Interventi umanitari
Un regresso morale e civile che induce
gravi conseguenze sul piano della salute pubblica mondiale
Nel primo ventennio del nuovo secolo, con particolare riguardo al periodo storico compreso fra il 2004 e il 2024, gli interventi umanitari in Africa, secondo rilevazioni di fonte ONU, avevano fatto registrare importanti flessioni nell’incidenza di talune malattie, pari al 70% nell’AIDS, al 56% nella malaria, al 54% nelle sindromi tropicali. Si è trattato di risultati ragguardevoli, a cui hanno fatto seguito, peraltro, drammatiche inversioni recenti della tendenza: la causa verosimilmente prioritaria è stata la cancellazione dell’Agenzia di Cooperazione Americana, con un provvedimento che nelle proiezioni al 2030 dovrebbe indurre una crescita dei decessi assai accentuata, nell’ordine di parecchi milioni. Del resto, non si tratta di provvedimenti assunti soltanto dagli Stati Uniti, perché la riduzione dell’intervento umanitario si estende al 40% triennale nel Regno Unito, al 35% in Francia, e a quote inferiori ma comunque non marginali in Germania, Belgio e Svizzera: verosimilmente, una sorta di effetto domino.
Per quanto riguarda l’Italia, la quota del prodotto nazionale lordo destinata alla predetta tipologia di interventi resta circoscritta allo 0,3% del reddito in parola, contro la quota minima dello 0,7% di cui alle direttive della Cooperazione Internazionale. In tutta sintesi, la vulnerabilità sanitaria sta aumentando pericolosamente, tanto è vero che la suddetta direttiva risulta disattesa sostanzialmente dovunque, a cominciare dai maggiori Paesi del mondo, con la sola significativa eccezione del Giappone. Tra gli altri, non mancano misure davvero drastiche, come nel caso dell’Etiopia, che avrebbe ridotto del 90% il suo programma di sviluppo, già riferito a un budget annuale pari a 60 milioni di dollari.
L’abbattimento della solidarietà sembra richiamare alla memoria il vecchio avvertimento di Giambattista Vico secondo cui il naturale progresso civile rischia di trovare ostacoli molto gravi nelle ricorrenti tendenze del genere umano, o quanto meno di sue quote ragguardevoli, a tornare alla stagione dei «bestioni tutta ferocia». I Paesi più colpiti, sempre in base alle predette rilevazioni, sono quelli dell’Africa Equatoriale, da sempre con indici di povertà particolarmente elevati, quali Burkina Faso, Camerun, Malawi, Mali, Niger, Somalia e Zimbabwe, caratterizzati dalla fine degli interventi, e nell’ultimo caso, anche da un significativo abbandono dei negoziati internazionali. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ne consegue che milioni di persone stanno affrontando «condizioni estreme o catastrofiche».
Sarebbero meno coinvolti, sempre per quanto riguarda l’Africa, i Paesi non tropicali come Algeria, Botswana, Egitto, Marocco, Mauritania, Sudafrica e Tunisia, mentre fra quelli tropicali avrebbero fruito di finanziamenti peraltro ridotti soltanto la Repubblica Democratica del Congo e il Sudan. Mezzi finanziari propri, o di diverse provenienze nazionali, peraltro difficilmente sufficienti a supportare programmi di grande rilevanza economica e demografica, sarebbero disponibili soltanto in Angola, Mozambico, Kenya, Nigeria e Senegal. Ne emerge un quadro variegato, e destinato a confermare il ruolo di sostanziale subordinazione africana alle economie forti, con problemi particolarmente accentuati nella fascia sub-sahariana e tropicale: e senza considerare, ben s’intende, le condizioni critiche presenti in altre aree, segnatamente dell’America Meridionale e dell’Asia. È facile comprendere che, in prospettiva, i rischi di un’evoluzione assai negativa della congiuntura mondiale non possono essere ignorati, e che i cosiddetti Stati forti, nel loro stesso interesse, non possono ignorare il «grido di dolore» che proviene da tante zone sottosviluppate, per non dire di quelle aggravate da una crescita demografica pressoché ingovernabile, che sta conducendo il mondo a livelli difficilmente compatibili con l’attuale sistema di gestione delle risorse.
In conclusione, il nuovo millennio si apre con una serie di riflessioni fondamentali per un futuro difficile, che si presenta in termini sempre più ravvicinati, se non altro perché l’incremento della popolazione mondiale sta assumendo progressioni geometriche dopo i 2.000 anni dell’esperienza cristiana, non altrettanto rapidi, anche se caratterizzati da frequenti conflitti le cui potenzialità militari, almeno prima del cosiddetto «secolo breve», erano state più circoscritte. L’auspicio che sembra di poter trarre da queste diagnosi propone alle comuni attenzioni, e in primo luogo a quelle della volontà politica, il richiamo ispirato da diverse Autorità Religiose, a cominciare proprio da quelle della Cristianità, a operare per una vera pace, superando l’antinomia per gli «orribili anni» che già in tempi assai lontani, oltre che precristiani, il poeta e pensatore romano Albio Tibullo aveva condannato come antitesi della civiltà e del progresso.
