Esuli giuliani, istriani e dalmati nella Firenze del dopoguerra
Ricordi dell’Accoglienza nella Confraternita fondata nel 1602 dal Beato Ippolito Galantini
Momenti del grande esodo indotto dal trattato di pace (1947-1948)

La drammatica diaspora giuliana, istriana e dalmata che dopo la Seconda Guerra Mondiale sottrasse al grande comprensorio dell’Adriatico Orientale almeno 350.000 esuli, in fuga plebiscitaria dal cosiddetto paradiso comunista agli ordini del Maresciallo Tito, si arricchisce, alla distanza di un ottantennio dai fatti salienti, di nuovi contributi sia pure complementari, ma nello stesso tempo implementa una conoscenza più dettagliata di una vera e propria tragedia collettiva dalla lunga durata, a ulteriore integrazione di quella dei tanti altri profughi, e di quella ancor più drammatica delle 20.000 vittime innocenti della «pulizia etnica» ordinata dal dittatore di Belgrado e dai suoi corifei, all’insegna dell’obbrobrioso imperativo di «ucciderne uno per educarne cento».

Giova aggiungere che il 18 agosto 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla, programmata dalle forze titoiste nell’agro di Pola, trascorsi ben 16 mesi da fine guerra, con l’evidente scopo di conferire caratteri irreversibili e urgenti all’esodo dal capoluogo istriano, abitato da cittadini italiani in misura pressoché totalitaria: non a caso, nel breve volgere di alcuni mesi oltre nove decimi della popolazione residente avrebbero abbandonato la propria città con la morte nel cuore, ma nello stesso tempo con la certezza di compiere un gesto di inflessibile italianità, destinato a restare nella memoria dei protagonisti e nel ricordo della diaspora.

Una nuova opera storiografica a cura della Professoressa Susanna Bino, figlia di Istriani provenienti da Rovigno e Pedena (Profughi dalla Venezia Giulia a Firenze: la vicenda dei Vanchetoni 1947-1948, con introduzione di Gianni Silei e commento di Elio Varutti, Edizioni Aska 2026, 108 pagine) è stata illustrata a Trieste presso l’Ordine dei Giornalisti da parte dell’Autrice, mettendo in evidenza una pagina poco nota, riguardante coloro che si stabilirono nel capoluogo toscano senza alcuna assistenza programmata, con particolare riferimento a una settantina di esuli che vi trovarono un primo rifugio particolarmente precario – all’indomani del trattato di pace – ospiti dell’antica Comunità, detta dei «Vanchetoni» per «il loro incedere cheto e silenzioso», fondata dal Beato Ippolito Galantini [1] e assurta a momentaneo rifugio, assolutamente atipico, in una stagione storica caratterizzata dalla drammatica penuria di alloggi (indotta anche dalle distruzioni belliche) e da soluzioni necessariamente fortunose. In parecchi casi, come quello di specie, ciò accadde in un contesto assai lungi dalla benché minima dignità, essendosi trattato di un ricovero d’emergenza nella vecchia chiesa omonima, situata nel quartiere popolare di Via del Palazzolo, e tuttavia protrattosi per oltre un anno, in quali condizioni di assoluta indigenza è facile immaginare.

Susanna Bino, adottando un linguaggio asciutto ed essenziale, idoneo a un’agevole lettura, ha illustrato all’attento pubblico convenuto nella sala triestina dell’Ordine dei Giornalisti i caratteri essenziali di quella triste esperienza collettiva, resa necessaria dall’assoluta impossibilità di reperire soluzioni più convenienti, anche perché Firenze soffriva in misura accentuata per le distruzioni belliche, rese particolarmente gravi dal durevole ristagno del fronte militare lungo l’Arno (1944), e tali da avere ridotto in analoghe condizioni di precariato abitativo non pochi cittadini stanziali. Non a caso, molti profughi furono costretti ad attendere parecchi anni fino al momento in cui poterono fruire di alloggi adeguati, come quelli che sarebbero stati consegnati dal Sindaco Giorgio La Pira soltanto nel 1956, e quindi a oltre un decennio dai rispettivi arrivi: ciò, come da probante e utile documentazione fotografica contenuta nel volume in riferimento, a ulteriore avallo di testimonianze destinate a informazioni oggettivamente ineccepibili, nel quadro di una permanente attestazione della Verità storica.

Coloro che furono accolti inizialmente nella chiesa intitolata alla Congregazione dei «Vanchetoni» situata nel quartiere di Porta a Prato, poterono fruire – dopo oltre un anno di emergenza e di precariato assoluto – di una nuova ospitalità in Via della Pergola, dove si era provveduto a liberare alcuni magazzini adiacenti all’omonimo teatro, proprio per dare un’accoglienza appena più dignitosa, ma pur sempre insufficiente, a diverse famiglie esuli, che non avevano trovato sistemazioni alternative: le più importanti di queste ultime, situate in Via della Scala e nell’antico convento di Sant’Orsola, erano già nell’assoluta impossibilità di procedere a nuovi accoglimenti. Conviene aggiungere che la chiesa fu necessariamente preclusa alla sua funzione istituzionale a carattere religioso per tutto il periodo di ospitalità ai profughi, e per quello del successivo ripristino, che richiese un ragguardevole impegno lavorativo e una tempistica non indifferente.

La precarietà abitativa di Firenze e dei suoi dintorni, come è stato evidenziato nel testo in riferimento, raggiunse l’apice proprio nel biennio 1947-1948, in seguito alla firma del trattato di pace e alla nuova ondata di esuli provenienti in maggioranza da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, ma anche dalla Grecia e dalle ex colonie africane, nel numero complessivo di circa 2.000 per il solo comprensorio fiorentino. Il flusso dei profughi diretti nella città del Giglio, tra l’altro, fu massimizzato dall’arrivo di oltre 600 addetti alle Manifatture Tabacchi, destinati a nuova accoglienza proprio in quella fiorentina delle Cascine, per i quali si pose analogo problema di reperimento dell’alloggio, in una condizione già aggravata oltre misura dalle distruzioni belliche, con riguardo prioritario a quelle dell’estate 1944, quando – complice il ristagno del fronte militare – erano stati distrutti i ponti sull’Arno (con l’unica eccezione del cosiddetto Ponte Vecchio) al pari di tante abitazioni civili e di vari luoghi istituzionali.

D’altro canto, la situazione non era migliore nei diversi capoluoghi della Toscana; a esempio, Livorno aveva avuto il porto distrutto dalle forti incursioni dell’aviazione anglo-americana, al pari di molti edifici civili, mentre Lucca era stata invasa, a sua volta, dall’arrivo di oltre 400 profughi. Considerazioni analoghe valgono anche per il resto d’Italia, dove si contarono oltre 110 «campi di raccolta» destinati ai profughi, assai spesso in condizioni di estrema precarietà, e peggio ancora, di limitate se non inesistenti opportunità lavorative.

Per tornare alla chiesa dei «ferventi religiosi Vanchetoni» – come è stato evidenziato dal Professor Raoul Pupo nel corso del suo intervento triestino (giugno 2026) – si trattava di un «luogo di tutto rispetto» in specie per le nobili tradizioni del culto specifico praticato da tre secoli abbondanti nella struttura destinata allo scopo in questione[2], e tramandato di generazione in generazione; da questo punto di vista, il ruolo del capoluogo toscano è stato certamente importante per avere fatto conoscere meglio, anche altrove, la realtà di un disastro umano e civile protrattosi in tempi lunghi. Non meno significativo è apparso l’intervento del sottoscritto Carlo Cesare Montani, esule da Fiume per un lungo percorso di studi fino alla laurea in Scienze Politiche e Sociali nella Facoltà «Cesare Alfieri», che nel proprio intervento ha illustrato in modo particolare la grande figura di Monsignor Luigi Stefani, esule da Zara, protagonista prioritario della misericordia fiorentina durante oltre un trentennio, e insigne riferimento dell’associazionismo giuliano, istriano e dalmata per tutta la sua vita operosa, dedicata al bene comune[3].

Circa Monsignor Stefani conviene aggiungere che, dopo essere stato Cappellano Militare della Divisione Tridentina sul fronte ellenico, e protagonista della ritirata italiana, dapprima in Dalmazia e poi nel territorio metropolitano, avrebbe trovato una prima accoglienza nelle Marche, e subito dopo, quella definitiva a Firenze, dove si distinse subito per l’alacre operosità in favore precipuo dei poveri e dei profughi, confortato dalla particolare benevolenza del Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa, e dalla collaborazione di un forte e assiduo volontariato, da cui avrebbero tratto origine la durevole e meritoria «Opera Giovanile del Fraterno Soccorso» e, in seguito, altre iniziative benefiche e culturali, fra cui conviene ricordare la Galleria «Lo Sprone», anch’essa di vita lunga e permanente.

Le conclusioni, anche a futura memoria, sono state tratte dall’Autrice, con ulteriori accenni ai disagi sopportati dagli esuli, sia nelle prime ospitalità, tra cui quella offerta dai Confratelli «Vanchetoni», sia in quelle successive: non a caso, nei locali di Via della Pergola, inizialmente mancavano persino i vetri delle finestre, e si ebbero problemi anche per l’installazione dell’impianto elettrico, con quali disagi è facile immaginare. In ogni modo, l’iniziativa della Professoressa Bino è stata certamente utile, se non altro per avere consentito un’informazione probante circa il dramma del mondo esule, a uso precipuo dei giovani, troppo spesso ignari.

In effetti, molti esuli, anche nelle accoglienze fiorentine più cospicue e durevoli come quelle di Sant’Orsola e di Via della Scala, furono ospiti delle rispettive strutture con attese straordinariamente lunghe di una vera abitazione, talvolta anche ultraventennali, a conferma dell’enorme sacrificio che la scelta iniziale dell’Italianità aveva comportato per loro e per le rispettive famiglie, in un crescendo di ansie, di delusioni e di problemi, che oggi è cosa buona e giusta ricordare, in omaggio al loro benemerito patriottismo, e alla loro fede consolidata.


Note

1 La Congregazione della Dottrina Cristiana dei Vanchetoni, con il loro tradizionale incedere «cheto e silenzioso», ebbe quale suo meritorio fondatore il Beato Ippolito Galantini (1602): il termine popolaresco deriva dal comportamento silente, e dal raccoglimento dei Confratelli che operavano proprio in assoluta osservanza del silenzio accompagnato dalla preghiera, e furono detti anche «Bacchettoni» per la prassi di usare aste di legno destinate a percussione, con scopo ostensivo della propria fede. L’oratorio e le strutture annesse furono oggetto di realizzazione fra il 1602 e il 1620 su progetto dei fratelli Giovanni e Matteo Nigetti, e vennero edificati su parte degli orti concessi dai Frati Francescani di Ognissanti. Il 4 ottobre 1603 si tenne la prima ufficiatura in onore di San Francesco, e nel 1619, in concomitanza con la morte di Ippolito, ebbe inizio la lunga stagione di assistenza ai poveri e di educazione cristiana dei bambini, mentre nel 1785 la Confraternita fece parte delle sole nove Istituzioni destinate a non essere soppresse secondo le decisioni assunte dal Granduca di Toscana all’epoca regnante, Pietro Leopoldo. Nel 1825, con la beatificazione di Ippolito Galantini, che aveva praticato la tradizionale professione del tessitore, fu aggiunto il campanile a vela.

2 La Congregazione ebbe il supporto dei Medici, Signori di Firenze, per tutta la durata del loro Governo fino all’ultimo Gian Gastone, anzitutto per la realizzazione di facciata, atrio e altare, e per quella degli affreschi in 13 riquadri del soffitto a opera di vari pittori, tra cui Lorenzo Lippi e Pietro Liberi che avrebbe dato vita alla figura centrale con l’effigie degli stessi Medici, opera saliente del Seicento Fiorentino. Sulle pareti insistono altri affreschi, tra cui quelli di Riccardo Botti, Cecco Bravo, Niccolò Nannetti e Giovanni Martinelli (con immagine della predicazione di Ippolito onorato dai Santi Bernardino, Domenico, Ignazio e Giuseppe) mentre in basso fa bella mostra un’ampia struttura lignea con gli stalli dei Confratelli. Sul retro dell’altare, invece, sorge la Cappella del Beato, con numerosi ex voto, modificata nel 1825 proprio in concomitanza con la beatificazione di Ippolito e con la ricomposizione delle venerabili Spoglie nell’apposita urna. La sagrestia, a sua volta, conserva altre notevoli strutture in legno, utilizzate storicamente anche per la celebre «Cena dei Cento Poveri» offerta nell’ultima domenica di Carnevale con l’ausilio di musica e canti spirituali.

3 La chiesa appartenente alla storica Congregazione dei «Vanchetoni», opportunamente restaurata dopo l’ospitalità offerta ai profughi dalla Venezia Giulia nel dopoguerra degli anni Quaranta; fu colpita da nuovi e più cospicui danni occorsi in seguito all’alluvione del novembre 1966, a causa del grande straripamento dell’Arno, e oggetto di adeguati interventi a ripristino, tanto più indispensabili perché le acque del fiume – assai prossimo alla struttura di Via del Palazzolo – avevano invaso buona parte della città, e nel caso specifico, avevano raggiunto l’altezza di diversi metri. Negli anni Duemila, dopo una chiusura dell’oratorio dovuta a diverse valutazioni del suo ruolo, e alle conseguenti opportunità ritenute migliori, fu statuita la conservazione della Confraternita, con la solenne riapertura tenutasi il 4 ottobre 2019, ancora una volta in concomitanza con la tradizionale celebrazione di San Francesco d’Assisi.

(settembre 2026)

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