Poesie dall’Ucraina: libertà, lavoro, amore
Tre composizioni poetiche per cantare
l’anima di un popolo
Tre poesie ho in mente, e ve lo dico: tutte e tre ucraine. La poesia, come il resto delle arti, è preponderante e popolare in Ucraina. Ciascuno conosce a memoria quelle che qui cito. Ne scelgo tre perché le altre sono tante e capiterà innanzi l’occasione di presentarle nel loro contesto storico. Qui sono indicati tre momenti differenti della Storia che la poesia unisce per sentimenti. Ecco che le ordino in senso cronologico. Dal Risveglio del XIX secolo, a poco prima del 1917, agli anni Settanta del Novecento, uniti dal «fil rouge» dell’oppressione, che il popolo ucraino subisce ormai da secoli.
Il primo, senza dubbio il poeta nazionale, è Taras Shevchenko.
Taras Shevchenko è stato poeta e pittore celebrato nelle piazze di tutta l’Ucraina. Questa era in origine molto più vasta dai confini del 2013. Un tempo, i territori di Lemkivshchyna e Nadsyannia, e le terre di Transcarpazia di Bukovia in Romania a Ovest, il Kuban a Sud-Est, e Donschyna a Est, oltre il Donbas, erano abitati da Ucraini, e appartenevano all’Ucraina. Il Donbas era territorio interno tipicamente di popolazione ucraina, poi sterminata con gli «holodomor» e sostituita da Stalin con coloni moscoviti. Taras era nato a Morynci nel 1814, più o meno coevo di Mazzini, ma come schiavo, perché il villaggio era sotto l’influenza delle leggi dello Zar. Non tutta l’Ucraina era sotto schiavitù. Poltava, a esempio, era una città libera. Per le sue eccellenti qualità di pittore, il principe Engelhardt lo fece studiare a Vilnius e a San Pietroburgo dove conobbe Brjullow che attraverso una sottoscrizione riscattò il giovane dallo stato di schiavitù. In seguito al suo impegno patriottico, fu spedito come militare a Orsk negli Urali col divieto di disegnare e scrivere per molti anni. Di nuovo libero, fu il primo a tentare la traduzione della Divina Commedia cogliendo il principio di Mazzini che la lingua è la prima forma di identità di un popolo. Il «Risveglio Ucraino», così simile al nostro Risorgimento, trovò nei testi in ucraino di Taras Shevchenko nuova linfa per la riconquista della libertà. La poesia Testamento, forse la più amata anche dal suo popolo, è il testamento di ciascun Ucraino. Da qui la sua grande popolarità.
«Se io muoio, mi si interri
Sull’alta collina
Fra le steppe della mia
Bella Ucraina.
Che si vedano i campi,
Il Dniepr con le rive.
Che si oda il muggito
Del fiume stizzito.
Quando porterà il fiume
Al mare azzurro
Il sangue impuro,
Lascerò allor la tomba
E andrò a Dio
Per pregare… Prima di ciò
Non conosco Dio.
Sepolti, insorgete,
Le catene rompete,
Che il sangue dei nemici
Spruzzi la libertà.
Nella vostra grande famiglia
Nuova, liberata
Vorrei esser ricordato
Con parola grata.
25 dicembre 1845».
La seconda poesia scelta è degli inizi del XX secolo quando l’Ucraina era ancora chiamata Malorussia, o Piccola Russia, simbolo di quel giogo che non fu solo politico e militare. Per molti, ancora oggi, il nome di Mykolaiv Leontovych non dice nulla agli Italiani, anche se è il padre di una delle canzoni natalizie più famose al mondo. Nato in Ucraina nel 1877 a Monastyrock, fu autore e compositore di opere corali prevalentemente popolari e religiose come, appunto, Carroll of the bells che tutti conosciamo e che fu scritta nel 1916. Molte di queste poesie ucraine non vanno oltre i giorni della rivoluzione bolscevica perché, come spartiacque, i crimini russi si sono perpetrati per quasi tutto il XX secolo, e stanno continuando in crescendo dall’inizio del nuovo secolo fino a oggi. La poesia che ho scelto si chiama Schedryk, che è intraducibile in italiano. La semplicità della poesia non deve trarre in inganno. L’armonia si perde nella traduzione. Ma da essa si comprende il senso pratico e laborioso della gioia del lavoro tipicamente ucraino dell’allevamento e dell’agricoltura. I contadini e allevatori, infatti, erano apprezzati e, fonte della loro ricchezza, era il benessere che ne conseguiva. Dopo il 1921 fu un lento e terribile declino che culminò con il secondo «holodomor», la morte indotta per inedia da Stalin, e che ancora in questa guerra voluta da Putin aleggia marcatamente sul popolo ucraino ed è incosciente pericolo che sta vivendo oggi l’Europa incapace di comprenderne la portata.
«Schedryk, schedryk, la vita è bella
Già sta volando la rondinella,
Ha iniziato per noi a cantare,
E il padrone da casa a chiamare:
Esci da casa a guardare bene
Nella tua stalla la gioia viene,
Che gli agnellini già sono nati,
I tuoi beni sono aumentati.
Tu hai merce eccellente,
Guadagnerai sicuramente.
Se non soldi, chissà cosa,
La moglie hai meravigliosa.
Schedryk, schedryk, la vita è bella,
Già sta volando la rondinella».
La terza poesia, con un salto che solo il racconto della Storia si può permettere, arriva agli anni Settanta, nel preludio della fine dell’Unione Sovietica, quando le persecuzioni non erano finite e coraggiosi poeti cantavano le loro canzoni così pericolose al bene del regime.
È il maggio del 1979, viene trovato morto un celebre cantautore ucraino, ucciso dal KGB. Si tratta di Volodymyr Ivasyuk. È il più celebre bardo dell’Unione Sovietica che nel dicembre invase l’Afghanistan. Il compositore di canzoni in ucraino, ha alle sue spalle più di 100 testi che scorrono tra le labbra di tanti Ucraini e Russi. Le sue canzoni arrivano, nonostante tutto, fino all’estrema isola di Sakhalin. Nel 1970, Ivasyuk scrive Cervona ruta e tocca il cuore di tanti giovani al punto che anche oggi gli Ucraini sanno a memoria questa canzone. Ruta è il fiore giallo che ogni 10 anni diventa rosso. Questo fiore dei boschi fa incantesimi d’amore. È un’antica leggenda cosacca riscoperta dal poeta. Il successo è grande, è un tripudio. Non esiste politica, solo la gloria dei cosacchi, la lingua ucraina, il cielo azzurro, nei testi. La polizia politica lo perseguita più volte; le sue canzoni ucraine sono un pericolo. La lingua deve essere quella russa. Ivasyuk non si scoraggia anche se percepisce il pericolo. Il 23 aprile 1979 il giovane poeta viene fatto salire su di un’auto scura del KGB. Alcuni giorni dopo viene ritrovato in un bosco vicino a Leopoli con le dita troncate e gli occhi cavati. Durante il corteo funebre davanti ai migliaia di giovani una scritta campeggia:
«Ricordati Ucraina di questo giorno di lutto».
«Non cercare di sera la cervona ruta
Perché tu sei più bella e misteriosa di ogni fiore.
Cervona ruta è il fiore dell’Amore e della Speranza,
Ma siccome io ti amo, tu sei il più amabile di tutti i fiori.
La Ruta rossa non cercare di sera,
Tu sei il mio unico amore,
Credimi, unica sei».
