Autodafé di un Esule nel ricordo delle foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata
Un libro da leggere, per capire e riflettere

Con questa opera breve, ma nello stesso tempo colma di significati e di riflessioni certamente sofferte, il dramma delle foibe e del grande Esodo giuliano, istriano e dalmata assume significati nuovi, perché propone un’attenta riconsiderazione di talune vecchie interpretazioni della lunga esperienza di guerra e dopoguerra, riassumibile nell’indubitabile realtà di 350.00 profughi dalle terre ingiustamente sacrificate per l’iniquo trattato di pace del 1947, e di 20.000 vittime infoibate o diversamente massacrate dai partigiani titoisti durante il periodo bellico, e soprattutto, durante una pace quanto mai sanguinosa.

Diego Zandel è un Esule di seconda generazione, essendo nato nel 1948 da genitori fiumani nel campo profughi di Servigliano, e diversamente dalla maggioranza ha vissuto un’esperienza di sinistra, trascorsa tra le prime simpatie comuniste e le successive milizie in area socialista, sia nel partito capeggiato da Pietro Nenni, sia nel cosiddetto socialismo democratico voluto da Giuseppe Saragat. Alla fine, è approdato alla «conversione» sia pure parziale, compiuta nell’ambito di un revisionismo diventato più forte in età matura, che ha trovato testimonianza importante proprio in questa sua ultima opera (Rubbettino Editore, Soveria 2025, 88 pagine) dal titolo senza dubbio coinvolgente.

In una specie d’esame non formale della propria coscienza, vi dichiara di non essersi pentito di «avere aderito al socialismo» ma di avere ceduto alle tentazioni di «una parte politica che, avendo grandi responsabilità e perciò colpe gravissime, non avrebbe esitato a infangare il sacrificio, le sofferenze, la tragedia di un intero popolo» come da «input» imposto dal Maresciallo Tito e dai suoi corifei. Alla fine, afferma che la lezione più forte rimane quella della libertà, intesa come valore primario, e come rispetto del pensiero altrui, da cui discende il rifiuto di un’ideologia «figlia della mistificazione, quando non della bugia».

Eppure, rimane in mezzo al guado, perché nello stesso tempo afferma che certe azioni partigiane furono una «ritorsione degli Slavi all’aggressione fascista» dimenticando che la guerra fra Italia e Jugoslavia scoppiata nella primavera del 1941 fu dovuta al colpo di Stato con cui Belgrado avrebbe cambiato improvvisamente campo, dopo l’alleanza innovatrice stipulata nel 1937 col patto firmato dal Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, e dal Presidente del Consiglio Milan Stojadinovic. In effetti, come emerge dalla storiografia più documentata, è facile apprendere che quel «putsch» fu compiuto da un gruppo di ufficiali monarchici, supportato in maniera decisiva da parte britannica, il cui effetto fu di costringere gli Stati dell’Asse, vale a dire Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria, a scendere in campo per esigenze strategiche e militari di tutta evidenza.

Zandel non ha torto, peraltro, quando ipotizza che «una Jugoslavia democratica, liberale, e rispettosa delle libertà individuali, non avrebbe provocato il terremoto» dovuto proprio all’esperienza titoista del partito unico, sconvolgendo i precedenti equilibri.

In questo senso, è congruo convenire con la diagnosi espressa nella prefazione di Andrea Di Consoli, quando afferma che quelle di Zandel sono «verità scomode perché, non solo smascherano le tante ipocrisie del mondo culturale e politico, anzitutto italiano, ma perché mostrano tanti lati mostruosi dei cosiddetti liberatori e delle violenze partigiane». Ciò non significa assumere posizioni preconcette, ma onorare la verità senza indulgere a pregiudiziali schematiche, e soprattutto, senza leggere la storia in una prospettiva meramente ideologica.

Non mancano riferimenti all’opera di personaggi oltremodo cupi come Oskar Piskulic, che non era un partigiano qualsiasi, ma il capo dell’OZNA, la famigerata polizia politica jugoslava agli ordini di Tito, e come tale, responsabile di vari delitti a carico di patrioti italiani, compresi alcuni autonomisti, come Giuseppe Sincich, Nevio Skull, Giuseppe Baucer, Giovanni Rubinich, e tante altre vittime, tra cui il Dottor Mario Blasich, strozzato nel suo letto d’invalido, alla luce di testimonianze importanti, fra cui quella di Padre Flaminio Rocchi.

In tutta sintesi, questo «libretto» costituisce un documento di buona valenza documentale e storica perché, come sta scritto nella presentazione editoriale, è «un grido contro l’indifferenza verso le vittime delle foibe, e una difesa della dignità di un intero popolo»: quello degli Esuli dall’Istria e da Fiume costretti a farsi carico maggioritario degli effetti di un conflitto bellico che non avevano voluto, ma da cui ebbe origine la loro amara e lunga diaspora in Italia e nel mondo.

(aprile 2025)

Tag: Carlo Cesare Montani, Diego Zandel, Autodafé di un Esule, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Maresciallo Tito, Galeazzo Ciano, Milan Stojadinovic, Andrea Di Consoli, Giuseppe Sincich, Nevio Skull, Giuseppe Baucer, Giovanni Rubinich, Mario Blasich, Padre Flaminio Rocchi, Servigliano, Istria, Fiume, Dalmazia, Italia, Foibe, Esodo giuliano istriano e dalmata, trattato di pace del 10 febbraio 1947, lezione della libertà, guerra italo-jugoslava del 1941, OZNA, Diaspora giuliana istriana e dalmata.