Le polemiche sul 10 febbraio
Come celebrare il Giorno del Ricordo?
A più di vent’anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, le celebrazioni riguardanti i «martiri delle Foibe» continuano a essere fonte di polemica. È possibile ricordare serenamente queste vittime senza causare diatribe e contrasti? Sì, e per fare ciò occorre liberarsi dalla logica che vuole contrapporre «fascisti» contro «comunisti». Ovvero, si dovrebbero seguire le stesse considerazioni adottate nei confronti delle figure di Hitler e Stalin.
Il dittatore tedesco è ormai universalmente riconosciuto come figura negativa, e non vi è dubbio che la sconfitta del nazismo nella Seconda Guerra Mondiale sia stato un bene: in caso di vittoria, il Terzo Reich avrebbe infatti continuato nei suoi programmi di conquista e di sterminio nei confronti dei popoli giudicati inferiori, come Ebrei, Zingari e Slavi (Russi, Polacchi, Ucraini…). Tuttavia, nonostante il suo fondamentale appoggio nella sconfitta del Terzo Reich, quasi nessuno oggi ricorda la figura di Stalin in maniera positiva per via dei numerosi crimini compiuti durante la sua dittatura. Del resto, molti Paesi dell’Est Europa sono convinti – non in maniera del tutto infondata – che la cacciata dei Tedeschi da parte dei Sovietici non vada letta come una liberazione ma come un semplice passaggio da un’occupazione a un’altra: basta pensare che nella Polonia, a conflitto non ancora concluso, le truppe della NKVD arrestarono i partigiani polacchi dell’Home Army (AK), e li rinchiusero nel campo di concentramento di Majdanek, struttura che era stata precedentemente utilizzata dai nazisti.
Un ragionamento simile lo si può quindi adottare anche per quanto riguarda le figure di Mussolini e del Maresciallo Tito. È giusto che il 10 febbraio vengano ricordati i crimini che il regime fascista compì contro gli Slavi, anche per spiegare la reazione vendicativa e di resa dei conti che molti di questi ebbero verso la comunità italiana. Durante il Ventennio agli Sloveni e Croati residenti in Italia vennero tolti molti diritti, come quello di parlare nella propria lingua. La violazione di questa proibizione poteva avere in alcuni casi conseguenze fatali: Lojze Brautuž, compositore e organista sloveno, venne aggredito nel 1936 da un gruppo di fascisti per aver «osato» organizzare un coro in lingua slovena in una chiesa. Gli squadristi lo sottoposero a un brutale pestaggio durante il quale il compositore fu costretto a bere dell’olio di motore, e morirà un mese dopo per le conseguenze dell’aggressione.
La brutalità fascista si sarebbe tuttavia manifestata principalmente a seguito dell’invasione del Regno di Jugoslavia nel ’41: le truppe italiane si abbandonarono a feroci rappresaglie contro la popolazione civile nel tentavo di vincere la resistenza dei partigiani. Ciò è confermato non solo da fonti jugoslave, ma anche da quelle italiane. Così, a esempio, scriveva in una lettera il 14 febbraio 1942 un alpino: «Una compagnia di Belluno per strada è stata sorpresa dai banditi, sono rimasti uccisi in 31 e gli altri prigionieri. Il giorno dopo erano partiti i nostri carri armati e soldati per un rastrellamento ed hanno fatto uno sterminio. 1.500 banditi morti, 1.000 prigionieri, poi hanno bruciato case, accoppato tutti, donne, bambini e tutto, portato via le bestie e non hanno lasciato niente a quella gentaglia, e il nostro generale ha detto che hanno fatto bene e dovevano distruggere anche di più».[1]
Tuttavia, interpretare le Foibe unicamente come vendetta verso i soprusi commessi dagli Italiani non è storicamente esatto: le cause vanno ricercate soprattutto nel carattere stalinista del Partito Comunista Jugoslavo che non poteva tollerare eventuali oppositori al suo regime. Importante rilevare che tale pratica non si rivolgeva solo verso i nemici esterni, ma colpì in particolare modo veri e presunti avversari interni, ivi compresi persino membri dello stesso Partito: nel marzo del ’48, a Lubiana, dei noti comunisti (che durante la guerra erano stati imprigionati dai nazisti a Dacahu), vennero condannati a morte o a lunghe pene detentive con l’accusa di volere praticare attività anticomunista![2]
I massacri delle Foibe rientravano nella stessa logica: eliminare qualunque potenziale oppositore, indipendentemente se fosse stato fascista o antifascista. La repressione fu talmente feroce e arbitraria da suscitare in alcuni casi persino le proteste di alcuni membri del Partito: il 10 maggio, il Presidente Sloveno Boris Kidric scrisse al suo rappresentante nella Venezia Giulia, Boris Kraigher: «Oggi ho saputo che l’OZNA [la polizia politica di Tito] si rifiuta di capire la situazione e continua gli arresti in massa, soprattutto fra gli Italiani di Gorizia […] Dobbiamo renderci conto che tali errori ci apportano per il momento il danno maggiore». Kraigher ebbe anche a criticare le confische di beni privati effettuate illecitamente dall’OZNA, dichiarando: «Bisogna capire che non saccheggiamo territori nemici occupati […] L’OZNA è il peggiore rapinatore e nessuno osa opporsi a essa»[3].
Visto il clima di terrore, non sorprende quindi che, nel dopoguerra, la comunità italiana residente in Istria finì per fuggire in massa per evitare di restare nei territori assegnati alla Jugoslavia: mentre da una parte vi era infatti uno Stato democratico, dall’altra vi era un regime dittatoriale che si accaniva con minacce e pressioni contro chi «politicamente» voleva essere Italiano. Esemplare, a questo proposito, la testimonianza di un’esule partita dall’Isola d’Istria: «Il 10 ottobre i dirigenti locali dell’UAIS promuovevano una riunione politica alla quale venivano invitati tutti i capofamiglia del posto […] La seduta venne aperta da un attivista del partito jugoslavo […] Quindi dichiarò testualmente: “Queste famiglie si sono vendute a Trieste per sole 100 lire. Non siete dunque degni di rimanere qui. È meglio per voi che ve ne andiate al più presto dalla Zona”. Molti degli “incriminati” protestarono, respingendo la ridicola accusa. A un certo punto uno degli attivisti si rivolse a mio marito Francesco contestandogli l’italianità del suo cognome: “Tu ti fai chiamare Gregoretti, ma in realtà sei Gregorich”. Al che mio marito rispose che egli era nato italiano, che continuava a considerarsi tale, e che da italiano voleva morire. Al che gli fu detto: “Bene, allora vai in Italia, va’ a Trieste, vedrai come ti troverai bene”».[4]
In definitiva, si può lanciare l’auspicio che il 10 febbraio diventi l’occasione per celebrare la memoria delle vittime di due dittature totalitarie quali erano l’Italia fascista e la Jugoslavia comunista. Passi del genere si stanno già attuando, come prova l’incontro tenuto a Trieste nel 2020 tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor, durante il quale i due capi di Stato si fermarono a commemorare due luoghi simbolici: la foiba di Basovizza, teatro nel ’45 di infoibamenti da parte dei partigiani jugoslavi, e il monumento ai Caduti Sloveni che ricorda la fucilazione operata dal regime italiano contro quattro antifascisti sloveni. Si spera che da questo avvenimento possano nascere in futuro altre simili iniziative, e che il 10 febbraio possa diventare una data non più divisiva o fonte di polemiche.
1 Citazione da Aurelio Lepre, Storia degli Italiani nel Novecento. Chi siamo, da dove veniamo, Mondadori, Milano 2003, pagina 196.
2 Confronta Jože Pirjevec, Serbi, Croati e Sloveni. Storie di tre Nazioni, Il Mulino, Bologna 2015, pagina 163.
3 Citazioni da Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli Italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori, Milano 2002, pagina 161.
4 Testimonianza da citato in Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria, le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano 2005, pagina 183.
