Il Processo di Tokyo
Una Norimberga giapponese

Il 13 maggio 1946, a Tokyo, ebbe inizio il processo ai cosiddetti criminali di guerra giapponesi, coloro i quali, secondo i vincitori del Secondo Conflitto, si erano macchiati, nel corso della lunga contesa, di numerosi e svariati crimini contro l’umanità e la pace.

Ad assumersi il pesante onere fu l’«International Military Tribunal for the Far East» (IMTFE) che per oltre due anni, cioè fino al 3 maggio 1948, lavorò ininterrottamente per esaminare e infine giudicare gli esponenti della classe militare nipponica sui quali pendevano tre categorie di reati: quelli di classe A (cioè i crimini contro la pace), di classe B (i crimini di guerra) e di classe C (i crimini contro l’umanità). La classe A faceva riferimento – primo caso della storia – a una presunta e premeditata cospirazione, da parte degli imputati, avente come scopo quello di innescare guerre «in violazione delle leggi internazionali» (formula alquanto discutibile: ricordiamo, a esempio, l’aggressione dell’URSS alla Polonia del 17 settembre 1939, o quella alla Finlandia dello stesso anno) ai danni di diverse Nazioni (compresa l’Unione Sovietica che nell’agosto del 1945 aggredì nuovamente e senza dichiarazione di guerra lo stesso Giappone), mentre la seconda e la terza tipologia facevano esplicito riferimento alle atrocità commesse dai vertici dell’Esercito e dell’Aeronautica Giapponesi a partire dal 1937, cioè ben prima dell’attacco nipponico alla base americana di Pearl Harbor (7 dicembre 1941).

Il tribunale alleato voleva infatti avere voce in capitolo anche in relazione ai fatti avvenuti nel corso della precedente guerra cino-giapponese durante la quale le forze del Tenno avrebbero impiegato metodi disumani nei confronti della popolazione civile cinese (vedi il massacro di Nanchino del dicembre 1937 quando le truppe del Generale Matsui Iwane, dopo avere espugnato la città difesa dall’esercito nazionalista agli ordini del Generale Tang Shengzhi, massacrarono decine di migliaia di civili).

Il criterio giuridico che permise la celebrazione del processo fu stabilito, ovviamente dai vincitori, con lo stesso atto costitutivo dell’IMTFE (19 gennaio 1946): documento che fissò i comportamenti processuali ai quali i pubblici ministeri, i difensori e i giudici si sarebbero dovuti attenere. E il 25 aprile 1946, in base all’articolo numero 7 dello stesso atto costitutivo, venne promulgato il codice di procedura dell’IMTFE, organismo composto da 11 giudici, ciascuno dei quali in rappresentanza di una delle Nazioni vincitrici (Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Repubblica Cinese, Paesi Bassi, governo provvisorio della Repubblica Francese, Australia, Nuova Zelanda, Canada, India Britannica e Filippine). Venne inoltre stabilito che per l’annata 1946 il tribunale sarebbe stato presieduto da Sir William Webb, giudice dell’Alta Corte Australiana.

Al termine del processo, 25 personalità militari e politiche di piccolo, medio e alto rango vennero condannate per crimini del tipo A e oltre 300.000 tra militari e funzionari giapponesi finirono per essere accusati e condannati per reati di classe B e C, soprattutto per abusi contro prigionieri e semplici civili verificatisi, tra il 1937 e il 1945, in Cina, in Manciuria e in Corea. A questo proposito va ricordato che, a partire dal 1946, in Cina operarono, in maniera del tutto autonoma, altri 13 tribunali nazionali aventi l’incarico di esaminare i cosiddetti «episodi cruenti circostanziati»: lavoro che portò alla condanna al carcere di 504 ufficiali e soldati nipponici e all’esecuzione capitale di altri 149.

Oggi, a distanza di tanti anni, molti storici iniziano ad avanzare seri dubbi circa la «legalità» dei criteri adottati dall’«International Military Tribunal for the Far East» e – come per il processo di Norimberga – della liceità di un simile apparato, messo in piedi e composto esclusivamente da giuristi e avvocati di parte. Molti altri si interrogano su un altro apparentemente inspiegabile fatto. Pur rappresentando, in assoluto, il vertice della «piramide di comando», non si vede perché l’Imperatore Hirohito e il principe Asaka non siano stati né accusati, né processati per presunti coinvolgimenti in alcuna delle tre categorie di reato (anche Kishi Nobusuke, sospettato di avere «cospirato contro la pace» non venne toccato, diventando in seguito Primo Ministro del nuovo Governo «Democratico» Giapponese). Per quanto concerne il secondo punto, risulta più che evidente l’intenzione, da parte degli Alleati (soprattutto gli Stati Uniti) di volere salvaguardare l’ordinamento monarchico giapponese, seppure inquadrandolo in un nuovo ambito «costituzionale», onde evitare che il Giappone entrasse nell’orbita comunista.

Ma ritorniamo al processo. Le sentenze finali portarono a pesanti condanne a carico di buona parte dei 28 principali imputati. Se si escludono Matsuoka Yosuke e Nagano Osami, che morirono per cause naturali nel corso del dibattimento, e Okawa Shumei che in seguito a un grave esaurimento nervoso venne fatto ricoverare in ospedale, sette personalità tra cui il Generale Tojo Hideki (comandante dell’Armata del Kwantung e poi Primo Ministro); il Ministro degli Esteri, barone Hirota Koki; il Ministro della Guerra, Generale Itagaki Seishiro; il Generale Kimura Heitaro (comandante dell’Armata di Birmania), il Generale Matsui Iwane (comandante della guarnigione di Shanghai e dell’Armata in Cina Centrale), il Generale Muto Akira (comandante dell’Armata delle Filippine) e il Generale dell’Aeronautica Doihara Kenji furono condannati a morte e impiccati nella prigione di Sugamo di Ikebukuro (Tokyo) il 23 dicembre 1948. Altri 16 imputati vennero invece condannati all’ergastolo. Tre di essi il Generale Koiso Kuniaki, governatore della Corea e poi Primo Ministro, l’Ambasciatore a Roma, Shiratori Toshio e il Generale e Ministro della Guerra Umezu Yoshijiro morirono in prigione, mentre gli altri 13 furono rilasciati sulla parola dopo un certo numero di anni di detenzione. Due imputati, infine, furono condannati a 20 e 7 anni di carcere: i Ministri degli Esteri Togo Shigenori (che morì in prigione nel 1949) e Shigemitsu Mamoru che nel 1950 verrà rilasciato, rientrando in politica e venendo nominato Ministro degli Esteri del gabinetto presieduto da Ichiro Hatoyama.

Diversi, come si è detto, sono i dubbi che permangono sull’effettiva «legalità» del Processo di Tokyo. Alcuni studiosi, come l’Americano Solis Horowitz, accusano Washington di avere agito in modo pregiudiziale, poiché a Tokyo, contrariamente a quanto avvenne a Norimberga, il collegio accusatorio venne presieduto dal solo giudice statunitense Joseph B. Keenan. Senza considerare che l’IMTFE radunò giuristi di non elevatissimo spessore, come lo stesso Keenan, ex assistente del Ministro della Giustizia Americano, figura decisamente di secondo piano rispetto al suo parigrado di Norimberga Robert H. Jackson, giudice di Corte Suprema.

Un’ultima annotazione che chiarisce quanto il procedimento e i capi di accusa del «Tokyo Trial» risultassero alquanto discutibili anche per alcuni degli stessi membri della Corte. Il giorno delle sentenze, il giudice indiano Radhabinod Pal dichiarò molto polemicamente che «se si era deciso di condannare per i crimini ascritti gli imputati giapponesi, alla stessa maniera la totalità dei vertici militari e politici alleati avrebbe dovuto subire la stessa sorte».

(settembre 2025)

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