I Guelfi Neri sono rimasti un tabù?
Non solo Cerchi e Donati. La Toscana dei cavalierati che fecero l’impresa

Per ragioni di studio sono andata qualche anno fa alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze a consultare le lettere di un pittore e scultore di Castelnuovo di Garfagnana, Giuseppe Pierotti, vissuto nel XIX secolo, celebre nella sua epoca e oggi pressoché dimenticato.

Mi sono imbattuta per la circostanza in una lettera che lui scrisse nel 1856 all’amico di lungo corso Gino Capponi, noto politico fiorentino di stampo cattolico liberale appartenente alla celebre famiglia che sin dal Medioevo aveva significativamente tracciato il percorso politico della Firenze storica.

La lettera in questione mi colpì particolarmente perché trattava di scavi archeologici relativi al 1200 e oggi non rinvenibili, con la descrizione dettagliata e illustrata di detti nutriti scavi da parte del pittore e scultore all’amico. Con all’interno una simpatica disputa tra i due relativa all’appartenenza alla rispettiva famiglia di un cavaliere ivi rinvenuto che Gino Capponi attribuiva al cavalierato di appartenenza della famiglia del pittore, mentre lo stesso sosteneva che si trattava di cavaliere appartenente al cavalierato di riferimento dei Capponi Fiorentini. Ora tutti sappiamo che il Tau fu a lungo guidato col ruolo di Gran Maestro dai Capponi medesimi, addirittura fino al 1500, fin quando riuscirono a combattere per poi doversi arrendere allo strapotere dei De’ Medici che ne decretarono lo scioglimento. Quale cavalierato era quello di riferimento del pittore? La domanda, sicuramente interessante, non tanto e solo per il cavalierato di appartenenza, che decretava l’antico retaggio della famiglia del Pierotti Garfagnino, ma soprattutto per le dinamiche politiche fiorentine e di riflesso toscane del periodo.

Ci sbracciamo tanto a parlare di Guelfi e Ghibellini senza forse conoscere davvero chi fossero e che cosa realmente riuscirono a fare nella loro epoca e anche in epoche successive.

L’opera più celebre del pittore e scultore Giuseppe Pierotti è dedicata alla morte di Corso Donati, il condottiero e uomo politico fiorentino a capo dei Guelfi Neri in Firenze. Quando Corso Donati si recò a Campaldino (la celebre battaglia celebrata da Dante Alighieri che era lontano cugino dei Donati medesimi pur essendo egli un Guelfo Bianco) si servì di cavalieri pistoiesi (era all’epoca il Donati gonfalone di Pistoia) ma anche lucchesi e di San Miniato al Tedesco, in provincia di Pisa, terra quest’ultima che a lungo appartenne ai territori lucchesi.

Chi erano davvero coloro che in questa impresa accompagnarono il capo dei Guelfi Neri nelle sue gesta? Questa potrebbe, il condizionale è d’obbligo, essere la ragione per cui il dipinto del pittore Giuseppe ritraeva proprio la vicenda di Corso Donati ed ebbe così largo seguito, vincendo un importante premio pittorico, nella sua epoca, a Milano.

In San Miniato al Tedesco nel periodo delle lotte tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, una famiglia aveva disertato Lucca e si era qui rifugiata: i Lambardi, che altri non erano che i Da Corvaia Lucchesi.

Proviamo a ricostruire con ragionamenti più che legittimi le vicende.

Intanto chi sono i Da Corvaia. Signori di Monte Magno o Manno, terra a cavallo tra Lucca e Versilia, che occuparono anche terre della Media Valle del Serchio e della Garfagnana, nonché i territori di Migliarino, San Rossore, imparentandosi come antica schiatta longobarda lucchese con l’altra schiatta longobarda del territorio, i Soffredinghi, Rossi di Anchiano e della Cune, liminari agli stessi.

Detta così la cosa può apparire banale ma stiamo parlando di famiglie longobarde che avevano nelle dinamiche del tempo il loro potere direttamente in Pavia, cui si collegavano le loro origini (Pavia, antica capitale del Regno Longobardo d’Italia) e che avevano costellato i loro territori di successi politici e militari nel corso del tempo.

Tra questi annoveriamo quelli della Casata dei Canossa, i più celebrati, che col loro antenato Sigifredo Atto, conte lucchese, si annoverava, a detta di alcuni storici del passato (Monsignor Giandomenico Pacchi e il Del Fiorentino) nella provenienza soffredinga.

All’epoca della disputa tra Guelfi e Ghibellini e poi successivamente tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri nella Firenze ormai divenuta punto di riferimento essenziale per la Toscana tutta, queste famiglie avevano dovuto lottare con i nascenti Comuni per tutelare i loro interessi. In particolare in Lucca tali Casate si allearono a più riprese con l’Imperatore per combattere i Comuni (guerre tra Lucca e Pisa, dove queste famiglie sostennero Pisa) e le stesse dinamiche si ripeterono anche ai tempi delle dispute tra Bianchi e Neri.

I Lambardi da Corvaia erano finiti in parte a San Miniato al Tedesco proprio per queste dispute e avevano preso il nome di Lambardi come spesso capitava in queste famiglie come ramo collaterale, sempre per prevenire ragioni politiche di disfacimento e conflittualità. A più riprese dunque Ghibellini piuttosto che Guelfi Neri (quelli più vicini al Papato). Avevano accompagnato Corso Donati a Campaldino? Probabile. E in Lucca chi poteva essere Guelfo Nero?

Quando dico «Lucca», naturalmente mi riferisco a Lucca e contado, non ultime le terre garfagnine da cui queste Casate provenivano. Perché, a esempio, i Da Corvaia furono presenti anche a Careggine, Alta Garfagnana. Quasi sicuramente i Da Corvaia, ma anche i Soffredinghi loro cugini, detti Rossi di Anchiano e della Cune, potevano esserlo.

Poteva la famiglia del pittore garfagnino far parte di questa cerchia? Probabile. Non dobbiamo farci ingannare dai patronimici, visto che erano spesso intercambiabili date le vicende molto complesse di queste Casate.

Sta di fatto che qualche anno dopo il famoso Castruccio Castracani degli Antelminelli, condottiero lucchese, per gli storici venuto dal nulla visto che suo padre era un uomo d’affari, diremmo noi oggi, e non un armigero, condusse le sorti della città delle Mura e non solo, anche perché voleva coinvolgere nei suoi progetti sia l’intera Toscana che tutta l’Italia Centrale. Solo la prematura scomparsa non glielo permise. Ora, detto Castruccio sicuramente non era venuto dal nulla. Anzi, aveva servito prima il Re Edoardo in Inghilterra come mercenario salvo poi allontanarsi da Londra per un fattaccio intercorso in un duello; e recarsi di riflesso a Parigi dove si mise a servizio del famigerato Filippo il Bello.

Successivamente presente in Italia, ormai apparentemente sganciato dal Sovrano Francese, per la precisione nel Nord Italia ai tempi in cui la sua città fu saccheggiata dal Pisano Uguccione della Faggiuola, nel 1314 (peraltro amico suo, Uguccione, per un certo periodo) che avrebbe rubato, il condizionale è d’obbligo, per l’occasione il tesoro personale dell’allora Pontefice Bertrand De Got, un Francese debole in quanto Francese, visto lo strapotere di Filippo il Bello, tesoro che il Pontefice medesimo aveva per necessità depositato per metà nella basilica di San Frediano a Lucca e per l’altra metà dai frati domenicani del convento lucchese di San Romano. Cosa peraltro mai provata davvero, il furto di Uguccione, e vicenda con molti buchi neri.

Ricostruiamo i fatti. Castruccio divenne armigero per suoi meriti ma anche perché trovò in Lucca il sostegno dei Da Corvaia, che gli fecero sposare la loro Pina (Pina o Pinna Da Corvaia). Con questo matrimonio i potenti Da Corvaia e dunque anche gli affratellati Soffredinghi Rossi di Anchiano e della Cune, si garantirono un posto al sole vista l’amicizia di Castruccio pregressa con Filippo il Bello? Bertrand de Got, lasciando il suo imponente tesoro in San Frediano, cadde in una trappola? Oppure era semplicemente asservito al Sovrano Francese dei Valois? La seconda ipotesi che ho detto è molto più probabile.

E lo è perché pur sciogliendo l’Ordine Templare proprio in quegli anni (1307) su sollecitazione del Sovrano Francese Filippo il Bello, permise ai Templari Lucchesi, come esplicita lo storico Mencacci in Templari a Lucca, di continuare a fare quanto avevano sempre fatto, «saecula saeculorum», dobbiamo aggiungere noi.

La Repubblica Lucchese rimase indipendente e Lucca, quella diplomatica prima ancora che quella dei suoi pur potenti uomini di affari, vinse la partita.

Non lasciamoci trarre in inganno dalla storiografia che li ha dipinti decadenti sul piano economico, questi banchieri. I banchieri lucchesi ancora nel Cinquecento erano molto potenti, al pari dei fiorentini, e sono i fatti a dimostrarlo, soprattutto nei loro rapporti con alcune Casate Europee, come ho potuto leggere e riferire.[1]

I Guelfi Neri del Duecento, quelli che servirono Corso Donati, che lo accompagnarono anche a Lucca e dintorni a Campaldino, quelli che poi riusciranno con queste manovre un po’ rocambolesche ma assolutamente mirate nei tempi successivi a gestire il sistema politico della loro città, Lucca in questo caso, pur non piantando mai in asso il Pontefice (sia Lucca che San Miniato al Tedesco rimasero importanti capisaldi vaticani) mantennero una loro autonomia gestionale, una loro indipendenza strutturale. Agostiniana? Probabile.

Nel Cinquecento infatti molte famiglie lucchesi aderirono al calvinismo. E i Lucchesi rimasti riuscirono proprio in questo frangente, a governare la Controriforma con un Ordine religioso cittadino creato «ad hoc», i Chierici Regolari Lucchesi della Madre di Dio, senza far intervenire nelle faccende private del territorio i potenti Padri Gesuiti che qui mai approdarono.

Davvero il pittore e scultore garfagnino Giuseppe Pierotti nella frase all’amico Gino Capponi sul cavalierato di appartenenza degli scavi archeologici del 1200 a Castelnuovo Garfagnana rinvenuti nella lettera, cavaliere che era per l’occasione Tau, questo intendeva sottolineare? Possibile.

Non solo, ma possiamo ipotizzare che i riferimenti splendidi della sua pittura rivolti a Corso Donati e al suo decesso rimarcassero, nel XIX secolo, questa appartenenza. Che all’epoca era riconosciuta e apprezzata visto che il quadro e il pittore furono a lungo celebrati nel periodo, per poi essere, di fatto, dimenticati.

Del resto i Guelfi Neri, potenti e sorretti dalla volontà papale ancor più degli altrettanto potenti Guelfi Bianchi, non persero necessariamente il loro potere una volta sciolto l’Ordine Templare, cui molti di loro appartenevano. E continuarono nei secoli a sostenere la politica papale che non fu mai omogenea e tesa a rinverdire i fasti di una universalità che la Riforma Protestante mise in crisi ma mai rimosse davvero. Situazioni uniche ed emblematiche.


Nota

1 www.storico.org. Riferimenti in particolare ai banchieri Cavallari.

(agosto 2026)

Tag: Elena Pierotti, Guelfi Neri, Corso Donati, Dante Alighieri, Campaldino, Bertrand de Got, Filippo il Bello, Castruccio Castracani, Giuseppe Pierotti, Gino Capponi.