110 anni dalla Grande Guerra
Riflessioni e valutazioni postume
Trascorsi 110 anni dal lontano e mitico 24 maggio 1915, quando «il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti» muti e silenziosi nell’obbligo di «tacere e andare avanti», è congruo ricordare quella stagione di prevalente tristezza, alternata agli entusiasmi minoritari ma indubbiamente forti del momento, come nell’allocuzione dannunziana davanti allo scoglio di Quarto dei Mille. Era l’inizio della Grande Guerra anche per la giovane Italia unita, a 10 mesi di distanza dallo scoppio del conflitto tra gli Imperi Centrali e le democrazie dell’Occidente Europeo, con un intervallo che si sarebbe ripetuto dopo un quarto di secolo, quando la nuova Italia scese in campo accanto alla Germania e ai suoi alleati.
Oggi, scomparsi ormai da parecchio tempo tutti i protagonisti grandi e piccoli, il ricordo deve essere improntato a riflessioni mature e consapevoli, finalmente avulse da qualsiasi polemica strumentale, se non altro in ossequio ai 700.000 caduti italiani che persero la vita sul Carso, sul Piave e sulle Alpi, con un vero e proprio Olocausto illuminato nel 1918 dal «sole» di Vittorio Veneto, ma destinato a tramontare nella tragedia del 1945 e della guerra civile che l’aveva preceduta. Sulle due guerre mondiali si sono versati fiumi d’inchiostro e di parole, assieme a quelli, sia pure minoritari, che hanno contraddistinto le altre guerre italiane degli ultimi due secoli, dalle tre del Risorgimento alle avventure coloniali di Eritrea, Etiopia e Libia, per non dire dell’intervento militare in Spagna, a favore della Falange di Francisco Franco. Ciò, con un impegno bellico davvero continuo che, in un giudizio obiettivo a posteriori, appare certamente elevato, se non altro in un quadro contraddistinto dagli sforzi che sarebbero stati necessari per una vera unificazione.
In entrambi i conflitti mondiali, a parte le proteste dell’opposizione politica, più vivaci nel primo caso e quasi inesistenti nel secondo, si sarebbe levata alta e solenne quella dei Sommi Pontefici Benedetto XV e Pio XII che presero posizione contro la guerra, vista quale «inutile strage» e come attentato alla sacralità della vita, ma il ruolo della Chiesa Cattolica era ormai circoscritto alla sfera puramente etica, riducendo la sua protesta a quella di una vera e propria «voce nel deserto» e lasciando ampio spazio a chi s’illudeva circa il ruolo di Grande Potenza assunto dall’Italia, senza tenere conto, anche a prescindere dall’«ethos», delle condizioni oggettivamente difficili del Paese, non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello economico e sociale.
La Grande Guerra, col suo carico di lutti e di tragedie familiari, ebbe un impatto sulla struttura demografica del Paese paradossalmente superiore a quella del Secondo Conflitto Mondiale, pur caratterizzato da armi e da strutture militari assai più avanzate, aprendo un vuoto che avrebbe indotto effetti dirompenti anche a lungo termine. A tali conseguenze non fu estranea, fra l’altro, la condotta scriteriata delle operazioni, per lo meno fino all’autunno del 1917, praticata dal «Generalissimo» Luigi Cadorna e dai suoi massimi collaboratori, senza dire del ruolo negativo delle opposizioni, parzialmente eliso dopo la disfatta di Caporetto e l’avvento del nuovo Governo presieduto da Paolo Boselli, sorto con chiari intenti di solidarietà nazionale, certamente importanti per giungere al fulgore della Vittoria. Del resto, non sarebbe mancato un forte risveglio della coscienza patriottica popolare, come accadde per il sacrificio dei «ragazzi del Novantanove» e dei veterani nell’epopea difensiva sul Piave, e per il contributo di tanti cittadini ai fabbisogni imposti dall’emergenza.
L’esperienza della Grande Guerra ebbe un ruolo decisivo nella maturazione dell’idea unitaria in tanti Italiani che erano rimasti vincolati, sia pure in modi approssimativi, alla realtà dei vecchi Stati esistenti prima del Risorgimento: la solidarietà umana maturata nel fango delle trincee e nel rischio quotidiano della vita fu tale da superare le vecchie antinomie regionali se non anche campanilistiche, e da creare la consapevolezza di destini comuni ottimizzabili con l’unione, o almeno con l’abbandono delle vecchie pregiudiziali di arroccamento localistico. Da questo punto di vista, l’Italia uscì dalla guerra senza poter dimenticare i suoi lutti e le sue tragedie, ma nello stesso tempo, con una consapevolezza più ampia e diffusa della sua comune realtà – come da celebre espressione poetica – di «madre benigna e pia che copre l’uno e l’altro mio parente».
La Grande Guerra ha promosso un culto dei Caduti che, se non altro per il loro straordinario numero, tale da potersi definire altisonante, è diventato prevalente anche nei confronti di quello risorgimentale, e che è tuttora presente e visibile nella realtà dei tanti Sacrari e Mausolei sorti nelle zone del conflitto, e talvolta anche altrove, per dare onorata sepoltura e memoria perenne a chi aveva fatto dono della vita senz’altra ricompensa all’infuori della grata memoria della Patria, sebbene ristretta, anche a distanza di tanto tempo, per opera di opposizioni preconcette in cui non trova spazio neppure la pietà dovuta a tale immenso sacrificio.
Nel nuovo millennio, i 110 anni trascorsi dall’inizio della Grande Guerra corrono il rischio di essere affidati a un Ricordo formale, certamente dovuto nell’ambito delle Istituzioni, ma accettato e compreso in modo completo e funzionale a un livello popolare, oggi, minoritario. Da questo punto di vista, è necessario che, soprattutto nella formazione giovanile, la memoria di quella stagione davvero fondamentale per il «Sorgimento» della nuova Italia – come da felice espressione di Benedetto Croce – sia opera di una rivisitazione fondata su valutazioni oggettive, e nello stesso tempo, sull’apprezzamento dei valori morali e civili che, assieme a quelli militari, ebbero un ruolo decisivo per l’affermazione della Patria Italiana, finalmente e veramente libera.
