Un Maestro del Novecento Fiorentino
Grande patriota e illustre costituzionalista: Giuseppe Maranini (1902-1969)

Il mondo accademico italiano è stato contraddistinto da una lunga serie di contributi che hanno lasciato un segno perenne nella storia universitaria dello Stato attraverso il loro insegnamento, soprattutto per il tramite di un’importante produzione di pubblicazioni. Nell’ambito di questi protagonisti della grande cultura, con riguardo specifico a quelli delle scienze politiche e sociali, un ruolo importante compete a Giuseppe Maranini, insigne giurista, uomo politico e cattedratico all’Università di Perugia sin dal 1928, professore ordinario dal 1933, titolare di Diritto Internazionale dal 1940 nell’antica e prestigiosa Facoltà «Cesare Alfieri» di Firenze, e nel ventennio 1949-1968 Preside della medesima, coniugando l’incarico con quelli per le cattedre di Diritto Costituzionale, Diritto Pubblico Comparato, Dottrina dello Stato, Storia delle Costituzioni, e con una lunga milizia giornalistica, esercitata prioritariamente per «Il Resto del Carlino» di Bologna, per «La Nazione» di Firenze, e per «Il Corriere della Sera» di Milano, dove fu celebre editorialista.

Nel 1919, alla giovanissima età di studente diciassettenne, prese parte all’Impresa Fiumana di Gabriele d’Annunzio, che avrebbe lasciato una traccia perenne nelle sue esperienze successive, assieme a quella mutuata dal pensiero di Gaetano Mosca, illustre Maestro di Storia delle Dottrine Politiche. Questi momenti qualificanti ebbero un ruolo non marginale negli ulteriori periodi di riflessione, con riguardo prioritario alla genesi dell’idea di «partitocrazia» quale modulo contrario alla priorità di un autentico «Governo del popolo», di una corretta e funzionale divisione dei poteri, e al ripudio della bassa politica, governata da interessi piuttosto che da valori. Giova aggiungere che l’incarico del 1933 gli venne conferito per «motu proprio» del Capo del Governo Benito Mussolini, con chiaro riferimento alle critiche di Maranini nei confronti dell’Italia liberale – rivolte in tempi largamente successivi anche a quella repubblicana – nonché alla «chiara fama» del professore, senza dire dei vecchi meriti socialisti paterni.

Acuto critico della cosiddetta «democrazia aritmetica» con particolare riguardo, per l’appunto, a quella partitocratica del dopoguerra, non ebbe remore nel criticare anche la Costituzione del 1948, definendola «un catalogo di buoni propositi» e ravvisando in parecchi dei suoi disposti diverse antinomie analoghe a quelle che avevano caratterizzato le vecchie esperienze liberali. Non a caso, nel 1965 avrebbe fondato il Gruppo di «Alleanza Costituzionale» assieme a Giuseppe Pella, Silvano Tosi, Vezio Crisafulli e Salvatore Valitutti, peraltro senza molta fortuna. Non serve aggiungere che verso la fine degli anni Trenta aveva preso le distanze dal fascismo nonostante le primigenie e convinte simpatie, affievolite per l’avvento delle leggi razziali (1938), e sostituite soltanto nel dopoguerra dall’avvicinamento al socialismo democratico in chiave autonomista e filo-occidentale, facente capo a Giuseppe Saragat.

Nel 1926, unitamente alla consorte Elda Bossi, con cui si era unito in matrimonio dopo un fidanzamento di 10 anni, iniziato prima dell’esperienza fiumana, aveva fondato a Firenze la Casa Editrice «La Nuova Italia», a dimostrazione di una spiccata propensione a unire il pensiero all’azione, e di un sodalizio affettivo che si sarebbe protratto per tutta la vita. Dalla moglie, del resto, ebbe alacre supporto anche nella gestione della sua esperienza universitaria, tradotta in un insegnamento che poteva contare su presenze oltremodo numerose di studenti, con alcuni dei quali avrebbe dato vita a una delle sue creazioni più originali: la «Scuola parlamentare» istituita nell’ambito della Facoltà fiorentina, con l’importante supporto del Professor Silvano Tosi, primo titolare della nuova Cattedra di Diritto Parlamentare e artefice di importanti conferenze a iniziativa della scuola stessa, non senza ragguardevoli presenze di un qualificato momento politico, con effetti promozionali di notevole valore mediatico.

Al contrario, nella scelta dei testi monografici per i corsi che teneva annualmente, con particolare riguardo a quelli di carattere storico-giuridico, preferiva dare priorità a quelli riguardanti materie più datate, come le vicende costituzionali veneziane, o al massimo quelle dottrinarie e legali della Rivoluzione Francese, lasciando quant’altro alla sua ricca produzione scientifica. Nondimeno, era intransigente nella difesa dell’oggettività, quale canone essenziale della storiografia e della docenza, come accadde in occasione del «colloquio» sull’esperienza federativa jugoslava organizzato dalla Scuola Parlamentare verso la fine degli anni Cinquanta, quando l’iniziativa fu caratterizzata da alcuni notevoli dissensi, peraltro consentiti da Maranini in omaggio alla libertà di pensiero che costituiva un punto fondamentale della sua filosofia di comportamento e di azione. Da questo punto di vista, aveva conservato un chiaro orientamento di fondo liberale, riveduto e corretto in chiave più spiccatamente «democratica», ma nello stesso tempo, senza rinunciare a un riferimento prioritario: quello ai valori essenziali dell’italianità.

In buona sostanza, fu pensatore e commentatore politico in grado di promuovere riflessioni non effimere, come quella concernente la citata «Dittatura d’Assemblea» che avrebbe costituito, a suo giudizio, un limite di particolare rilievo nell’esperienza delle democrazie moderne: quelle democrazie, o presunte tali, che del resto, per loro stessa natura e dimensioni non avrebbero potuto iterare i fasti di analoghe istituzioni dell’antica «polis», quantunque condizionate dalle forti antinomie tra le singole città elleniche, ivi comprese quelle di carattere bellico. Maranini si rendeva conto degli aspetti sostanzialmente deontologici assunti dal suo pensiero nella dialettica italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, ma non per questo abbassava la bandiera del suo idealismo, per cui cercava spazi maggiori sia nel mondo accademico, sia in quello giovanile, sempre convinto, se non altro, di dover lasciare un messaggio destinato a germogliare in un futuro migliore. Da questo punto di vista, e tenuto conto delle lunghe vicissitudini che avrebbero fatto seguito alla sua scomparsa, allo stato attuale delle cose resta un illustre e generoso esempio di speranze tuttora in sonno.

Opere maggiori del Maestro Giuseppe Maranini

Le origini dello Statuto Albertino (tesi di laurea), Firenze 1926.

La Costituzione di Venezia dalle origini alla serrata del Maggior Consiglio, volume I, Venezia 1927.

La Costituzione di Venezia dopo la serrata del Maggior Consiglio, volume II, Venezia 1931.

Classe e Stato nella Rivoluzione Francese, Perugia 1935.

Dallo Statuto di Carlo Alberto alle leggi costituzionali del fascismo, Firenze 1938.

Utopia dopo la Rivoluzione, Roma 1945.

Socialismo non stalinismo (prefazione di G. Saragat), Firenze 1949.

Miti e realtà della democrazia, Milano 1958.

La Costituzione che dobbiamo salvare, Milano 1961.

Il tiranno senza volto, Milano 1963.

Storia del potere in Italia (1848-1967), Firenze 1967.

Lettere da Fiume alla fidanzata (postuma), Milano 1973.

La Costituzione degli Stati Uniti d’America (postuma), Cosenza 2003.

Npta bene – La produzione scientifica del Maestro è arricchita dagli innumerevoli contributi giornalistici a sua firma, con priorità per i quotidiani di cui a precedente riferimento, e per parecchie riviste giuridiche e storiografiche.

(febbraio 2026)

Tag: Carlo Cesare Montani, Giuseppe Maranini, Benito Mussolini, Giuseppe Pella, Silvano Tosi, Vezio Crisafulli, Salvatore Valitutti, Giuseppe Saragat, Elda Bossi Maranini, Università di Perugia, Università di Firenze – Facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri, Resto del Carlino, La Nazione, Corriere della Sera, Partitocrazia, Costituzione Italiana del 1948, Alleanza Costituzionale, Editrice La Nuova Italia, Scuola Parlamentare di Firenze, Rivoluzione Francese, Dittatura d’Assemblea.