Quattro Imperatori
Avvicendamento in un solo anno

A Roma, l’Imperatore Nerone faceva il bello e il cattivo tempo, con le trovate del suo estro e con la sua politica che si abbatteva pesantemente sui grandi patrimoni e si dimostrava favorevole al ceto medio, attirandosi addosso le ire del Senato, tanto che scoppiò una sanguinosa rivolta nel primo mese dell’anno 68 dopo Cristo. Tutto questo malcontento non si limitava a Roma, bensì rumoreggiava un po’ in tutto l’Impero Romano.

Nella Gallia Lugdunense, il Governatore di quel territorio, Gaio Giulio Vindice, era in rotta con il Governo Centrale e non nascondeva la sua volontà di aprire ostilità contro il suo Imperatore. Di ciò aveva parlato con Servio Sulpicio Galba, l’anziano e ricchissimo Governatore dell’Hispania Tarraconensis, riuscendo a convincerlo a mettersi contro Nerone. Lo stesso avvenne anche in Africa, dove il prefetto Lucio Clodio Macro si rivoltò contro Nerone, minacciando, tra l’altro, di rompere i rifornimenti di grano verso l’Urbe.

Il 15 maggio del 68, il fedelissimo dell’Imperatore Lucio Virginio Rufo, prefetto delle legioni di stanza nell’Alta Germania, con le sue truppe si scontrò, presso Besançon, con quelle di Vindice, Governatore della Gallia Lugdunense, travolgendole. Questo fatto diede un attimo di respiro a Nerone. Ma la rivolta non si fermò, come dimostra l’auto acclamazione a «Imperatore» di Galba, secondo il suo desiderio, oppure, stando a quanto riportato da Svetonio, a «Legato del Senato e del Popolo Romano». Egli, per accrescere la potenzialità della sua legione, arruolò la VII Gemina e si mosse per aiutare Vindice, ma giunse troppo tardi per evitarne la sconfitta.

Nello stesso tempo, a Roma il prefetto del pretorio, Ninfidio Sabino, che si era alleato segretamente con Galba, creava dissapori a Nerone, dandogli notizie disastrose a proposito di quanto stava avvenendo nell’Impero, terrorizzandolo a tal punto da convincerlo a mettersi al sicuro nella sua Domus Aurea, fuori dalla città. Dopodiché, con Nerone fuori dai piedi, egli contrattò la fedeltà dei pretoriani a Galba, mentre il Senato, dopo votazione, dichiarò Nerone «nemico della Patria».

A quel punto Nerone, non vedendo nessuna alternativa, il 6 giugno 68, abbandonato da tutti, nella ricca abitazione del liberto Faonte, si convinse che l’unica soluzione era quella di ricorrere al suicidio, aiutato da quattro liberti, fatto che fu descritto minutamente dai cronisti dell’epoca: era il 9 giugno 68. Con la morte di Nerone, all’età di trent’anni e sei mesi, si concluse il ciclo della famiglia giulio-claudia, iniziata da Ottaviano e continuata da Tiberio, Caligola e infine da Nerone, figlio di Agrippina Minore. Il Senato, sempre a seguito di votazione, stabilì che Nerone meritava la «damnatio memoriae».

La scomparsa di Nerone fu accolta da tutti con un senso di sollievo, come raccontò Tacito, ma mise in subbuglio le autorità e soprattutto le legioni che erano sparpagliate nell’immenso territorio dell’Impero. In quell’occasione, dalle autorità furono esaminate attentamente due possibilità; nominare un membro di una famiglia al di fuori della dinastia giulio-claudia o dare al Senato quel potere decisionale sulla scelta, che fino ad allora gli era stato negato.

L’aristocrazia finalmente decise e, dopo un plebiscito, Servio Sulpicio Galba, Governatore della Spagna Tarraconense, con il quale si erano schierati il Governatore delle province occidentali e il prefetto pretorio Ninfidio Sabino contro Nerone, fu proclamato Imperatore, con l’approvazione delle legioni di stanza in Hispania.

Galba, informato della morte di Nerone e della sua elezione, riunì le sue truppe e si diresse verso Roma, dove giunse nell’ottobre 68. In quel periodo, la situazione nell’Urbe era caotica, in mano a una massa di ladri e saccheggiatori che erano il terrore per la popolazione. E, inoltre, questa peggiorò ancora quando Galba ebbe la cattiva decisione di sciogliere la Legio I Adiutrix, nata per volere di Nerone, tanto che questa reagì in malo modo e finì con un massacro, nei pressi di Ponte Milvio, che ci concluse con la morte di 700 dei suoi soldati. Per di più, il Governo di Galba si dimostrò troppo autoritario ed eccessivamente severo, e, oltre tutto, essendo lui vecchio, offriva poche garanzie per il futuro; per questo nacque il malcontento fra i suoi sostenitori e fu messo in cattiva luce nei confronti delle sue truppe; ma ciò che maggiormente incise in senso negativo nel seguito fu il disconoscere le promesse, fra cui le donazioni per i suoi soldati, che ne avevano caldeggiato l’ascesa al trono, prima della sua nomina; furono talmente contrariati al punto non solo di deporlo, ma addirittura di eliminarlo.

Infatti, Galba fu ucciso il 9 gennaio 69 e sostituito da Otone dalla guardia pretoriana, con l’appoggio del Senato, anche se non del tutto d’accordo, giacché preferiva Galba. E anche nella Germania Inferiore la scelta di Otone non era piaciuta, tanto che le legioni avevano proclamato Imperatore il loro comandante Vitellio; nemmeno alla popolazione piaceva Otone e, quando si venne a conoscere la faccenda di Vitellio, questa si arrabbiò ancora di più, convinta che entrambi fossero inadatti a coprire quella carica.

Con la fine di Galba, il trono di Roma fu libero, per cui Otone ne approfittò per farsi eleggere Imperatore. Costui era un membro di una famiglia equestre, che in precedenza aveva avuto un importante ruolo al Governo, anche perché faceva parte dei fedeli di Nerone; anzi, era qualcosa di più, giacché è stato riportato che avesse dato il suo contributo nell’uccisione della madre Agrippina. Ma il buon rapporto si era rotto quando Nerone si era preso una cotta per la moglie, Poppea Sabina, di Otone, per cui, per liberarsi di lui e toglierselo dai piedi, lo aveva promosso Governatore della Lusitania, dove era rimasto per dieci anni.

Otone fu accettato dalla plebe e si adoperò per cancellare la «damnatio memoriae» di Nerone, facendo riprendere le cariche precedenti ai funzionari e ai liberti neroniani, che erano stati licenziati da Galba e, oltre a ciò, decise di completare la Domus Aurea, che con la morte di Nerone era rimasta incompiuta, stanziando allo scopo l’enorme somma di 50 milioni di sesterzi.

Insomma, pareva che l’ascesa al trono di Otone avesse tranquillizzato la popolazione, ma questa non piacque alle legioni che erano di stanza in Germania, sul fiume Reno, tanto che preferirono nominare Imperatore il loro comandante Aulo Vitellio, fedele di Nerone. Egli accettò e, a capo dei suoi soldati si diresse verso l’Italia; giunto nella località Bedriaco nei pressi di Cremona, si scontrò con le truppe di Otone, sconfiggendole. Dopodiché egli salì sul trono. Il vinto decise per il suicidio, che avvenne il 16 aprile 69 e fu raccontato da Svetonio.

Ma, come capita sempre, quando si fa qualcosa c’è sempre qualcuno che resta insoddisfatto: infatti, questa volta toccò alle legioni stanziate in Oriente e nei territori danubiani a esprimere il loro disappunto, ritenendo che la persona più adatta a governare l’Impero fosse il loro comandante Tito Flavio Vespasiano. Questi, a suo tempo, era stato inviato da Nerone a reprimere un’insurrezione di Ebrei. Qui, dopo aver completato quanto richiesto con l’appoggio del figlio Tito, venuto a conoscenza di ciò che stava accadendo in patria, con il suo esercito ritornò in Italia, dove avvenne uno storico scontro con le truppe di Vitellio, che furono sconfitte. Insomma, un solo anno, il 69 dopo Cristo, vide sul trono dell’Impero Romano ben quattro Imperatori (Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano), situazione che creò insicurezza nello Stato e malcontento nella popolazione, tanto che fu ricordato dagli storici come un’enorme disgrazia, con tanti morti e feriti e definito «annus horribilis».

Solamente con l’avvento di Vespasiano ebbe inizio un periodo che lo cancellò, dando il via alla dinastia flavia che continuò, dopo Vespasiano, con Tito e Domiziano.

(maggio 2026)

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