Osimo: l’iniquo trattato italo-jugoslavo del 1975 con cessione gratuita dell’ultima terra istriana: punto senza ritorno della rinunzia
Una ferita mai rimarginata, una resa senza onore

La storia italiana, ivi compresa quella dell’abbondante secolo e mezzo trascorso dalla prima realizzazione del disegno unitario, è stata contraddistinta da parecchi momenti difficili, nell’ambito di una continuità che induce riflessioni non effimere. Prescindendo dagli eventi naturali e facendo riferimento alle sole vicende di prioritaria valenza strategica, basti pensare alla conquista di Roma del 1870, quale risultato contestuale alla sconfitta senza appello di Napoleone III, massimo difensore dello Stato Pontificio di Pio IX; al disastro epocale di Adua, che nel 1896 parve chiudere le prime esperienze coloniali del giovane Regno d’Italia; alla grande tragedia nazionale di Caporetto, che nel 1917 avrebbe rischiato di consegnare il Paese al secolare nemico austriaco e agli avversari del Risorgimento; all’ultimo biennio del Secondo Conflitto Mondiale, quando buona parte del territorio metropolitano fu coinvolto in una terribile guerra civile.

Non basta. In tempi successivi, dopo un primo quindicennio di rapporti pressoché inesistenti, fatta eccezione per gli annunci «patriottici» di Palmiro Togliatti nei primi anni del dopoguerra, e le intese del 1957 sulla pesca in Adriatico[1], una svolta sostanziale si ebbe nel 1959 col viaggio a Belgrado del Sottosegretario Alberto Folchi, che alla fine della missione si sarebbe recato a Brioni per incontrarsi con Tito, onde affrontare il problema delle minoranze, stipulare intese commerciali e culturali, avviare trattative per la definizione delle acque territoriali, e raggiungere un accordo per il rientro delle spoglie di tanti caduti italiani. Tre anni dopo, la costituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia diede nuove e ampie prospettive alle predette intese, e nel 1969 la prima visita ufficiale di un Capo dello Stato Italiano in Jugoslavia, effettuata da Giuseppe Saragat col conferimento a Tito della massima onorificenza repubblicana, ma senza Bandiere tricolori, avrebbe costituito un «sigillo di pacifica convivenza pur nei diversi sistemi» e, come tale, «un esempio unico al mondo».

Questi momenti avevano tratto origine da situazioni oggettivamente complesse, che pur nella diversità totale delle circostanze non impedirono all’Italia di «risorgere» in maniera compiuta, e alla fine di trovare nell’eroismo di pochi e nella poliedrica volontà popolare gli spunti per un avvenire migliore. Al contrario, con gli Atti di Osimo compiuti nel 1975, e con i loro effetti a lungo termine, non accadde alcunché di tutto questo: in realtà, si scrisse una nuova pagina particolarmente opinabile, riassunta in un fatto che non era mai accaduto nella storia unitaria italiana: la rinunzia senza contropartite a una quota del territorio nazionale, costituita dall’intera Zona «B» del cosiddetto Territorio Libero di Trieste, con l’appendice di una piccola porzione della Zona «A». Non serve aggiungere che con la firma del 10 novembre 1975 si diede luogo a un rilevante supplemento dell’esodo, cui furono costretti coloro che avevano confidato sino all’ultimo in una soluzione favorevole, avallata dalla permanenza della sovranità italiana sulla stessa Zona «B» pur contestuale alla momentanea occupazione jugoslava.

In alcune esegesi storiche è stato affermato che la genesi di Osimo fu piuttosto lunga, con almeno un settennio di laboriose trattative. Nella realtà, si ebbero soprattutto contatti interlocutori, in specie nella Conferenza di Ragusa del marzo 1973 con l’intervento del Ministro Giuseppe Medici, mentre la svolta veramente decisiva avvenne il 20 giugno 1975 a Brioni, con l’incontro di Tito e del Segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer.

Questo cordialissimo evento ebbe luogo ad appena cinque giorni dal grande successo comunista nelle elezioni italiane, dove il partito aveva raggiunto il suo massimo storico, pari a oltre un terzo dei voti. A quel punto, non fu necessario molto tempo: in ottobre il testo del trattato era già stato predisposto dall’apposita Commissione mista presieduta per l’Italia da Eugenio Carbone (alto dirigente del Ministero per l’Industria) e per la Jugoslavia da Boris Snuderl (esponente della Camera Federale per l’Economia) con l’oculata regia del Presidente del Consiglio, Aldo Moro.

Il mondo diplomatico, diversamente dalla prassi ordinaria, era stato estromesso dai negoziati tanto da indurre, in segno di protesta, le motivate dimissioni dell’Ambasciatore Giovanni Giuriati. Nondimeno, la ratifica sopravvenne da parte italiana, e subito dopo anche da parte jugoslava, soltanto agli inizi del 1977, quando il trattato raggiunse la piena operatività a far tempo dal successivo 3 aprile, allorché ebbe luogo lo scambio degli Atti di approvazione.

Secondo logica, in Jugoslavia non si ebbero opposizioni, che in Italia furono circoscritte ai soli Senatori e Deputati del Movimento Sociale guidati da Giorgio Almirante, e a cinque parlamentari dissidenti: i democristiani Giacomo Bologna, Giuseppe Costamagna e Giorgio Tombesi (prontamente deferiti ai probiviri del partito per il giudizio di espulsione); il liberale Luigi Durand de la Penne; il socialdemocratico Fiorentino Sullo. Peraltro, una quota assai ragguardevole di parlamentari si astenne, uscendo dall’Aula al momento del voto: la disciplina partitocratica aveva avuto il sopravvento, anche tra alcuni alti esponenti giuliani, ma parecchie coscienze in sofferenza cercarono di salvarsi con la fuga.

Le argomentazioni a supporto della firma furono parecchie: tra l’altro, venne detto che l’Italia avrebbe dovuto pagare il prezzo della guerra perduta, ma tale affermazione era oggettivamente opinabile, perché ininfluente circa le sorti specifiche della Zona «B» e a più forte ragione perché l’Italia, oltre a cedere una quota importante del suo territorio, aveva già sborsato 125 milioni di dollari a titolo di riparazione, e aveva dovuto spostare le fortificazioni militari a ridosso del confine, portandole alla distanza di almeno 15 chilometri, parimenti statuita. Analogamente, fu affermato che non esistevano alternative, mentre un ventaglio di opzioni era suscettibile di ragionate richieste: a esempio, sarebbe stato possibile promuovere quella del plebiscito, e soprattutto si sarebbero potute conservare le condizioni iniziali, che a posteriori avrebbero potuto indurre un risultato certamente migliore, al pari di quanto accadde per la «soluzione» del problema tedesco nell’ottica quarantennale.

Sarebbe stato necessario un atteggiamento maggiormente realistico, ma non fu possibile perseguirlo, da un lato per la sostanziale «rassegnazione» della classe politica italiana, e dall’altro per le sfavorevoli condizioni internazionali, a iniziare dall’atteggiamento degli Stati Uniti che continuavano a onorare Tito quale campione dei «non allineati» e di una rottura con Mosca mai chiara e veramente definitiva, e a ben vedere, improntata a scelte strumentali. Dal canto suo, il Regno Unito non era da meno, in quanto condizionato oltre misura dalle scelte compiute durante la guerra in favore di Tito e del suo regime, e in senso decisamente contrario a qualsivoglia opzione alternativa, iniziando da quelle dei «cetnici» croati e dei loro alleati sloveni. Ciò, senza dire della pubblica opinione italiana che, alla stregua di quanto eccepito da sinistra, mise in evidenza come Osimo fosse stato privo di reazioni importanti, e tanto meno maggioritarie, dimostrando che il popolo italiano non si lasciava «incantare da sollecitazioni sentimentali». In effetti, l’avanzata di consumismo, edonismo e individualismo, resa più concreta dalle suggestioni della «solidarietà nazionale» connessa all’avanzata del Partito Comunista Italiano, avrebbe finito per portare nuovi argomenti, sia pure labili, al concerto degli «osimanti».

Oggi, queste considerazioni appartengono alla storia, anche a prescindere dal fatto che Slovenia e Croazia sono entrate in Europa durante il nuovo millennio, avendo trovato pronta e gratuita accoglienza da parte italiana, sebbene l’occasione fosse idonea per adeguate rinegoziazioni delle vecchie intese, se non altro a proposito dei beni «abbandonati» dagli esuli, di un’adeguata tutela dei sepolcri italiani presenti nei 300 cimiteri rimasti oltre confine, e di intese umane, giuridiche e civili conformi a un autentico spirito cristiano troppo spesso disatteso. Trascorso un cinquantennio da Osimo[2], gli effetti dei suoi Accordi senza dubbio infausti costituiscono un «vulnus» permanente, anzitutto sul piano etico, non certo cancellato dalla scomparsa di buona parte degli esuli e dalla maturazione di una nuova coscienza politica italiana, conforme alla consapevolezza di propri doveri e diritti, non meno prioritari e non meno meritevoli di adeguate tutele, o quanto meno di rispetto.

Duemila anni or sono, Eraclito aveva scritto che «tutto scorre e nulla permane». L’assunto è certamente valido anche per il Trattato di Osimo, che peraltro continua a sussistere in talune statuizioni penalizzanti per l’Italia, con particolare riferimento al passaggio di sovranità a favore della Jugoslavia sull’intera Zona «B» del mai costituito Territorio Libero di Trieste, e persino sulla piccola porzione di Zona «A» riguardante l’agro di Albaro Vescovà, a monte di Muggia. Ciò, sebbene diverse iniziative faraoniche programmate nel 1975 siano rimaste sulla carta, come quelle della gigantesca idrovia che avrebbe dovuto unire l’Adriatico al bacino del Danubio, e dell’altrettanto vasta Zona Industriale mista sul Carso, di cui era stata programmata la creazione nell’immediato retroterra del capoluogo giuliano, con quali effetti ambientali è facile immaginare.

All’inizio degli anni Novanta, con la crisi ormai irreversibile della ex Jugoslavia, e con l’avvento delle nuove Repubbliche indipendenti, erano sorte ipotesi innovatrici come quella dell’autonomia speciale istriana, finalizzata a miglior tutela della minoranza italiana e dei suoi valori civili e culturali, ma alla fine quelle istanze sono andate a convergere nella più generica prospettiva europea, tanto più che la consistenza quantitativa della predetta minoranza si ragguaglia a livelli minimi anche rispetto alle presenze di altre nazionalità diverse da quelle croate o slovene. In buona sostanza, allo stato attuale dei fatti le decisioni assunte col trattato del 1975 sono cristallizzate nella realtà istituzionale, confermando i trasferimenti di sovranità che ebbero luogo a Osimo, e nello stesso tempo, evidenziando la permanente subordinazione di parte italiana a decisioni espresse in una vecchia stagione del «secolo breve» a tutto vantaggio delle nuove Repubbliche ex Jugoslave[3].


Note

1 Le intese per la pesca si sarebbero rivelate estremamente labili per tutto lo scorcio del «secolo breve» con frequenti sequestri dei pescherecci italiani, culminati nel 1986 con la proditoria uccisione del pescatore gradese Bruno Zerbin, mortalmente colpito a bordo della propria unità dai colpi sparati per opera di una motovedetta slava mentre il suo natante si trovava in acque territoriali proprie. Si trattò di un vero e proprio delitto, ma il caso venne chiuso in tutta fretta, con un ulteriore episodio di subordinazione italiana compiuto a oltre un quarantennio da fine guerra, mentre la Jugoslavia era sull’orlo del suo definitivo collasso.

2 Il Segretario Generale della Farnesina, Ministro Plenipotenziario Riccardo Guariglia, presentando l’iniziativa assunta dal Ministero degli Esteri in occasione del cinquantenario di Osimo, ha definito il trattato come «atto di doloroso pragmatismo» compiuto alla conclusione di un percorso che nel 1954 aveva visto il ritorno di Trieste all’Italia, e che aveva coinciso, peraltro, col «sacrificio degli esuli istriani e dalmati che persero l’occasione» di recuperare la propria terra e i propri beni, abbandonando tutto e trovando «scarsa solidarietà nell’Italia repubblicana» cui si è posto rimedio almeno parziale con l’istituzione del «Giorno del Ricordo» avvenuta nel 2004. Il Segretario Generale ha aggiunto che nella circostanza si mise a punto uno strumento idoneo a cancellare «una ferita che sanguinava da troppo tempo» provvedendo a costituire non già un segno di sconfitta, ma un significativo esempio di pace, da assumere come paradigma di riferimento anche in altre parti del mondo interessate al problema delle minoranze: gli strumenti dialettici della diplomazia sono sempre funzionali!

3 Per un esame più esauriente della materia, confronta Carlo Montani, Il Trattato di Osimo (10 Novembre 1975), Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Comitato provinciale di Firenze, con premessa della Presidente Sira Leghissa e prefazione di Paolo Venanzi, Direttore de «L’Esule», Firenze 1992, 96 pagine. A ulteriore approfondimento per opera dello stesso Autore, confronta Venezia Giulia Istria Dalmazia: Pensiero e Vita morale – Tremila anni di storia – Antologia critica e cronologia, Aviani & Aviani Editori, Udine 2021, pagine 207-227 e 336-337. Nell’ambito bibliografico confronta anche: Italo Gabrielli, Venezia Giulia Istria Dalmazia – Diritti negati – Genocidio programmato, Edizioni Lithos Stampa, Pasian di Prato 2011, 160 pagine (Gabrielli fu promotore, tra l’altro, di un intervento presso Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio, Ministri Sottosegretari di Stato, e i circa 1.000 Parlamentari in carica, finalizzato a disattendere l’avallo al trattato: quasi nessuno rispose).

(dicembre 2025)

Tag: Carlo Cesare Montani, Trattato di Osimo, 10 novembre 1975, Territorio Libero di Trieste, Giuseppa Saragat, Eugenio Carbone, Boris Snuderl, Aldo Moro, Giovanni Giuriati.