Gli inni italiano e ucraino sono fratelli
Una parentela inaspettata
Quale comparazione è possibile tra l’inno nazionale italiano e l’inno nazionale ucraino? Per fare il raffronto è necessario conoscere la storia dei due Paesi. Negli aspetti generali, questi sono simili. Entrambi erano popoli sotto il dominio di altri Stati ed entrambi cercavano la libertà e l’indipendenza. Italia e Ucraina erano per certi aspetti «una espressione geografica», ma con due lingue che le contraddistinguevano. Nel 1846, anno del Canto degli Italiani, l’Italia e Ucraina erano occupate da forze straniere. L’Ucraina cercava la sua indipendenza già dal XVII secolo, perlomeno con l’elezione a Hetmano di Bogdan Chmel’nyc’kij come condottiero dei Cosacchi dello Zaporizhia. L’influenza di Mazzini e dei mazziniani e in parte dei Polacchi, stimolò il sentimento dell’indipendenza sopito dopo la rivolta di Gonta e dell’esercito Haidamaka che si ribellarono prima alla Confederazione Polacca di Bar, e dopo anche contro la Sublime Porta turca e allo Zarato moscovita.
Per capire, qui in sintesi, il sentimento ucraino del suo inno, è necessario fare riferimento almeno a questi punti.
L’inno venne scritto 16 anni dopo quello di Mameli, nel 1862, epoca che corrisponde al nostro Risorgimento col nome di «Risveglio».
Il poema fu scritto da Pavlo Cubyskyj e musicato l’anno seguente dal sacerdote greco cattolico Mychajilo Verbyc’kyj.
«Sce ne vmerla Ukraini»: «Non è ancora morta la gloria dell’Ucraina, né la sua libertà, a noi, GIOVANI FRATELLI, il destino sorriderà ancora».
L’inizio del poema già ricorda i FRATELLI, come nella prima strofa di Mameli, e il richiamo alla difesa della Patria. Il riferimento ai nemici è comune, e il sentimento di unione è rivelato sia dal coro popolare ucraino, che nelle strofe successive del testo italiano.
«Daremo l’anima e corpo per la nostra libertà» canta il coro e il senso è uguale alla nostra seconda e terza strofa.
«Potremmo regnare anche noi, o fratelli, nelle nostre terre», è in sintesi il richiamo del Mameli «Dalle Alpi a Sicilia… l’Italia chiamò».
È la quinta strofa del Canto degli Italiani che pone l’accento in modo ancora più evidente nella somiglianza dei due inni: i nemici comuni.
Austria, Impero Russo, mentre, sia pur tribolato, c’è l’amico Polacco.
Per motivi di rima il Cosacco è identificato con l’Impero Russo, non con l’Ucraino. Cioè quell’Impero che si accingeva all’indomani della neo proclamata Repubblica Romana del 9 febbraio 1849, ad accorrere in aiuto del Papa Pio IX fuggito a Gaeta dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi. Si deve chiarire qui, che il Cosaccato dello Zaporizhia fu chiuso nel 1775 per imposizione della Zarina Caterina II. Ciò che rimase fu spostato sul Don, ben oltre il Donbas, considerando che il Kursk dell’Hetmano Ucraino di Mazepa, e Belgorod, Varonish, facevano parte del Cosaccato, così come anche il Kuban faceva parte delle terre ucraine di fatto e di lingua. La lingua russa, invece, all’epoca di Caterina non esisteva. Era ancora da formare, era in embrione e avrà diffusione popolare dal 1917.
Il riferimento geografico dei due inni, è in egual misura nei due testi. L’Ucraina era estesa, e quindi la sua lingua parlata, dai monti Carpazi a oltre il fiume Don, che sfocia nel lato Est del Mar Nero, fino a Sud, nel Kuban. Il fiume Dnepr è, invece, la spina dorsale del Paese. È l’anima profonda, che contraddistingue il popolo ucraino cantato dai poeti, come a esempio Taras Shevchenko e Gogol, e vissuto come identità popolare. Similmente a ciò, l’Appennino è per l’Italia la sua spina dorsale. «Evviva l’Italia, dal sonno s’è desta…» conclude Mameli. Ecco qui il «Risveglio» italiano, così come il «Risorgimento» ucraino si risveglia nel desiderio di non essere oppresso dall’occupante.
«Non è ancora morta la gloria dell’Ucraina, né la sua
libertà,
A noi, giovani fratelli, il destino sorriderà ancora.
Svaniranno i nostri nemici, come rugiada al sole,
Anche noi, fratelli, regneremo nel nostro Pese libero.
Coro
Daremo anima e corpo per la nostra libertà, e mostreremo che
noi,
fratelli, siamo di stirpe cosacca!
Ancora non è morta l’Ucraina, né la gloria né la sua libertà,
Ancora a noi, fratelli ucraini, arriderà la lieta sorte!
Svaniranno i nostri nemici al sole,
Potremmo regnare anche noi, o fratelli, sulle nostre terre.
Staremo, o fratelli, nella sanguinosa lotta, dal San fino al
Don
A nessun permetteremo di dominare la nostra madrepatria;
Ancora il Mar Nero arriderà, il vecchio Dnipro gioirà,
Ancora per la nostra Ucraina la Fortuna splenderà.
Coro
Di perseveranza, di sincero impegno ancora ne saranno prova
Ancora risuonerà fragoroso per l’Ucraina un canto di libertà
Echeggerà tra i Carpazi, tuonerà lungo le steppe
La gloria dell’Ucraina diverrà nota tra le nazioni.
Coro».
«Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Noi fummo da secoli
calpesti e derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core, ha la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’Aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
il sangue Polacco
bevé col Cosacco,
ma il sen le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò!
Evviva l’Italia,
dal sonno s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!».
