Massacro di Srebrenica
Eliminazione di migliaia di innocenti
Il massacro richiamato dal titolo è avvenuto diverso tempo fa ed è importante cercare di capire quali siano state le cause che l’hanno partorito. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, nel 1919, nacque lo Stato della Jugoslavia, un regime federale formato dai sei seguenti Stati Repubblicani: Bosnia Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Serbia; quest’ultima era comprensiva delle due regioni autonome Vojvodinia e Kosovo. Il tutto costituiva uno Stato la cui popolazione mista era formata da Croati, Serbi e Sloveni. Con la firma della conclusione della Seconda Guerra Mondiale, questo diventò Repubblica a regime comunista, sotto la guida di Josif Broz fedele alla allora Madre Russia (URSS), il cui dittatore era Josif Stalin; Josif Broz entrò nella storia con il nome più famoso di Maresciallo Tito, che si era fatto onore nella lunga e sanguinosa lotta per cacciare dal proprio suolo gli invasori nazisti.
Tito, dopo essere stato nominato Primo Ministro, ebbe l’incarico di Presidente da una comunità di genti che erano diverse per lingua, cultura, tradizione, religione, e che erano tenute insieme con il pugno di ferro per evitare scontri orali o materiali; in effetti, solamente l’autorità di Tito e il suo carisma impedivano le reazioni da parte dei recalcitranti sudditi, dando l’impressione che tutto «andasse bene, Madama la Marchesa!». E in tal modo si tirava avanti, giorno dopo giorno, senza scossoni violenti, anche se non mancavano mugugni che permeavano le varie forme di nazionalismo.
Un passo decisivo fu quello che vide il distacco della Jugoslavia dalla Russia di Stalin nel 1948 e il conseguente avvicinamento agli Stati Occidentali, mentre tutto sommato l’attrito con la Russia tendeva a diminuire. Tuttavia, cominciarono a emergere dissapori fra le varie etnie, che piano piano stavano minando le fondamenta dello Stato. Quando Tito morì, fu sostituito da Lazar Koliševski, Cvijetin Mijatović e Sergej Kraigher in fasi successive, mentre lo Stato stava sempre più avvicinandosi al baratro di una situazione che più tragica di così non poteva essere.
Sotto il Governo di Tito, lo Stato godeva di un certo prestigio in campo internazionale, dopo che Stalin fu messo da parte. La Repubblica era indipendente e sembrava andare d’amore e d’accordo con l’Occidente, in contrasto con la Grande Madre Russia, ma i fatti cominciarono ad andare male in casa propria, con i dissapori esistenti fra le varie etnie che costituivano il suo popolo.
Alla morte di Tito, avvenuta il 4 maggio 1980, iniziarono i guai. La Repubblica era costituita da un’accozzaglia di Stati e di genti. Infatti, come ricordato più sopra, si trattava di sei Stati, cinque Nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e... un solo Tito: non c’è che dire, perché si era di fronte a un guazzabuglio che nemmeno uno scrittore smaliziato e al di fuori delle righe sarebbe stato in grado di inventare. L’autorità centrale si prodigava e, in caso di necessità, non esitava a ricorrere alla forza e alla brutalità pur di mantenere una parvenza di ordine.
Già quando al governo era Tito, si erano dovuti bloccare vari sommovimenti dettati dalle divergenze di carattere etnico, politico e religioso e, in quel caso, il primo pericoloso scricchiolio si ebbe quando furono avanzate le pretese da parte del Kosovo, che aveva deciso, «sua sponte», di starsene per conto suo: insomma, non voleva più saperne della Repubblica di cui faceva parte; e pure la Serbia mostrò malumore in tal senso. In precedenza, nel 1974, Tito aveva consultato i componenti della Federazione, i quali si sarebbero potuti staccare qualora il referendum indetto «ad hoc» avesse espresso tale parere. Questa proposta diede modo ai componenti della Repubblica di muoversi in tal senso, causando la conseguente dissoluzione dell’intera Jugoslavia. A un tale disastro si opposero coloro che la pensavano diversamente, capitanati da Slobodan Milošević, che pretendeva di prendere il posto rimasto vacante con la morte di Tito. Dopo essere stato nominato Presidente della Lega dei Comunisti di Serbia, egli nel 1986 pubblicò il Memorandum dell’Accademia delle Scienze, dove sosteneva la difesa dei Serbi maltrattati da altre etnie; essi furono così definiti: «Vincitori nella guerra e perdenti nella pace». Secondo lui, i Serbi erano stati dispersi nei territori delle varie Repubbliche senza ragioni valide. Con quel Memorandum, Milošević si adoperò per ripristinare il potere su tutte quelle Repubbliche e per difendere l’etnia serba, con il sogno che la Grande Serbia avrebbe reso forte la Jugoslavia. Naturalmente ciò galvanizzò i Serbi, che intanto cominciarono a pensare se non fosse il caso di attuare una pulizia etnica. Si giunse così al disfacimento dell’unione jugoslava e allo scoppio in Bosnia di una guerra che vide di fronte Croati, Serbi e Bosniaci di fede musulmana, con la conseguente reazione del Governo Serbo di Milošević.
Nei giorni 11 e 12 luglio 1995, la città di Srebrenica in Bosnia fu teatro di un tremendo ed efferato massacro di non meno di 8.000 fra uomini e ragazzi di religione bosgnacca, cioè musulmani bosniaci. Per come si svolsero i fatti, la Corte Internazionale di Giustizia nel 2007 e il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, stabilirono che si trattò di un vero e proprio genocidio, perché effettuato per eliminare un gruppo etnico «in toto».
Quell’efferata scelleratezza fu compiuta dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina alla guida del Generale Ratko Mladić e dalla brigata paramilitare detta degli «Scorpioni». Tutto questo avvenne quando quei territori erano stati dichiarati protetti dall’ONU ed esisteva un controllo da parte di un contingente olandese, appartenente all’UNPROFOR (United Nations Protection Force, ossia Forza di Protezione delle Nazioni Unite).
Il 16 aprile 1993, l’ONU stabilì di essere presente nella città di Srebrenica e nei suoi dintorni; decretò città protette Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać oltreché Srebrenica, e dichiarò che, qualora fosse stato necessario, sarebbe stata utilizzata la forza militare delle Nazioni Unite. Ci fu un’azione serba contro i Bosniaci, che impose loro la demilitarizzazione controllata dall’ONU, per cui questi furono costretti a spostarsi in una zona protetta, insieme con tanti profughi, lasciando il campo libero all’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.
Ma il 1995 fu un anno funesto. Attorno al 9 luglio, zona protetta o non protetta, le truppe dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina se ne infischiarono altamente e attaccarono la zona di Srebrenica, i cui difensori, dopo qualche giorno di combattimenti, ebbero la peggio; le conseguenze furono terribili: si racconta che tutti i maschi, di età compresa fra i 12 e i 77 anni, dopo essere stati distaccati dalle donne, dai bambini e dai più anziani con la giustificazione che era per interrogarli, siano stati eliminati e sepolti in fosse comuni. Un conteggio effettuato dalla Commissione Bosniaca delle Persone Scomparse si è fermato su 8.372 nomi. Le fosse comuni identificate furono aperte e, verso il giugno 2015, furono identificate 6.930 salme, sia per i documenti o gli oggetti personali trovati sui corpi, sia per gli esami del loro DNA messo a confronto con quello di parenti viventi.
Le richieste di indennizzo avanzate dai sopravvissuti di Srebrenica non andarono a buon fine, con la giustificazione che il genocidio e quant’altro era avvenuto fra il 1992 e il 1995 durante la guerra civile Bosnia-Erzegovina non fu per colpa dello Stato Serbo, bensì di persone isolate.
