Il PCI e l’URSS da Togliatti a Berlinguer
Breve sunto sui rapporti tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica

I comunisti italiani furono diversi dai loro omologhi dell’Est? Sì e no, si potrebbe affermare. La risposta è difatti determinata soprattutto dal rapporto che questi ebbero con l’Unione Sovietica, che variò molto in base ai diversi periodi storici.

Se si analizza l’atteggiamento dei comunisti italiani riguardo all’URSS, a partire dagli anni Quaranta, si può notare una forte subordinazione nonché ammirazione verso quest’ultima. Questo era dovuto non solo al fatto che l’Unione Sovietica rappresentava lo Stato in cui la prima Rivoluzione Comunista aveva avuto successo, ma anche perché era il Paese che aveva sostenuto il peso maggiore nella lotta contro il Nazismo. Così, in un articolo intitolato Saluto ai nostri amici e alleati della Jugoslavia, pubblicato a metà ottobre del 1944 su «La Nostra Lotta» dalla Direzione Nord del Partito, vi si poteva leggere che «grazie agli sforzi e alle vittorie di Tito e dei suoi soldati; sarà tutto il popolo italiano che si collegherà, attraverso i popoli balcanici, alla grande Unione Sovietica che è stata, è e sempre più sarà, faro di civiltà e di progresso per tutti i popoli». Mentre in occasione della morte di Stalin, si poteva leggere sulle pagine dell’«Unità»: «Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».[1]

Nel corso del tempo, tuttavia, questo «legame di ferro» tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica cominciò ad attenuarsi. Ciò fu dovuto sia al fatto che il Partito Comunista Italiano si trovò a dover operare in un contesto democratico, sia perché l’immagine dell’Unione Sovietica come «Paradiso dei Lavoratori» cominciò a offuscarsi a causa degli avvenimenti accaduti in URSS (basta pensare alla destalinizzazione operata da Krusciov o alla diffusione all’estero delle testimonianze di oppositori politici sovietici). Così, se durante la repressione della Rivoluzione Ungherese del 1956 il gruppo dirigente comunista italiano approvò l’intervento sovietico, nel 1968 invece manifestò dissenso verso la soppressione della Primavera di Praga. Ciò, tuttavia, non implicava alcuna rottura col regime, come ebbe a sottolineare il Segretario del Partito Luigi Longo, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, in cui invitava a fare «distinzione tra la critica ad un atto pur così grave ed il rapporto fraterno che continua ad unirci all’URSS e a tutti i Paesi Socialisti». Anche in seguito, del resto, la presa dell’Unione Sovietica verso il Partito Comunista Italiano rimase forte. [2]

I dirigenti del Partito Comunista Italiano si trovarono perciò a operare attraverso due opposte tendenze: da un lato, l’esigenza di rimanere legati all’Unione Sovietica e a tutto ciò che rappresentava; dall’altro, la necessità di differenziarsi da uno Stato dittatoriale e oppressivo. Così si possono spiegare i pronunciamenti apparentemente contraddittori di Enrico Berlinguer: se in occasione del XIV congresso del Partito Comunista Italiano nel 1975, il Segretario del Partito Comunista ebbe a ribadire la superiorità del modello comunista («Mentre i lavoratori dei Paesi Capitalistici sono duramente colpiti dall’aumento della disoccupazione e del carovita, nei Paesi Socialisti si registrano ulteriori miglioramenti nel tenore di vita dei popoli e nel loro sviluppo civile e culturale. È un fatto dunque: nel mondo capitalistico c’è crisi, nel mondo socialista no […] è inoltre quasi universalmente riconosciuto che in quei Paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite dal decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione»), nell’intervista rilasciata al giornalista Giampaolo Pansa per il «Corriere della Sera» nel 1976 dichiarò invece di trovarsi più sicuro stando sotto l’ombrello della NATO («Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento […] Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando qua…»).

Simile antinomia la si può rilevare anche nell’intervista che Enrico Berlinguer rilasciò alla giornalista Oriana Fallaci per il «Corriere della Sera» nel 1980. Nella conversazione, Berlinguer non aveva mancato di lanciare dure critiche all’Unione Sovietica («Un regime che non garantisce il pieno esercizio della libertà»), eppure continuò a ribadire la sua intenzione di non giungere a uno strappo con l’URSS («L’indipendenza del Partito Comunista Italiano [dall’Unione Sovietica] è diventata sempre più evidente. Tuttavia non vogliamo rompere»). Questa decisione la si può spiegare con il mito che la Rivoluzione d’Ottobre continuava ad avere tra molti militanti del Partito e che, come s’intravvede nell’intervista, era condiviso dallo stesso Berlinguer: «Rifiutiamo di considerare l’Unione Sovietica solo per i Gulag e gli ospedali psichiatrici… è vero che nell’Unione Sovietica vi sono state pagine nere, delitti terribili, ma io non dimentico che là è avvenuta la prima rivoluzione vittoriosa dei poveri, degli sfruttati, che lì sono avvenute delle grandi conquiste sociali».

Anche dopo che, in seguito alla presa del potere del Generale Jaruzelski in Polonia nel 1981, Berlinguer ebbe a condannare duramente il colpo di Stato, dichiarando anche che «la capacità propulsiva di rinnovamento della società, o almeno di alcune società, che si sono create nell’Est Europeo, è venuta esaurendosi», il Segretario del Partito continuerà a rimarcare l’importanza dell’URSS, tanto da affermare nel gennaio del 1982 che «l’Unione Sovietica rappresenta un contrappeso alla forza e all’aggressività dell’imperialismo americano».

Enrico Berlinguer, oltre che per il «Compromesso Storico», è noto per essere stato un forte promotore dell’«Eurocomunismo» che si distanziasse sia dal modello americano che da quello russo. Eppure, la mancata rottura con l’Unione Sovietica sarà uno dei principali ostacoli al raggiungimento della «Terza Via» e, paradossalmente, il fallito strappo con l’URSS sarebbe stato visto in futuro come una «vergognosa macchia» nella storia del Partito Comunista Italiano.


Note

1 Non si può addurre, come fatto da taluni, all’ignoranza dei crimini staliniani per spiegare simili tributi a Stalin: Palmiro Togliatti e altri dirigenti comunisti erano stati testimoni a Mosca delle «Grandi Purghe», mentre negli anni immediatamente successivi al dopoguerra si era assistito alla trasformazione delle «democrazie popolari» nell’Europa dell’Est.

2 Basta pensare all’episodio dell’espulsione di Alexander Solzhenitsyn: Giorgio Napolitano, all’epoca presidente della Commissione culturale del Partito, aveva inviato una nota di critica ai Sovietici verso quest’atto; ma dopo che quest’ultimi ribadirono la condanna dello scrittore, Napolitano pubblicherà un articolo sull’«Unità» in cui, pur avanzando qualche distinguo, giustificava la decisione sovietica.

(agosto 2025)

Tag: Mattia Ferrari, Partito Comunista Italiano, Unione Sovietica, Palmiro Togliatti, Stalin, Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Rivoluzione Ungherese, Primavera di Praga, Giorgio Napolitano, Alexander Solzhenitsyn, Giampaolo Pansa, Oriana Fallaci, Jaruzelski, Compromesso Storico, Eurocomunismo, Terza Via, Grandi Purghe, democrazie popolari.