La condizione degli Ebrei nelle terre
islamiche
Breve sunto sul rapporto tra Giudei e
musulmani dal Medioevo fino alla nascita dello Stato di
Israele
Una credenza molto diffusa ritiene che la nascita dello Stato di Israele abbia distrutto i buoni rapporti che intercorrevano in passato tra Ebrei e musulmani. È vero che dopo il 1948 l’antisemitismo negli Stati Arabi crebbe in maniera esponenziale, come è anche vero che nei secoli precedenti gli Israeliti spesso trovarono condizioni di vita migliori nei Paesi Islamici al punto che sovente fuggirono in terre musulmane per evitare le persecuzioni subite nell’Europa Cristiana. Così, a esempio, nella lettera di Edirne, un autore giudeo del XV secolo invitava i suoi correligionari perseguitati a emigrare in Turchia: «Ho saputo delle afflizioni, più amare della morte, che si sono abbattute sui nostri fratelli in Germania – delle leggi tiranniche, del battesimo forzato, delle espulsioni che sono all’ordine del giorno. Mi è stato detto che quando fuggono da un posto, un destino ben più duro li attende in un altro [...] [Io] dichiaro a tutti voi che la Turchia è una terra dove non manca nulla, e dove, se lo vorrete, tutto vi andrà bene». Allo stesso modo si esprimeva un Ebreo Portoghese vissuto nel XVI secolo, Samuel Usque, che descriveva la Turchia come un luogo dove «le porte della libertà sono sempre aperte all’osservanza dell’Ebraismo».[1]
Tuttavia, non bisogna commettere l’errore che fanno alcuni autori di dipingere un ritratto idilliaco immaginando che vi fosse tra le due comunità una tolleranza intesa come nei tempi odierni. Nelle terre musulmane gli Ebrei erano considerati – come i Cristiani – «popolo del libro», e ciò garantiva loro lo status di «dhimmi» avendo così la possibilità di professare il loro culto, ma poiché praticavano una religione ritenuta sbagliata, o quantomeno incompleta, erano sottoposti a diverse discriminazioni per rimarcare la loro inferiorità. Queste variavano molto in base al luogo e al periodo in cui venivano applicate, ma in tutte le epoche il «dhimmi» era considerato una sorta di cittadino di seconda categoria.
Sebbene fosse quindi generalmente consentito ai Giudei di praticare la loro fede, non mancarono però nel mondo musulmano episodi di persecuzione nei loro confronti. A esempio, il Califfo Fatimide Al-Hakim perseguitò per un periodo Ebrei e Cristiani, facendo distruggere le chiese e le sinagoghe in Egitto e in Palestina, e vietando di professare religioni diverse da quella islamica. Gravi persecuzioni vi furono anche durante il dominio degli Almhoadi in Spagna e in Marocco dove il famoso filosofo Mosé Maimonide fu costretto a convertirsi all’Islam per salvarsi la vita, e scrivendo agli Ebrei dello Yemen (anche loro soggetti a dure persecuzioni) nel 1172, ebbe ad affermare: «Voi sapete, fratelli miei, che a causa dei nostri peccati Dio ci ha gettato in mezzo a questo popolo, la Nazione di Ismaele, che ci perseguita duramente, e che escogita tutti i modi per farci del male e avvilirci […] Nessuna Nazione ha mai fatto tanto male a Israele».[2]
Vi furono a volte anche massacri contro Ebrei provocati dalla furia popolare. A esempio, nel 1066 a Granada, in Spagna, il disprezzo verso il Visir Ebreo del Sultano causò un «pogrom» che provocò la morte di 3.000 Israeliti. A Isfahan, in Iran, nel 1888, vi fu invece una strage di Ebrei dopo che uno di questi venne ingiustamente accusato di aver aggredito un musulmano e profanato una moschea; e verso la fine del XIX secolo vi furono rappresaglie collettive contro i Giudei in diverse città nel Nord Africa e in Medio Oriente a seguito di accuse di blasfemia.[3]
In paragone all’Europa Cristiana, i massacri dei Giudei nelle terre musulmane furono rari; nondimeno la condizione subalterna degli Ebrei suscitava spesso contro di loro episodi di umiliazione nella loro vita quotidiana: «Nelle strade ci coprono di ingiurie. Ci chiamano “asino”, “cane”, eccetera. Non c’è bambino che non si permetta le più volgari insolenze contro gli Israeliti più rispettabili, e questi sono costretti a sopportare tutto in silenzio» denunciarono nel 1873 dei notabili ebraici dello Yemen ai dirigenti dell’Alliance Israélite di Parigi.[4]
Resoconti simili sono frequenti in numerosi racconti di viaggiatori occidentali del XIX secolo. Così un Inglese in Marocco ebbe a osservare la scena di alcuni bambini che si divertivano a tormentare un Giudeo: «Un piccolo monello, con la più grande freddezza, si arrampicava sopra l’Ebreo e letteralmente sputava sopra la “gabardina ebraica”. L’Ebreo è costretto a sottomettersi a tutto questo; picchiare un maomettano sarebbe più grave di quanto non valga la sua stessa vita». Una donna inglese in visita a Istanbul assistette invece a questo episodio: «[Ricordo] di aver visto un ragazzo turco di forse dieci anni, avvicinarsi a un gruppo di donne ebree, e fissare la sua attenzione su una, il cui stato di salute avrebbe dovuto metterla al riparlo dagli insulti, darle un colpo tanto violento da toglierle la conoscenza e gettarla a terra. Nel momento in cui corsi avanti per soccorrere quell’infelice, venni trattenuta da un Turco di mia conoscenza […] il quale mi consigliò di non agitarmi e di non darmi pena in quell’occasione, dato che la donna non era altro che un’Ebrea!». Il viaggiatore ebreo J. J. Benjamin, che percorse l’Iran, annottò invece alcune miserie subite dagli Ebrei Persiani, tra cui: «I bambini ebrei, se entrano in discussione con quelli dei musulmani, vengono immediatamente condotti davanti all’Achnud [autorità religiosa], e puniti a bastonate».[5]
Tracce di animosità anti ebraica si verificarono anche durante il periodo più buio della storia degli Ebrei, ossia durante l’avvento del nazismo. Come similmente fecero molti popoli dell’Europa Orientale che videro nell’arrivo dei Tedeschi una possibilità di liberarsi dall’occupazione sovietica, così in molte zone dei Paesi Arabi la Germania veniva vista come un potenziale alleato contro l’imperialismo inglese e francese.[6] In un incontro nel 1941 con il Muftì di Gerusalemme Amin Al-Husseini, Hitler dichiarò che una volta conquistato il Caucaso avrebbe offerto al mondo arabo «la sua personale assicurazione che l’ora della liberazione era suonata»; aggiungendo che «il solo obiettivo che avrebbe avuto la Germania sarebbe stato di limitarsi all’annientamento degli Ebrei che vivevano nelle terre arabe con la protezione degli Inglesi».[7]
La sconfitta delle forze dell’Asse impedì che i progetti di Hitler potessero realizzarsi, ma l’influenza nazista si fece sentire anche nelle terre arabe, riversandosi anche in violenze contro i Giudei. Così, in Iraq, nel 1941, vi fu una rivolta anti britannica capeggiata da Rashid Ali, alleato della Germania e dell’Italia. Sebbene la ribellione venisse presto repressa dagli Inglesi, i sostenitori di Ali attaccarono il quartiere ebraico di Bagdad, saccheggiando i negozi e uccidendo 150 abitanti;[8] mentre in Tunisia, sotto la breve occupazione tedesca (novembre 1942-maggio 1943), con l’incoraggiamento dei nazisti, si verificarono saccheggi di case degli Israeliti e stupri di donne ebree da parte di uomini musulmani.[9]
Successivamente, la guerra arabo-israeliana avvenuta a seguito della proclamazione dello Stato di Israele causò un profondo solco tra le due comunità, e tragedie in entrambi i popoli. Da un lato, circa 700.000 Arabi di Palestina fuggirono o furono espulsi dagli Israeliani, che impedirono in seguito a questi profughi di tornare nelle loro case;[10] 10 dall’altro, negli Stati Arabi, le comunità giudaiche residenti in quelle aree da secoli vennero sottoposte a violenze, vessazioni e atti intimidatori perché considerate fiancheggiatrici degli Israeliani,[11] e ciò spinse la quasi totalità dei Giudei a prendere la via dell’emigrazione. Purtroppo, gli odi provocati da questo conflitto perdurano tutt’oggi. Si spera che in un futuro non tanto lontano possa nascere un nuovo rapporto di pace e tolleranza reciproca tra le due comunità.
1 Citazioni prese da Bernard Lewis, Gli Ebrei nel mondo islamico, Sansoni, Milano 1994, pagine 151-152.
2 Lewis, pagina 118. Come nota lo storico, in seguito Maimonide, fuggito in Egitto, poté tornare alla sua religione e ottenere un incarico di prestigio divenendo medico di Corte. Esempio evidente di come la condizione dei Giudei variasse considerevolmente in base ai diversi Stati Musulmani.
3 Confronta Bat Ye’Or, Il declino della Cristianità sotto l’Islam, Lindau, Torino 2009, pagine 107-108.
4 Confronta George Bensoussan, Gli Ebrei nel mondo arabo, Giuntina, Firenze 2018, pagina 22.
5 Per questi resoconti si veda Lewis, pagine 181-183 e 198-199.
6 Non bisogna tuttavia andare a facili generalizzazioni: basta pensare che vi furono più soldati arabi che combatterono negli eserciti alleati che in quelli dell’Asse.
7 Citato in Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, Milano, Mondadori 2003, pagina 308. Non bisogna fare affidamento sulla promessa di Hitler della liberazione degli Arabi. Per il Führer, gli Arabi erano considerati una razza inferiore, e se avesse vinto la guerra, avrebbe probabilmente trattato quei territori come una colonia, sottoponendo la popolazione indigena a una dominazione ben più dura della precedente. Degno di nota, del resto, è che in quell’incontro Hitler si rifiutò di rilasciare dichiarazioni pubbliche a sostegno dell’indipendenza araba.
8 Gilbert, pagine 219-220.
9 Bensoussan, pagina 43.
10 Golda Meir, futura Presidente dello Stato di Israele, notando l’esodo degli Arabi costretti ad abbandonare i loro averi e a fuggire, non poté non pensare «che questo era lo stesso quadro che si era presentato in molte città ebraiche [durante la Seconda Guerra Mondiale]». Confronta Benny Morris, La prima guerra di Israele. Dalla fondazione al conflitto con gli Stati Arabi 1947-1949, Rizzoli, Milano 2009, pagina 372.
11 «Tutti gli Ebrei erano potenziali sionisti» disse il Primo Ministro Egiziano Mahmoud Nuqrashi all’Ambasciatore Inglese. Citato in Morris, pagina 507.
