Osimo: il trattato italo-jugoslavo del 10
novembre 1975
Aspetti attuali nel cinquantesimo
anniversario del tradimento
Nella storia italiana del Novecento, quella che fu scritta a Osimo nel 1975 fu una pagina oltremodo grave, perché coincise con la definitiva rinuncia italiana alla Zona «B» del Territorio Libero di Trieste, che proprio per questo si tende a ignorare, sia a livello politico che storiografico, e nella migliore delle ipotesi, a minimizzare. Conviene aggiungere che questa propensione all’oscuramento costituisce una deroga non certo commendevole alla Legge 30 aprile 2004 numero 92, che ha statuito l’obbligo di adeguate informazioni circa le «complesse vicende del confine orientale» a cominciare da quelle dovute nell’ambito delle scuole di ogni ordine e grado.
Il trattato di pace del 1947 aveva già sottratto all’Italia tutta la Dalmazia e gran parte della Venezia Giulia: se non altro per questo, la nuova amputazione apparve a più forte ragione iniqua e penalizzante, tanto più che all’improvvido trattato di Osimo fecero seguito le integrazioni del 1992, col riconoscimento delle nuove Repubbliche ex Jugoslave; del 2004, con l’accoglienza della Slovenia nell’Unione Europea prescindendo da qualsiasi contropartita sia pure simbolica in favore dell’Italia; e del 2013, con analogo comportamento nei riguardi della Croazia.
All’epoca, le fonti ufficiali si richiamarono alla «Ragione di Stato» di antica memoria seicentesca quale matrice fondamentale e necessaria dell’iniziativa italiana, sia pure in deroga a chiari interessi nazionali. Nondimeno, a mezzo secolo di distanza è ormai chiaro, e riconosciuto sostanzialmente da tutte le forze politiche, sia pure con sfumature e toni diversi, che si era attuato un vero e proprio «vulnus» ai danni della sovranità istituzionale del Paese: in effetti, era davvero un «quid novi» che lo Stato potesse cedere una quota del proprio territorio senza alcuna motivazione probante, e senza dire che il momento diplomatico era stato escluso dalle trattative, condotte sotto l’egida del Ministero dell’Industria, e del suo dirigente Eugenio Carbone.
Le cause furono parecchie: tra le maggiori, sono da ricordare le pressioni degli Alleati, l’avvento della cosiddetta solidarietà nazionale, gli interessi economici, i timori per la crescita del comunismo e per il prevedibile dopo Tito, l’incompetenza in materia balcanica, e la «cupidigia di servilismo» di cui Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano già parlato nel 1947, durante il dibattito parlamentare per la ratifica del trattato di pace. Ciò, senza dire che nel 1975, diversamente dai tempi del «diktat» imposto dagli Alleati nel dopoguerra, l’Italia era uno Stato nella pienezza istituzionale, e quel che più conta, in condizioni economiche e sociali di gran lunga migliori rispetto a quelle della Jugoslavia titoista, già condizionata da sussulti separatisti e da una crisi che in tempi brevi si sarebbe rivelata irreversibile.
Non a caso, proprio nel 1975 il leader repubblicano Randolfo Pacciardi, assieme a Edgardo Sogno, avrebbe formulato la proposta di una Repubblica Presidenziale, giudicando che l’Italia fosse in condizioni politicamente disperate, se non anche un «baccanale orgiastico di delitti e di rapine» tanto più che il terrorismo imperversava senza remore, come nella proditoria uccisione dello studente Mikis Mantakas a opera di una cellula di estrema sinistra, in quella del diciannovenne Sergio Ramelli assassinato a Milano da elementi di «Avanguardia Operaia», per finire con la mattanza del sedicenne Mario Zicchieri appartenente al «Fronte della Gioventù», freddato a Roma davanti a una sezione rionale del Movimento Sociale Italiano.
Emozioni maggiori furono suscitate per motivi di tutta evidenza, sempre nel 1975, dall’orribile morte di Pier Paolo Pasolini, aggredito brutalmente da un gruppo di balordi e schiacciato con la sua stessa automobile, e dall’orrendo delitto del Circeo in cui perse la vita la giovane Maria Rosaria Lopez, a opera di tre «pariolini» che riuscirono a evitare l’ergastolo con la fuga all’estero e alterne vicende successive, mentre un’altra giovane, Donatella Colasanti, si sarebbe salvata quasi miracolosamente, portandosi per tutta la vita il peso dell’ignobile aggressione.
Altrettanto emozionante fu il risultato delle elezioni regionali di giugno, che videro il successo della sinistra comunista, socialista e demoproletaria col 46,8% dei voti, contro il 46,5% della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati di parte laica. In quel momento, apparve oggettivamente probabile il rovesciamento del pur difficile equilibrio politico del ventennio successivo al trattato di pace.
Nell’anno di riferimento, gli effetti di maggiore rilevanza riguardanti le vicende dell’Alto Adriatico e del comprensorio nord-orientale ebbero riguardo all’ulteriore perdita di sovranità italiana, al nuovo aggravio dell’esodo per l’aggiunta di quello dalla Zona «B» del Territorio Libero di Trieste, alla crisi dei partiti tradizionali per la nascita del cosiddetto «autonomismo nazionale» espresso dalla «Lista per Trieste» e destinato a progressivo esautoramento, le nuove divisioni nel mondo esule, e la mancanza di una reale ed efficace difesa dell’interesse nazionale nei riguardi della Jugoslavia, tradotta nell’irreversibilità del fatto compiuto. Il solo risultato mediamente positivo fu la cancellazione della Zona Franca Industriale alloglotta che si era ritenuto di costituire sul Carso Triestino, assieme al ritorno all’Italia della stessa Trieste, ma rattristato dalla perdita dell’Istria, della Dalmazia, e per finire, di buona parte del Territorio Libero, con gli importanti nuclei urbani di Buie, Capodistria, Cittanova, Isola, Pirano, Umago, e l’ulteriore correttivo della linea confinaria a sfavore della Zona «A», cui fece seguito la perdita di Albaro Vescovà e relative frazioni. Ne ebbe origine un nuovo e ragguardevole esodo, andato ad accrescere in misura importante quello del dopoguerra.
Il giudizio storico, per quanto possibile oggettivo, ha ravvisato in Osimo l’espressione di una crisi etica prioritaria, caratterizzata dal comportamento ondivago assunto a livello istituzionale, e dalla negazione di adeguati correttivi, come quelli formulati da Italo Gabrielli, indomito Presidente dell’Unione degli Istriani, e da diverse dissidenze politiche (Giacomo Bologna, Fiorentino Sullo, Luigi Durand de la Penne, con l’aggiunta di tutta la Destra). Non meno palese fu la crisi del sistema, simboleggiata dal deferimento dei dissidenti ai probiviri di partito, e dal modo certamente opinabile con cui si giunse all’approvazione, fra cui la ricorrente mancanza di numero legale in Parlamento, e la deroga alla prassi costituzionale per la duplice ratifica dei trattati, tanto alla Camera quanto al Senato.
L’abbandono dei valori tradizionali in funzione di troppi interessi particolari sembra indurre un trionfo largamente postumo di Francesco Guicciardini, peraltro interpretato in maniera deviante, vista la sua affermazione di come «la fede conduce cose grandi» pur nell’ambito di uno scetticismo proposto dalle circostanze dell’epoca. In realtà, è sempre necessario conservare la fede, ed essere «sempre pronti» secondo l’insegnamento di San Paolo, senza escludere quello di una filosofia della volontà come quella dell’idealismo italiano del Novecento, secondo cui l’impegno umano è sempre capace di spostare in avanti le frontiere del possibile.
Secondo una nota espressione hegeliana, non è possibile coartare la storia in funzione di esigenze o interessi contingenti, perché non sarebbe aliena dal reagire come un «cane rabbioso». A maggior ragione, appare congrua quella manzoniana secondo cui la storia è una «guerra illustre contro il tempo» volta a non dimenticare, a onorare l’esempio degli Eroi e dei Martiri, a trarne gli auspici, e a comprendere che il suo perenne fluire non ha avuto termine ieri, non finisce oggi e continuerà sempre.
