Vercelli: oltraggi alle foibe
Il caso dell’incendio al Memoriale del
Comune (2025)
Ancora una volta, il 10 febbraio ha coinciso con una serie di tristi manifestazioni negazioniste che la dice lunga sull’immaturità politica, e soprattutto sulla degenerazione morale di taluni protagonisti dell’opposizione al Ricordo, sebbene sia diventato legge dello Stato da oltre un ventennio. Ancora una volta, non si è trattato di iniziative casuali, ma di una precisa volontà di perseverare nell’odio e nel rifiuto della verità. Il caso più clamoroso si è registrato alla foiba di Basovizza, sull’Altipiano del Carso, dove le iscrizioni oltraggiose sono diventate una ricorrenza sistematica per iniziativa di un’opposizione particolarmente meschina e velleitaria, ma episodi simili si sono verificati anche altrove. Ciò, cominciando dal Piemonte, dove il negazionismo ha colpito in forze anche nello scorcio iniziale del 2025, da Torino a Settimo, e infine a Vercelli: in quest’ultimo caso, con la profanazione del Memoriale in onore dei martiri installato a cura del Comune, e attribuito all’azione inconsulta di un ubriaco, che peraltro ha colpito con singolare precisione proprio la lapide del Memoriale medesimo. Con tale comportamento, costui ha dimostrato una lucidità degna di miglior causa, incendiando i decori, e danneggiando gravemente la stessa struttura lapidea.
Da questo punto di vista, il caso vercellese assume un significato paradigmatico che trascende la dinamica stessa dell’oltraggio, perché collegato alla ricerca di una giustificazione tanto più paradossale – quella dell’ubriachezza che avrebbe obnubilato la mente del reo – tenuto conto che l’episodio non è stato fine a se stesso, ma si è inserito, ancora una volta, in una cospicua serie di oltraggi consimili, tanto da far pensare a una vera e propria programmazione collettiva.
La ripetizione sistematica di questi gesti, diffusa a macchia di leopardo sul territorio nazionale, come a Firenze, a Giulianova e via dicendo, conferma la triste diagnosi secondo cui certe madri sono sempre incinte. D’altra parte, non si tratta soltanto di una moderna manifestazione di lotte iconoclastiche: infatti, sul piano giuridico la vecchia richiesta di cancellare i benefici in materia di pensioni concessi a circa 35.000 seguaci del titoismo sta arrivando all’esaurimento per naturale scomparsa degli aventi causa, aggiungendo al danno anche la beffa; senza dire che gli onori postumi al vecchio Maresciallo Tito sono sempre sulla cresta dell’onda, nonostante le nuove e meritorie proposte di revoca presentate alla Camera e al Senato per iniziative, rispettivamente, dell’Onorevole Walter Rizzetto e del Senatore Fabio Rampelli.
A parte certe difficoltà tecniche nella riparazione dei danni, lo scandalo maggiore sta nel fatto che queste notizie sembrano entrate a far parte dell’ordinaria amministrazione, perché solitamente confinate nell’ambito di poche righe a carattere informativo, e come tali, prive di un giudizio di valore che in tali fattispecie sarebbe stato doveroso, per non dire sacrosanto. Spiace dirlo, ma non è ammissibile che le offese ai martiri incolpevoli di una stagione ferina in cui era morta anche la «pietas» siano derubricate al semplice livello di notizie d’agenzia, senza il supporto di una valutazione morale prioritaria. Per usare un antico aforisma, si ha l’impressione che quelle vittime siano state assassinate due volte, tanto da sollecitare manifestazioni solidali di altre città, come quella particolarmente ragguardevole di Casale Monferrato: una dimostrazione probante di nobili sentimenti comuni, destinati a suscitare effetti non effimeri.
L’antica civiltà del vecchio Piemonte avverte un disagio importante a fronte della ricorrenza con cui gli oltraggi alle vittime infoibate o altrimenti massacrate dai partigiani tornano a manifestarsi in maniera tanto pervicace. Chi è responsabile di tali azioni inique appartiene certamente a gruppi minoritari, ma ciò non toglie che le offese siano avvertite dalla maggioranza come un attentato irresponsabile nei confronti del vivere civile e dei suoi valori «non negoziabili». Se non altro, ne scaturisce il sostanziale isolamento di quelle minoranze, cui dovrebbe corrispondere, peraltro, una difesa di detti valori conforme alla priorità assoluta di cui fruiscono nella coscienza comune[1].
Trascorso un ottantennio dalla tragedia delle foibe e delle altre uccisioni praticate dalle forze titoiste, la persistenza negazionista costituisce un «vulnus» destinato a esprimere un autentico e perenne paralogismo, vale a dire un falso consapevolmente e scientemente programmato, nonostante le evidenze ormai conclamate. Il caso di Vercelli s’inserisce in tale ambito, nel senso che la giustificazione dell’ubriachezza assunta a matrice della «guerra» contro monumenti e sepolcri mette in luce la mancanza di ogni ragionevole fondamento, e con essa, l’uso indiscriminato della menzogna.
Non è mai troppo tardi per porre rimedio alle tante falsificazioni della storia, che per sua stessa natura è in perenne divenire, grazie agli aggiornamenti e agli approfondimenti del caso. D’altra parte, l’esistenza di uno «zoccolo duro» che persiste nella loro difesa oltranzista e pregiudiziale, fa presumere che molta acqua debba ancora passare sotto i ponti prima che la luce possa aprirsi la strada fra le tenebre della disinformazione, lasciando alla storiografia oggettiva e consapevole il compito di ergersi a paladina della verità, e quindi, di un giudizio maturo e definitivo.
1 L’occasione è congrua per esprimere un vivo ringraziamento, in nome e per conto degli esuli giuliani, istriani e dalmati, e delle stesse popolazioni locali, ai Patrioti e alle Civiche Amministrazioni del vecchio Piemonte, per le commendevoli iniziative predisposte ogni anno in occasione del «Giorno del Ricordo» e non solo. Tale ringraziamento è rivolto in modo specifico al «Centro Studi e Ricerche Piemonte Storia» per la mostra rievocativa della tragedia alto-adriatica, grazie alle cure dei ricercatori Federico Cavallero ed Emanuele Ugazio, e per la fondamentale opera di diffusione nelle scuole regionali di ogni ordine e grado, dell’amarissima e lunga storia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, per troppi decenni colpevolmente e tristemente dimenticata nelle competenti sedi nazionali a carattere istituzionale, storico e associativo.
