Iran, Arabia Saudita, Afghanistan: una questione attuale
Nuove competizioni dopo gli eventi rivoluzionari del 1979

Sono trascorsi 48 anni da quando il mondo venne investito da una giustapposizione di fatti altamente innovativi, a cominciare dalla Rivoluzione Iraniana di marzo, con l’avvento della Repubblica Islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini, cui fece seguito l’assedio alla Moschea della Mecca, e alla fine del medesimo 1979, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica: tre vicissitudini di un solo anno destinate a lasciare una traccia incancellabile nella storia, a prescindere dalle specifiche varianti successive.

I fatti in questione diedero luogo a una svolta epocale, se non altro perché le relazioni fra Arabia Saudita e Iran divennero competitive, creando una frattura destinata a incidere profondamente nella dialettica del mondo musulmano. Infatti, da quel momento in poi, nulla fu più come prima: la politica dei predetti Stati, alla rispettiva guida della componente sciita (Iran) e di quella sunnita (Arabia) avrebbe enfatizzato i motivi del contrasto anziché quelli di una possibile convergenza.

Al riguardo, conviene ricordare che gli sciiti venerano i discendenti diretti del profeta Maometto, e in particolare suo genero Alì, alla testa della linea di successione, mentre i sunniti si ispirano alla tradizione secondo cui il «leader» deve essere scelto per merito tra i seguaci del profeta in parola. Non è una differenza di poco conto, anche a prescindere dalle diverse incidenze delle due fedi nel complesso mosaico musulmano: circa un quinto del totale per gli sciiti, e quattro quinti per i sunniti.

Del resto, tali orientamenti hanno avuto un ruolo importante anche nella politica estera del mondo musulmano: più indipendente la prima, d’ispirazione al verbo di Khomeini, e più moderata la seconda, legata alla pur discussa alleanza saudita con gli Stati Uniti d’America. Tali scelte risalgono in maniera più precisa proprio al 1979: in qualche misura, per l’evoluzione degli equilibri interni al suddetto mondo, e nello stesso tempo, per la logica evoluzionista che governa, anche fisiologicamente, gran parte delle relazioni umane.

Ciò premesso, è facile comprendere che questa discrasia non ha giovato alla componente sciita, per lo meno fino ai tempi attuali, caratterizzati dalla crisi del potere iraniano, anche alla luce di una forte contrapposizione militare con l’alleanza fra Israele e Stati Uniti, e di una strategia di sostanziale attendismo da parte saudita che peraltro non ha giovato alla credibilità del sistema politico e religioso che governa il grande Paese Arabo.

In questo senso, sia l’una sia l’altra «leadership», diversamente da ciò che era accaduto prima del fatidico 1979, quando anche in Iran governava la Monarchia dello Scià sebbene non altrettanto rigorista come quella saudita, mettono in evidenza una condizione di sostanziale subordine a poteri che non appartengono al mondo musulmano: la nuova Russia di Vladimir Putin quale punto di riferimento per Teheran, e gli Stati Uniti col supporto locale di Israele, quale sponda di appoggio per il Regno Arabo.

Al momento la situazione è fluida, e l’unica considerazione obiettiva che si può fare nell’attuale congiuntura politica è che, in ogni caso, risulta impossibile un ritorno alle condizioni precedenti. Oltre tutto, l’età piuttosto avanzata del Presidente Americano Donald Trump, e quella del suo omologo di Mosca, concorrono significativamente nell’avanzare dubbi sulle future evoluzioni dei rispettivi sistemi politici, e dei possibili nuovi equilibri che ne possano scaturire.

Oggettivamente non si tratta di una dialettica nuova di zecca, ma sta di fatto che nell’attuale congiuntura politica essa appare caratterizzata dalla massimizzazione dei due maggiori protagonisti cui si è fatto riferimento, con l’aggiunta rispettiva e non certo marginale di Israele accanto agli Stati Uniti, e con quella per lo meno paritetica della Cina accanto alla Russia. Ne scaturisce un effetto domino che se non altro ha il pregio, se così può dirsi, di semplificare il quadro delle forze in campo, pur con le riserve già espresse circa la loro evoluzione nel breve e medio termine.

Un’altra considerazione piuttosto evidente è quella del ruolo marginale che oggi spetta alla vecchia Europa nell’attuale situazione politica, con potenzialità di recupero decisamente scarse. Il baricentro si è spostato da tempo a favore delle grandi Potenze americane e asiatiche, senza dire che la competitività europea è stata annullata, da un lato, dai costi non competitivi e dalle difficoltà negli investimenti, e dall’altro lato, da una frammentazione operativa e strutturale a cui l’Unione non è stata in grado di sopperire, se non per interventi generalmente formali, nonostante le contrapposizioni in essere nel resto del mondo, e non solo in quello musulmano.

Come si sarebbe detto in tempi lontani, il futuro è nel grembo di Giove, e allo stato attuale delle cose non è saggio fare previsioni. Al contrario, da una crisi mondiale sempre più accentuata anche sul piano delle complicazioni militari, è cosa buona e giusta trarre almeno un auspicio: che gli uomini, secondo la raccomandazione imperativa del filosofo, abbandonino la rinnovata stagione conflittuale, e ragionino finalmente «con mente pura».

(maggio 2026)

Tag: Carlo Cesare Montani, Ayatollah Khomeini, Profeta Maometto, Alì genero di Maometto, Vladimir Putin, Donald Trump, Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti, Israele, Russia, Teheran, Cina, Europa, Unione Europea, Repubblica Islamica, Moschea della Mecca, Sciiti e Sunniti.