Momenti della storiografia giuliana, istriana e dalmata
Esegesi e interpretazioni del Professor Claudio Antonelli, esule dall’Istria, per l’opera del Fiumano Carlo Cesare Montani

L’Autore di un’opera unica nel suo genere (Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria e Dalmazia – Pensiero e Vita Morale, Aviani & Aviani Editore, seconda edizione, Udine 2024, 416 pagine) insignita del 38° Premio Firenze per la storiografia e di altri riconoscimenti, è riuscito «nell’intento di produrre una sintesi veramente notevole». Tale affermazione è mutuata dalle autorevoli interpretazioni del Professor Claudio Antonelli – esule in Canada dalla nativa Pisino d’Istria – motivate «per qualità e per accuratezza di contenuti, varietà e ricchezza di fonti, profondità di analisi, precisione ed eleganza dello stile di scrittura, e per una sapiente classificazione e presentazione della materia».

Ne è scaturita una serie di recensioni, generalmente assai positive, tra cui si devono segnalare prioritariamente quelle del predetto esule pisinota, giunte al numero di sette, e qui riproposte in una necessaria sintesi, quale attestazione del particolare interesse che l’opera ha suscitato anche in Paesi lontani, restituendo alla grande tragedia giuliana, istriana e dalmata una doverosa visibilità, per troppo tempo negata da iterati silenzi istituzionali dell’Italia ufficiale, non certo commendevoli.

La narrazione e le interpretazioni in parola, secondo Antonelli, non costituiscono una presentazione degli eventi in chiave ideologica, come qualcuno potrebbe ritenere alla luce dell’origine fiumana dell’Autore. Infatti, il carattere antologico dell’opera ne pone in evidenza la ricchezza delle matrici, delle idee e delle opinioni, insieme all’aspirazione di collocarsi per quanto possibile in una dimensione che trascende le parti in causa. In altri termini, il lettore si trova davanti a una complessa opera di base che si caratterizza per il grande valore storiografico e culturale, e per l’utilità dei ricercatori, in qualità di esegesi brillante, coerente, ricca di dati, riferimenti ideali e spunti critici.

Il tema fondamentale, relativo alla regione giuliana e dalmata, è particolarmente caro al mondo esule, vittima primaria della pulizia etnica praticata dal nazional-comunismo slavo: ebbene, la storia di tre millenni che l’Autore ha presentato nello studio di ampio respiro di cui in premessa, aiuta a meglio comprendere ciò che gli Esuli sono, e prima ancora, ciò che furono. In conseguenza, contribuisce a promuovere una migliore informazione sul grande dramma dei profughi e sulla tragedia di quanti caddero per colpe altrui in quell’orribile stagione ferina, in cui era morta persino la «pietas».

Le terre romane, venete e italiane dell’Alto Adriatico Orientale, con una quota originariamente minoritaria di carattere multi-etnico, erano state governate dalla Serenissima Repubblica di Venezia per circa un millennio, fino alla conclusione del 1797, e poi avevano fatto parte dell’Impero Asburgico per congiungersi all’Italia nel breve spazio temporale compreso fra le due Guerre Mondiali.

Alla fine, quelle terre sono diventate giuridicamente e politicamente jugoslave col trattato di pace del 1947, il cosiddetto «Diktat» che ha sottratto alla sovranità italiana due regioni di antica fede latina, quali Venezia Giulia e Dalmazia, ivi compresa quasi tutta l’Istria. Nondimeno, dopo la caduta del Muro di Berlino, attraverso una guerra civile improntata alla tradizionale barbarie balcanica la Jugoslavia è letteralmente collassata lungo le «cuciture» che tenevano insieme le sue strutture etniche, alimentando il coacervo delle nuove Repubbliche Indipendenti di Bosnia-Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia, spesso «una contro l’altra» in armi. In tutta sintesi, la Jugoslavia è tornata a non esistere più, diventando nuovamente un noumeno.

Con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha dovuto cedere gran parte dei territori che aveva acquisito al termine della Grande Guerra per trasferirli a quella Jugoslavia che non era mai esistita prima del 1919 (anche se qualche storico italiano ha parlato impropriamente di restituzione) e che in tempi successivi ha dovuto lasciare spazio alle nuove nazionalità emerse dalla crisi del centralismo marxista, e più tardi, alle scelte europeiste di Croazia e Slovenia.

L’Autore, secondo il giudizio di Antonelli, illustra con ampia documentazione storica i grandi periodi, i momenti culminanti e le svolte essenziali degli «ultimi 3.000 anni» giuliani, istriani e dalmati: Evo Precristiano, Roma Imperiale, dominazioni barbariche, egemonia veneziana, origini dell’irredentismo, periodo asburgico, Ventennio Fascista, annessione alla Jugoslavia, Foibe ed Esodo, crollo del Muro, creazione dei nuovi Stati ex Jugoslavi, Unione Europea, prospettive avvenire. Elabora riflessioni e formula giudizi che promuovono una coerente visione d’insieme, e quando occorre, interpreta correttamente la «realtà effettuale» annullando le tante falsificazioni storiografiche, le mistificazioni e le conclusioni devianti delle «vulgate», con particolare riguardo a quelle fabbricate dai vincitori a danno dei vinti.

Un carattere specifico che ha contraddistinto la storia in questione si deve individuare, sempre a giudizio dell’Autore riportato da Antonelli, nel carattere sostanzialmente mite del popolo: «Ricorrente nella storia del comprensorio giuliano, istriano e dalmata è il rifiuto generalizzato della violenza da ricollegarsi, per taluni aspetti, alla subordinazione nei confronti di sovranità non proprie, ma prima ancora, a una tradizione cristiana profondamente sentita sin dai tempi più lontani». Un altro tratto distintivo di questa «unità ideale delle nostre genti è un profondo senso giuridico» mutuato dall’esperienza romana e latina. Ebbene, l’Autore deve essere apprezzato per la facilità con cui offre ai lettori di potersi ritrovare nella complessità delle vicende storiche, e di seguire agevolmente lo svolgimento degli eventi riguardanti il comprensorio, anche in virtù dell’ampio ed esaustivo indice cronologico.

In questo senso, la sua opera può essere definita, come afferma il Professor Antonelli, una straordinaria carta storico-geografica che illustra aspetti generali e specifici di una vicenda plurimillenaria, e ne mette a fuoco momenti e fatti salienti, in modo esaustivo e pertinente.

Tra i fatti storici che ebbero conseguenze durature nel tempo e nello spazio, si deve evidenziare l’invasione degli Avaro-Slavi che ebbe luogo tra il VI e il VII secolo dell’Era Cristiana, e che diversamente dalle precedenti ebbe effetti duraturi perché gli invasori pensarono bene di rimanere nei territori occupati, creando il presupposto delle successive espansioni, intervenute – come da espressione di Antonelli – con una «progressione che sembra mutuata da un bollettino di guerra». Nell’ambito degli eventi traumatici che hanno afflitto il comprensorio nel corso del II millennio cristiano, si deve rammentare anche la peste, che ebbe un lungo impatto sulla composizione etnica della zona, grazie ai trasferimenti di nuovi elementi slavi attuati dalla Serenissima per elidere i vuoti creati dalle incursioni saracene.

Tuttavia, queste immigrazioni produssero effetti poco rilevanti nella struttura culturale della Dalmazia, e poi dell’Istria, a dimostrazione della perenne idoneità latina e veneta, in specie nelle città costiere, di affermare i propri caratteri civili, umani e organizzativi anche nei confronti dei nuovi abitanti, nonostante il carattere notevolmente competitivo che costoro andavano assumendo, se non altro per la maggiore forza di pressione, in specie demografica e militare.

Un fattore successivo dalle tante conseguenze durature fu la caduta della Repubblica di Venezia, avvenuta nel 1797 per opera di Napoleone Bonaparte, che indusse un’importante maturazione in senso nazionale del prevalente sentimento popolare. In effetti, l’Imperatore Francese fu decisivo nel provocare la fine della Serenissima, peraltro anticipata da una lunga decadenza, coartando le attese delle genti giuliane e dalmate che riconoscevano il valore di una continuità politica trascendente il mero ambito istituzionale e facente parte di «un consolidato patrimonio psico-sociale». Ciò significa che «la coscienza dell’usurpazione e l’esosità del nuovo potere assolutista, prima francese e dopo austriaco, favorirono una maturazione dell’idea nazionale più consapevole e diffusa».

Nell’ambito di altri momenti salienti del rapporto fra Latini e Slavi si deve menzionare lo stillicidio di misure a favore di cittadini d’espressione slava che si videro privilegiati per la maggiore docilità e soprattutto per la mancanza di un senso dichiaratamente nazionale analogo a quello che «caratterizzava ormai da parecchio tempo l’elemento italiano: motivo prioritario delle preferenze viennesi a loro favore».

Il Governo Asburgico era subentrato a Venezia e si era consolidato grazie alla Restaurazione del 1815, fino agli esiti della Grande Guerra di un secolo più tardi, dopo aver comunque perduto il Veneto negli anni Sessanta dell’Ottocento. Contestualmente, si fece premura di offrire «crescenti e talvolta smaccate preferenze al mondo slavo» che nel frattempo aveva visto la crescita dei conati nazionali, sia pure in modo tardivo rispetto a quanto accaduto in Italia e in Grecia.

Ciò, «per scatenarsi palesemente agli inizi del Novecento: non a caso i giornali sloveni di Trieste invitarono gli Italiani a recitare il “confiteor” (con chiaro riferimento alla possibile scomparsa imminente) perché destinati a essere travolti dal nuovo vento dell’Est». Era la conferma definitiva di un’antitesi di lunga durata, protrattasi per parecchi decenni.

A questo punto, saltando le altre tappe intermedie, l’esegesi di Antonelli giunge tristemente alla fine, costituita dal grande Esodo degli anni Quaranta successivi alla Seconda Guerra Mondiale, e alle sue postille, proseguite fino alla metà degli anni Cinquanta, dopo il sofferto ritorno di Trieste all’Italia e le nuove amputazioni territoriali a favore della Jugoslavia, col trasferimento di sovranità anche sulla parte Nord-Occidentale dell’Istria (la cosiddetta Zona «B» del Territorio Libero Triestino in essere dal 1947 al 1954). In effetti, la maggior parte dell’Esodo ebbe luogo nei primi anni del dopoguerra, a cominciare dallo stesso 1945, senza dire di Zara, che gli Italiani lasciarono a conflitto ancora in corso.

Alla fine, in base alle valutazioni più oggettive ed esaustive, come quelle di Luigi Papo e di Padre Flaminio Rocchi, il numero degli Esuli senza ritorno si sarebbe ragguagliato a circa 350.000, senza dire di altre fonti con cifre maggiori (tra cui quelle proposte da Flavio Fiorentin a proposito degli altri Italiani profughi da terre adriatiche mai appartenute all’Italia, tollerati anche in età asburgica, ed espunti in quella comunista).

L’Autore, soggiunge Antonelli, non ha esitato nel far parlare le vittime di quei giorni infami. Fra le tante sono esemplari le parole dell’esule istriana Nives Saitti Cardone, che in un suo intervento su «L’Arena di Pola» del 24 settembre 1983 spiegava come le motivazioni prioritarie dell’esodo fossero state «la ribellione nei confronti delle foibe, del saccheggio, dell’imposizione di una lingua ostica ed estranea, delle scritte murali provocatrici e vessatorie, delle stelle rosse affisse in ogni luogo: una dimostrazione di coerenza con l’idea di Patria, di lingua, di sentimenti comuni».

Con l’inserimento della lunga e spesso infausta storia giuliana, istriana e dalmata in un variegato tessuto plurimillenario, Carlo Cesare Montani è riuscito a produrre un documento di ampio respiro e di grande valore accademico, di particolare importanza per chi fu vittima incolpevole della pulizia etnica praticata dal nazional-comunismo slavo. Per la sua qualità e per il suo carattere davvero esaustivo, l’opera, a giudizio di Antonelli, dovrebbe essere tradotta, anche allo scopo di diffonderla al di fuori d’Italia, sebbene esista la precedente sintesi bilingue dello stesso Autore (Carlo Montani, Venezia Giulia e Dalmazia – An historical outline, Associazione Amici degli Esuli, Trieste 2002, 183 pagine). Si può dire di aver apprezzato non senza meraviglia – prosegue Antonelli – l’abilità con cui il nuovo volume risponde alle esigenze del ricercatore e del lettore. Infatti, la consultazione è molto agevole, stante la presenza di esaurienti indici dei nomi propri e di quelli geografici, per non dire di una bibliografia straordinariamente ampia, e tenuto conto di uno stile sempre chiaro e spesso elegante, che rende la lettura scorrevole e piacevole.

Animato da un nobile senso etico e cristiano della vita, e da commendevole rigore storiografico, l’Autore ha indagato compiutamente la vicenda della propria terra, rifuggendo saggiamente da astiose polemiche e da aspri giudizi di condanna nei confronti degli avversari, sebbene potessero essere giustificati quale risposta agli insulti provenienti ancor oggi a carico del mondo esule, segnatamente da fazioni intransigenti dell’estrema Sinistra, in aderenza al celebre assunto del «male assoluto» che, oltre a essere tale, si direbbe condannato all’essere eterno, in una sorta di giudizio medievale indubbiamente aprioristico.

Con l’avvento di una valutazione storica sempre più lontana dall’epoca dei fatti, e quindi idonea a perseguire una maggiore oggettività, è diventato ineludibile l’obbligo di ascoltare anche le voci di chi, dall’immediato dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino, non ebbe altra considerazione se non quella di fantasmi inconsistenti e velleitari, fino a quando la Legge istitutiva del Ricordo di Esodo e Foibe, e delle «complesse vicende» del confine orientale, promulgata il 30 marzo 2004, non ha restituito a tutti loro la dignità di un volto e di una voce. La notevole capacità di analisi storica tipica dell’Autore – prosegue Antonelli – è integrata da una scrittura precisa e armonica, che risplende di chiarezza e talvolta di sentimento, perché la sua identificazione nazionale, culturale e sociale è una sorta di «calamita» cui non è possibile resistere, alla stregua di un fattore unitario che ha consentito al popolo giuliano, istriano e dalmata di rimanere una collettività distinta, con un proprio carattere antico e prioritario.

Purtroppo, negli Italiani il sentimento nazionale è molto debole, perché lo spirito di fazione e le divisioni superano quello unitario, secondo il giudizio pressoché unanime di quanti hanno scritto sulla storia d’Italia e sul carattere dei suoi abitanti. Diventa inutile aggiungere che quel sentimento, molto più accentuato nel predetto popolo, è qualificato spesso e volentieri come nazionalista, con un termine dalla connotazione molto negativa proprio in Italia. Infatti, all’amore patrio di tanti si contrappone il qualunquismo di altri, che – come rileva Antonelli – si pavoneggiano del «mundialismo» e della globalizzazione, senza dire della loro passione per i «diversi» a patto che questi siano stranieri e, quindi, indubbiamente «migliori» di noi!

Ernest Renan sosteneva come la Nazione sia un’anima nella memoria del passato, che diventa un principio spirituale nella realtà del presente. In altri termini, l’anima è il possesso comune dei ricchi lasciti dei tempi andati, mentre l’altro esprime il consenso attuale, e nello stesso tempo, il desiderio di vivere insieme. In questo senso, i «3.000 anni di storia» di cui all’opera dell’Autore evocano l’ansia nazionale che pervase i nostri antenati e che oggi gli esuli hanno sempre nel cuore come un doloroso fardello da portare in un’Italia «minus quam perfecta».

Eppure, l’identità nazionale è parte intima dell’essenza umana, per lo meno a decorrere dal XVIII secolo, anche se le precedenti forme di governo e di appartenenza collettiva erano state espressione dell’insopprimibile aspirazione degli uomini alla difesa delle proprie identità, costituita dalle caratteristiche di gruppo che insieme all’amore per il territorio patrio, e al senso di un destino comune, creano interessi convergenti e solidarietà.

Qualcuno, a fronte di queste valutazioni, sosterrà – come da ipotesi di Antonelli – che sono il corollario di pensieri reazionari ed estremisti, perché fedeli a valori secolari di appartenenza e di lealtà, ma noi abbiamo il diritto di esprimerci in maniera categorica su questa mancanza di sentimento e di senso della Nazione, altrove assai presenti nelle coscienze popolari. Basti pensare, per qualche esempio probante riportato da Antonelli, alla straordinaria fedeltà verso il passato, tipica dei patrioti franco-canadesi del Québec, nel quadro di una consolidata realtà multiculturale, che del resto consente anche alle popolazioni indigene, nonostante le distruzioni apportate dai colonizzatori, di coltivare i propri sentimenti di appartenenza originaria.

L’analfabetismo italiano in materia di dignità nazionale è stato verosimilmente aggravato dalla dottrina europeista negatrice delle frontiere e sostenitrice di un paradossale mundialismo ecumenico fondato sul culto di diritti ritenuti universali, e nello stesso tempo, affiancati da scarsi doveri. Un mundialismo che esalta diversità ritenute superiori alle nostre con un giudizio sintetico a priori indubbiamente troppo categorico, e non riconosce i valori che furono propri di un glorioso passato europeo, e nel suo ambito, di quello italiano: il nostro passato, i nostri valori, la nostra cultura, la nostra fede.

Quali sono le origini del nostro bisogno di studiare il passato? Quale il significato della storia? Nella multiforme opera di Carlo Cesare Montani, obiettivamente innovatrice se non altro per l’ampiezza della ricerca svolta nell’ambito di tre millenni, non manca, come rileva Antonelli, una messe di citazioni e di giudizi: Erodoto, Tucidide, Tacito, Vico, Hegel, Croce, e via dicendo, in grado di esprimere importanti insegnamenti proprio sul significato della storia, con particolare riguardo alla sua utilità, che dovrebbe aiutarci a non commettere gli stessi errori del passato. Del resto, è stato detto con efficace sintesi, da parte di Ben Gurion, che «un popolo senza memoria è un popolo senza avvenire».

La teoria di una storia generale unica e quasi programmata, in cui il bene finisce per trionfare sul male, non appare davvero realistica, se non altro alla luce del passato e del presente, con specifico riguardo alla stessa esperienza europea. Del resto, un grande politologo come il Fiorentino Giovanni Sartori avrebbe affermato senza ombra di dubbi che «l’unica esperienza che può dare l’esperienza, è che l’esperienza non dà alcuna esperienza». Ciò appare tanto più evidente quando si pensi che, invece di esprimere una vicenda unica, le tante storie collettive, se non anche familiari e individuali, operano in comune e hanno modo di agire nel tempo e nello spazio.

La storia consente di conoscere l’evolversi dell’identità collettiva e popolare, e quindi le nostre stesse vicende umane e personali, perché ciascuno di noi è inserito in una struttura comunitaria che ha dato origine al nostro essere e al nostro divenire. Quella più alta, a giudizio di Antonelli, è la Nazione, che tende a renderci uniti e solidali come i passeggeri di una nave destinata ad affrontare le insidie di un mare generalmente agitato.

Il vincolo originario che accomuna tutti gli esuli da Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, da cui furono estromessi tramite la violenta pulizia etnica attuata dal nazional-comunismo jugoslavo, è costituito dal forte sentimento di appartenenza originaria all’Italia e da una cultura, per dirla con l’Autore, che è costantemente riferita a quella latina, più tardi a quella veneta, e infine all’italiana. Ciò, nel rispetto di una verità storica che oggi è spesso distorta, talvolta anche in maniera grottesca, dall’ideologismo d’oltre confine e non solo, visto che le pregiudiziali slave sono frequentemente condivise dai progressisti di casa nostra, in qualità di loro impareggiabili corifei. Valga per tutti l’esempio del noto politologo Sergio Romano, per il quale continuare a chiamare Fiume anziché «Rijeka» l’antica città del Quarnaro sarebbe espressione di revanscismo.

A lui, assieme a tutti i suoi simili, nel giudizio di Antonelli si oppongono valori come l’onestà intellettuale e il rigore storico di Carlo Cesare Montani, che d’altra parte, quando è necessario, non esita a formulare precisazioni come quella secondo cui «le zone interne hanno avvertito in maniera relativamente meno accentuata l’influenza latina e veneta». In realtà, il comportamento di certi dissenzienti italiani rivela caratteri di opportunismo e qualunquismo, se non anche di cinismo nei confronti di una realtà primaria come quella dello Stato, la cui salvezza – è giusto rammentarlo – per Nicolò Machiavelli e per i suoi eredi politici costituiva il «bene supremo» perseguito da un’azione finalizzata alla difesa istituzionale con consapevoli «criteri di assoluta priorità».

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a tutt’oggi l’acquiescenza alle esigenze contingenti del momento, specialmente in funzione anti-italiana, è stata manifestata dal comportamento governativo di Roma in più di un’occasione. Opportunamente, sempre a giudizio di Antonelli, l’Autore rileva che i padroni del vapore hanno adottato «la rinuncia come momento fondamentale nelle scelte di politica estera» ponendosi in rotta di collisione con gli stessi principi fondanti della Costituzione repubblicana, laddove si statuisce che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Altrettanto utilmente, prosegue nel ricordare con dovizia di particolari gli atti contrari all’interesse nazionale commessi da questi tardivi complici dell’Esodo, tra cui i responsabili di un’ignobile cessione come quella della cosiddetta Zona «B» appartenente al Territorio Libero di Trieste (1947-1954) e trasferita alla Jugoslavia col trattato di Osimo del 1975.

A questo punto, è d’uopo mettere in luce che il popolo giuliano, istriano e dalmata si differenzia in modo non marginale da quello italiano considerato nel suo complesso, soprattutto per la fedeltà ai valori dell’identità nazionale, e per le minori attenzioni all’ecumenismo di comodo, tipico di parti non modeste del popolo, e tale da rendere per lo meno subordinata ogni forma di residuo patriottismo. L’assunto trova conferma nel fatto che il momento politico italiano è stato spesso e volentieri alieno dal fare riferimenti probanti a tutte le forme di «interesse nazionale» che è stato catafratto dal condizionamento psicologico a danno dei vinti, e dall’appiattimento generale invalso in massima parte dell’Unione Europea, esprimendo un legame sottile ma tangibile con il cosiddetto «male assoluto».

Ecco un sostanziale analfabetismo in materia di Patria che, «mutatis mutandis», trova qualche paradossale rassomiglianza nel mondo sportivo del calcio: una materia estranea a pochi eletti, e che peraltro suscita forti passioni nel popolo italiano, con speciale riguardo, secondo il pensiero di Antonelli, alle sue espressioni, non tanto di parte quanto di partite. Al riguardo, giova rammentare uno sprezzante quanto pertinente giudizio di Sir Winston Churchill: «Gli Italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre, e perdono le guerre come se fossero partite di calcio».

Dopo il crollo del Muro di Berlino, designato ufficialmente «antifascista» dalla dirigenza tedesca dell’Est, i precari equilibri europei ebbero un immediato contraccolpo nell’aspro confronto tra le varie etnie jugoslave, che propose nuovamente al mondo la pervicacia balcanica nella vocazione alle vendette e alla violenza. L’Italia avrebbe potuto trarre profitto da quei momenti di estrema debolezza della controparte, con riguardo prioritario alla Slovenia, beneficiaria dell’eredità territoriale costituita dalla predetta Zona «B» del Territorio Libero di Trieste, per portare nuovamente alla ribalta le decisioni negative già assunte dall’Italia, ma il Governo espresso dal cosiddetto «arco» costituzionale preferì confermare i suoi proverbiali limiti di sovranità, e conseguentemente, la sua incapacità di affermare e difendere l’interesse nazionale, anche se l’occasione, come rileva l’Autore, «sarebbe stata particolarmente idonea a promuovere le ipotesi di rivedere i trattati».

Ancora una volta, si ebbe la conferma della «ricorrente vocazione italiana nelle relazioni con l’estero riassumibile in un atteggiamento attendista se non anche rinunciatario». Ebbene, non esistono parole adeguate, scrive Antonelli, per mettere a fuoco questa rinuncia indegna di uno Stato sovrano, perché l’Italia finì per cedere alla Jugoslavia, e senza alcuna contropartita, una piccola ma preziosa parte dell’Istria, le cui sorti giuridiche e politiche erano rimaste lungamente indecise lasciando all’Italia la possibilità, peraltro trascurata, di far valere le proprie ragioni.

Sull’argomento, rileva ancora Antonelli, lo studio di Carlo Cesare Montani, basato sugli aspetti storici, demografici e legali, pone in evidenza il carattere ignobile della predetta rinuncia che nella fattispecie ha costituito un vero e proprio tradimento, e quindi, un reato penalmente imprescrittibile. Infatti, a memoria d’uomo, rileva l’Autore, «non era mai accaduto che uno Stato sovrano come l’Italia rinunciasse alla sovranità su una quota importante del proprio territorio» e, peggio ancora, senza alcun vantaggio proporzionato, come accadde nella fattispecie. Conviene aggiungere subito che alla rinuncia in parola «furono contrari i soli parlamentari del Movimento Sociale Italiano e alcuni dissidenti» della maggioranza governativa.

Tra questi ultimi, è giusto menzionare il socialdemocratico Fiorentino Sullo, al cui proposito si sarebbero ricordate «con vergogna e dispiacere» le accuse strumentali rivolte a un parlamentare onesto e coraggioso per essere stato uno dei pochi nell’opporsi alla cessione statuita col trattato di Osimo, aggiungendo che suo padre aveva combattuto sul Carso e sul Pasubio, e che gli sarebbe sembrato di «tradirne la memoria se avesse votato per il Governo».

Al contrario, secondo il giudizio del già menzionato Sergio Romano, quell’atto di cosiddetta diplomazia sarebbe stato «uno straordinario vanto» italiano: ecco un giudizio paradossalmente lusinghiero circa una pagina infame della storia italiana che illustra con chiarezza lo strano fenomeno di uno spirito «ecumenico» assai diffuso in Italia, ma pressoché unico nel consesso delle Nazioni. In proposito, non si deve dimenticare che gli ambienti progressisti del Bel Paese contavano sulla Jugoslavia quale leader dei Paesi non allineati, e modello di superamento sia degli egoismi borghesi, sia dei conflitti interetnici. Nondimeno, sarebbero stati sufficienti pochi anni per giungere alla dissoluzione di quel sistema artificiale, tanto lodato da Bettino Craxi e osannato da Sandro Pertini.

In merito, è congruo ricordare assieme ad Antonelli il giudizio del giornalista Piero Buscaroli, rara voce di opposizione al gregge sempre pronto al compromesso: «Lo spettacolo che l’Italia ha offerto – popolo e classe politica – con la rinuncia ai diritti sovrani sulla Zona “B” denuncia uno stato di agonia assai prossima alla morte storica» e, tutto ciò, nella «totale indifferenza di 55 milioni d’Italiani, tolte le minoranze, solitarie sentinelle nella notte». Eppure, come aveva posto in luce il celebre editorialista, sarebbe stato dovere della «classe dirigente, del Governo e del Parlamento che non siano in condizioni di far valere» un’attesa territoriale giusta e motivata, per lo meno «di trasmetterla intatta alle generazioni future». Diagnosi corretta, se non altro perché – non molto più tardi – la Federazione Jugoslava era destinata a venir meno come neve al sole, proponendo nuovamente, almeno in teoria, «il tema della successione, e della validità degli antichi trattati».

(settembre 2025)

Tag: Laura Brussi, storiografia giuliana istriana e dalmata, Claudio Antonelli, Carlo Cesare Montani, Venezia Giulia Istria e Dalmazia Pensiero e Vita Morale, mondo esule, esodo, foibe, Serigio Romano, Territorio Libero di Trieste, Zona B, Jugoslavia.