Centro Culturale Aeronautico «Ugo Antoni»
L’aeronautica pionieristica italiana. Ricerche empiriche

Traggo da una pubblicazione relativa al Centro Culturale Aeronautico menzionato in riferimento alla 28a Squadriglia pubblicato in rete il 13 dicembre 2020 dal giornalista Paolo Farina alcune importanti riflessioni sul significato dell’Aeronautica Militare Italiana, che vide al suo interno importanti Generali e uomini entusiasti che onoravano i colori della bandiera. Non si tratta di trarne una riflessione politica, visto che l’aeronautica da quando è nata ha rappresentato Governi sia democratici e non, ma di valutare l’impatto che l’Arma ebbe soprattutto ai primordi anche come stato d’animo, come fucina di innovazione e scoperta.

Il brano in oggetto mi ha particolarmente colpito perché l’autore, il Generale S. A. Francesco Pierotti, mi riconduce a studi e riflessioni sul mio passato di studi.

Francesco era nome di famiglia, ci sono diverse persone in famiglia con questo nome. Ma naturalmente il Generale in questione è Pisano, quindi non posso assolutamente dedurre una affinità elettiva con la mia famiglia lucchese, quanto piuttosto mettere in evidenza alcune analogie, alcune osservazioni.

Scrive nelle sue memorie il tenente Francesco Pierotti[1]: «Ero un giovane tenente da poco promosso quando fui trasferito all’aeroporto di Pisa, dove ritrovai il mio diletto veicolo Ro nella versione “Bis” più potente e veloce.

A causa della scarsità di ufficiali in servizio permanente effettivo mi venne subito affidato il comando interinale di una delle squadriglie presenti, la 28a.

Di colpo, nonostante la mia inesperienza della vita di reparto, mi trovai a capo di un centinaio di uomini, piloti, ed avieri, di 12 magnifici Ro Bis ad elica quadrupla, nuovi, i quali superavano i 200 chilometri orari, e di alcuni aeroplani leggeri Ro, Breda 15, AS.1, che venivano usati per i collegamenti e per le ispezioni di capi di fortuna sparsi nella regione.

Avevo il mio bel da fare, e il maggior lavoro me lo dava il personale. C’erano alle mie dipendenze anziani marescialli con trent’anni di servizio militare e assai più esperienza di me, sui quali la mia autorità doveva imporsi con tatto e diplomazia, c’erano serpentini pivelli bisognosi di guida e di consiglio da istruire ed addestrare. Generalmente erano bravi soldati, volenterosi, sensibili ai motivi ideali del mestiere, pronti ad accettare senza contestazioni i sacrifici richiesti dal servizio e a dirigerli, controllare e stimolare il loro senso del dovere; molto raramente capitava un lavativo da sorvegliare e tenere a freno». Siamo nella prima metà del XX secolo, epoca che preparava, ahimè!, un terribile nuovo conflitto. Ma il nostro è un ufficiale che si è votato ai valori della Patria. Il suo modo di pensare non è molto dissimile dai suoi «cugini» lucchesi che all’aeronautica già più di un secolo prima avevano votato l’anima. Uno spaccato, questo, di vita militare ma anche di sensibilità patriottica.

Continua il nostro: «La vita di reparto mi piaceva molto. Sull’aeroporto, sede allora del 62° Gruppo Osservazione Aerea, vivevamo in 300: una piccola collettività affiatata, unita, ben organizzata, un piccolo mondo di uomini attivi ed operosi. La Squadriglia era come una famiglia, i cui membri si volevano bene e si aiutavano a vicenda, ognuno aveva il suo ruolo, il suo compito preciso e faceva del suo meglio perché gli aeroplani fossero sempre efficienti, le armi pronte per l’uso, preparati all’impiego.

La mattina presto gli uomini di manovra schieravano gli apparecchi sul gran piazzale delle aviorimesse, i motoristi completavano i rifornimenti e provavano i motori, i marconisti, i fotografi, i montatori, gli armieri mettevano a punto gli impianti e le installazioni di bordo. Poi gli aerei decollavano per le loro missioni.

Dovevo stare attento a regolare i turni di volo con imparzialità per evitare musi lunghi poiché tutti volevano volare, si offendevano se lasciati a terra quando ritenevano di essere di turno, c’era un grande entusiasmo per il volo. Il “volo premio” era addirittura la più ambita ricompensa per gli avieri “di governo” che non avevano obbligo al volo». A conferma di tanto entusiasmo patriottico e per il volo in se stesso ulteriori frasi così espresse: «I miei colleghi ed io ci dedicavamo alla nostra attività con passione e l’aureola del rischio che la nobilitava ci procurava il rispetto e la considerazione della gente. Il solo turbamento era quello causato dagli incidenti di volo che succedevano di quando in quando. Il rischio esisteva. Le percentuali delle perdite di personale navigante per incidenti di volo erano allora assai alte».

Per noi contemporanei lo spirito avventuroso dell’allora tenente sembra qualcosa di incomprensibile. Eppure un secolo prima lo stesso spirito di avventura per costruire l’Unità Nazionale era stato proprio di due «cugini» lucchesi del nostro, mi piace pensare così, visto che Palaia e la realtà pisana dei luoghi della Val d’Era non era distante dai corrispettivi lucchesi né geograficamente, né spiritualmente; nel lontano Medioevo Palaia aveva fatto parte dei feudi di queste antiche famiglie d’arme.

Mi riferisco a quanto accadeva in Lucca e dintorni intorno al 1840 con i padri dell’Aeronautica Militare Italiana. Tanto in comunione con i nostri eroi. Qui infatti si nascondevano dopo i gravi sommovimenti patriottici del 1834 di Pieve Fosciana, Francesco e Franceschino Pierotti assieme al figlio di Ciro Menotti, a sua madre Polissena e soprattutto al conte Tito Livio Zambeccari di Parma, figlio di Francesco Zambeccari, il padre dell’Aeronautica Militare Italiana.

Quest’ultimo a fine Settecento col barghigiano Lunardi si era recato a Londra per brevettare il pallone aerostatico. Zambeccari figlio e i due Francesco e Franceschino erano protetti in Lucca dal Duca Carlo Ludovico di Borbone-Parma, all’epoca un Sovrano assolutista ma a sua volta inviso al Principe di Metternich e considerato a suo modo un «rivoluzionario». Allora l’aeronautica era ai primordi, eppure lo spirito che animava questi scienziati ed eroi era analogo a quello del tenente, poi futuro Generale, dell’aeronautica Francesco Pierotti un secolo dopo. Sprezzanti del pericolo, con i cugini fratelli Fabrizi, i fondatori della Lega Italica e al contempo seguaci di Giuseppe Mazzini, il dottor Paolo Fabrizi in testa[2], si spostavano via mare in maniera rocambolesca da Livorno a Malta, allora luogo ricco di fuoriusciti e rivoluzionari. Solcavano il Mediterraneo, si imbarcavano in situazioni davvero stupefacenti, per creare qualcosa di nuovo non solo sul piano politico ma ideale. E gli ideali erano sempre gli stessi, per dirla con Giuseppe Mazzini, Patria e Azione. Senso di appartenenza, costruzione ideale e naturalmente anche economica per un mondo diverso. L’aeronautica rappresentava questo mondo nuovo, la scienza, le nuove scoperte, il sentirsi parte oltre la propria Nazione di un qualcosa di dirompente, che abbracciava vecchio e nuovo mondo. Le parole del tenente Francesco ci conducono in questo quadro che spesso difficilmente oggi riusciamo ad afferrare, come testimonianza di novità e senso di appartenenza. Per comprendere un’epoca senza preconcetti e giudizi di merito.


Note

1 Francesco Pierotti, L’aria delle mie colline. Era originario di Palaia, in provincia di Pisa, ma finì i suoi giorni a Viareggio.

2 I Fratelli Fabrizi erano cugini dei Pierotti coinvolti nelle vicende descritte.

(agosto 2026)

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