Vergarolla: 80° anniversario della grande
strage
18 agosto 1946: un delitto contro
l’umanità per opera slava nel quadro della pulizia etnica
dell’Istria con oltre 110 vittime innocenti, massimo storico
in periodo di pace nell’Italia del Novecento
L’eccidio compiuto 80 anni orsono sulla spiaggia di Vergarolla, a breve distanza da Pola, mentre era in corso una grande manifestazione sportiva, è passato alla storia come la massima strage di civili compiuta in Italia durante il Novecento, in periodo di pace: una mano criminale fece esplodere 28 bombe di profondità ad alto potenziale, residuato bellico accatastato nelle vicinanze, il cui contenuto era pari a circa 10 tonnellate di tritolo!
Gli ordigni erano stati opportunamente disinnescati onde renderli innocui, ma qualcuno accese proditoriamente una miccia: le vittime della deflagrazione si contarono, secondo le testimonianze storiche del mondo esule, in oltre 110, ma quelle che si riuscì a identificare furono solo 64, ossia poco più della metà: gli effetti del vile attentato erano stati sconvolgenti e allucinanti, come attestano le cronache del tempo, e per parecchi caduti l’identificazione ebbe carattere presuntivo.
I soli a «festeggiare» furono i gabbiani volati a frotte sul luogo del delitto: ecco un particolare che aggiunge una nota da brividi a proposito dell’oltraggio postumo che parecchie vittime furono costrette a subire, anche alla luce dei ritardi nei soccorsi, resi inevitabili dal carattere imprevedibile dell’attentato, dalla precarietà della congiuntura politica, e dalle dimensioni della tragedia.
La popolazione del capoluogo istriano, e non solo, intervenne con generale commozione alle esequie celebrate con le alte parole del Vescovo, Monsignor Radossi, e senza alcun dubbio sulle matrici di quell’azione obbrobriosa, anche se fu necessario attendere il nuovo millennio per la conferma ufficiale, da parte britannica, di precise responsabilità a carico di esponenti slavi e dei loro corifei italiani. Nel frattempo, la versione surreale proposta da parte slava fu anche quella di un mozzicone di sigaretta rimasto acceso, in guisa da indurre l’esplosione degli ordigni che oltre tutto – «repetita juvant» – erano stati resi inoffensivi, in attesa del definitivo asporto a opera delle Forze Armate Jugoslave, in quanto titolari della loro «eredità».
Non si debbono dimenticare i feriti, in numero ancora maggiore, e a più forte ragione, coloro che rimasero mutilati e parzialmente invalidi; tanto meno, si potrebbe scordare l’eroico Dottor Giuseppe Micheletti, rimasto a operare nell’ospedale cittadino per due giorni e due notti, e senza veruna interruzione, pur essendo stato informato che i suoi due bambini erano tragicamente scomparsi a Vergarolla, e che le rispettive spoglie si erano potute riconoscere soltanto alla luce degli effetti personali che indossavano. Conviene aggiungere che i caduti furono esclusivamente italiani, ivi compresi diversi appartenenti a Comuni limitrofi, recatisi a Pola per la giornata festiva: ciò, con la sola possibile eccezione di due militari britannici appartenenti alle forze di occupazione, che si erano concessi un bagno al mare, e che furono prontamente soccorsi a cura dei propri compatrioti.
Pola visse quel grande dramma collettivo come l’atto conclusivo di una tremenda ingiustizia epocale che si sarebbe completata qualche mese più tardi con la firma del trattato di pace (10 febbraio 1947) e con la perdita italiana della Dalmazia, di Fiume e di massima parte dell’Istria. In effetti, fu a seguito di quella ignobile strage – rimasta scolpita nella memoria collettiva a lettere di fuoco – che caddero le ultime speranze, e che la scelta di optare per l’esilio, abbandonando tutto, dalle tombe degli Avi alle abitazioni, divenne una decisione plebiscitaria, condivisa dal 92% della cittadinanza del capoluogo istriano (con una quota analoga a quelle di tutta la restante Venezia Giulia trasferita sotto la nuova sovranità dell’usurpatore).
Diversamente da quanto era accaduto a Fiume, nelle altre città dell’Istria, e prima ancora a Zara, la popolazione di Pola aveva resistito più a lungo confidando che lo «status» di «enclave» conseguito a far tempo da fine guerra potesse essere conservato, a differenza di quanto fu dimostrato e confermato dai fatti reali. Proprio per questo, l’esodo da Pola si sarebbe concentrato tra lo scorcio conclusivo del 1946 e il primo trimestre dell’anno successivo, con i vari viaggi del Toscana per Ancona e Venezia, e di altre navi minori che fecero la spola con Trieste. Alcuni di questi viaggi ebbero seguito nei trasporti ferroviari interessanti il nodo di Bologna, dove i comunisti locali impedirono persino la sosta dei convogli per offrire ai profughi qualche genere di pur minimo conforto.
L’esodo fu l’attestazione di un giudizio etico e politico, tanto definitivo quanto irreversibile, che il tempo e la storiografia hanno consolidato, ma che è bene confermare e ribadire: se non altro, perché non mancano voci, sia pure largamente minoritarie, che interpretano Vergarolla alla stregua di un fatto accidentale, se non addirittura – per assurdo – di matrice alleata, mentre è stato confermato, in specie dopo l’apertura degli Archivi Britannici di Kew Gardens (2008), quello che tutti avevano compreso immediatamente non solo a Pola, ravvisando nella strage la lunga mano della polizia politica di Tito.
In questa ottica si colloca, lungi da una pur doverosa ritualità ripetitiva, la forte e sentita partecipazione alle iniziative che ogni 18 agosto ricordano quella sanguinosa pagina di storia, in cui caddero, a 16 mesi dalla fine della guerra, tante ulteriori vittime innocenti della «pulizia etnica» (in maggioranza donne e bambini, per un’età media di 26 anni). A quattro quinti di secolo, scomparsa anche la grande maggioranza dei superstiti, il Ricordo dei caduti affida i nomi delle vittime alla «pietas» degli eredi e dei posteri, in una grande stele fortemente voluta – e installata nella Zona Sacra sul colle triestino di San Giusto – dal compianto Generale Riccardo Basile, che per tanti anni aveva retto, e stretto in un unico abbraccio, la Federazione Grigioverde di Trieste e la Famiglia di Pola in Esilio.
Lo scorrere inesorabile del tempo non pregiudica il permanente cordoglio e la condanna di quel terribile delitto perpetrato ai danni di una foltissima presenza italiana, resa più cospicua dal periodo feriale e dalla concomitanza con importanti manifestazioni nautiche. Non a caso, è sempre assicurata la partecipazione al suffragio di ogni celebrazione annuale da parte delle Autorità civili e militari e del Gonfalone di Trieste decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il Ricordo si conclude, infine, con la Benedizione, la recita delle preghiere di rito, e la deposizione di omaggi floreali sulle note del Silenzio, seguite da quelle dell’Inno Nazionale.
Oltre ai labari di oltre 30 Associazioni d’Arma riunite nella Grigioverde, e a quelli di Lega Nazionale, Unione degli Istriani, Famiglia di Pola in Esilio e altre Organizzazioni del mondo giuliano, istriano e dalmata, è da sottolineare la commossa partecipazione di tanti cittadini, compresi i forestieri estivi presenti nella Zona Sacra, e spesso inconsapevoli dell’immensa tragedia di Vergarolla, stante la colpevole e pervicace disinformazione perseguita per almeno un sessantennio dall’Italia ufficiale.
In buona sostanza, la strage del 18 agosto 1946 è assurta a testimonianza emblematica della tragedia di un intero popolo: quello che aveva avuto il solo torto, per dirla con Maria Pasquinelli – la nota attivista e patriota fiorentina scomparsa alla veneranda età di 103 anni che aveva eletto Venezia Giulia e Dalmazia a sua seconda patria – di amare incommensurabilmente l’Italia, in misura «quasi superiore» alla propria anima.
A proposito di Maria, è congruo rammentare che il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi si stava firmando l’iniquo trattato di pace con l’Italia, fu protagonista dell’attentato al Generale Robert De Winton, Comandante Britannico della piazzaforte di Pola, concluso con pochi colpi di rivoltella e con la morte pressoché immediata della vittima: tramite quel gesto estremo, aveva voluto affermare la protesta di un intero popolo. Condannata a morte dalla Corte Inglese chiamata a giudicarla, Maria Pasquinelli non volle firmare la domanda di grazia, ma alla fine la pena fu tramutata in quella dell’ergastolo, con affidamento esecutivo alla giustizia italiana: ebbene, dopo circa 18 anni di prigionia e di comportamento esemplare, fu graziata e liberata per iniziativa del Presidente della Repubblica, nella persona di Cesare Merzagora, quale Vicario supplente di Antonio Segni. Da quel momento avrebbe trascorso la sua lunga vita nella dovuta riservatezza, dopo avere ricevuto il perdono della vedova De Winton, unitamente a quello del sacerdote fratello del Generale.
La testimonianza di Vergarolla rivive ogni anno, e a più forte ragione nelle cadenze decennali, tramite l’omaggio perenne alle vittime, e nel segno della speranza proposto dalla partecipazione dei giovani e dei bambini, quasi a sottolineare che da Vergarolla non scaturisce soltanto il pur commendevole e necessariamente commosso Ricordo, ma nello stesso tempo un impegno di vita a lungo termine in senso nobilmente patriottico, e quindi etico: a cominciare dall’obbligo di non dimenticare una tragedia avvenuta in tempo di pace, e ordita con lo scopo prioritario di promuovere l’Esilio.
Vergarolla vide consumarsi un delitto contro l’umanità destinato, anche per le sue dimensioni straordinarie, a non impallidire mai e a proporre alla memoria delle generazioni avvenire ogni utile riflessione circa gli effetti che possono scaturire dall’odio e dall’assenza di autentici valori morali e spirituali. A ogni buon conto, la memoria della strage è suffragata dal grande memoriale in marmo presente a Trieste nella Zona Sacra di San Giusto con tutti i nomi delle vittime, e ora, anche da quello più modesto ma ugualmente significativo, installato a Pola.
Oggi, nella ricorrenza dell’ottantennio dall’ignobile strage, i caduti di Vergarolla sono presenti attivamente nelle menti e nei cuori di tutti gli Italiani di buona volontà, e lo saranno sempre.
Laura Brussi – Esule da Pola
Storica e pubblicista – Volontariato «per non dimenticare»
Consigliere Nazionale dell’Opera per i Caduti senza Croce (Roma)
