aspri e rozzi poiché dovevano riflettere meglio la luce.

Purtroppo non riuscì a completarla e la causa, probabilmente, fu quella di volerla realizzare con una nuova tecnica a fusione in un’unica soluzione, idea complessa e molto costosa, inoltre era richiestissimo da tutti.

Per la cronaca, se uno entra nel Palazzo Carafa può ammirare l’antica collocazione dell’opera perché è stata sostituita con una copia in terracotta.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(gennaio 2019)

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