Una piazza e i suoi cavalieri templari
Da Lucca verso l’Italia e l’Europa

Tutti conoscono i principi romani Orsini. Che grazie a un matrimonio intercorso secoli addietro hanno incorporato l’eredità spirituale degli Aldobrandeschi. Questi ultimi si identificano con la Casata Longobarda Maremmana che diede i natali fra gli altri a Papa Gregorio VII, il celebre Pontefice della Riforma Gregoriana. Fu lui che vinse la battaglia contro l’Impero, umiliando Enrico IV, e peraltro fu cugino di Matilde di Canossa che, molto devota alla politica papalina, proprio a Canossa costrinse Enrico IV a sottomettersi a Papa Gregorio, almeno formalmente. Salvo poi l’Imperatore Enrico riprendere l’offensiva. Sono gli anni della lotta per le investiture, quando la Chiesa contendeva all’Impero questo potere. Vicende che hanno segnato non solo il nostro Paese, ma l’intera Europa.

Nella mia città, Lucca, una piazza indica da sola situazioni davvero uniche. È il caso di San Pietro Somaldi.

Una piazza con una chiesa fondata nell’Alto Medioevo secondo la tradizione da un cavaliere longobardo, Samuald, che le diede il nome.

Questa chiesa appartenne a lungo alla famiglia Aldobrandeschi che, longobarda e lucchese di origine, si stanziò poi nei territori maremmani.

Partirei da questo assunto per chiarire come i Longobardi, che tennero nel nostro Paese lo scettro del potere anche dopo la loro caduta, abbiano potuto nel corso dei secoli, grazie a potenti e agguerrite famiglie, gestire il potere politico in Italia e in Europa.

In Lucca a lungo nel Medioevo le terre maremmane erano rimaste di pertinenza della schiatta dei Soffredinghi, legatasi poi ai Da Corvaia, ma anche ai Della Gherardesca e, viste le ubicazioni cittadine, c’è da giurare anche agli stessi Aldobrandeschi che poi si recheranno in modo definitivo in Maremma e faranno del Sud della Toscana il loro feudo.

Presenti durante il Ducato di Tuscia fino a Roselle e all’Alto Lazio, vista la radicalizzazione sul territorio maremmano successiva degli stessi Aldobrandeschi, sostennero essi stessi la radicalizzazione.

Erano i Soffredinghi anche con questa Casata imparentati come capitò con i Della Gherardesca di cui abbiamo certezza dei rapporti parentali, come asserisce Monsignor Giandomenico Pacchi ricordando il matrimonio intercorso tra una di loro e un figlio del mitico conte Ugolino citato da Dante.

Quello che sappiamo con certezza è che la Piazza di San Pietro Somaldi in Lucca al suo intorno presenta diversi edifici. Analizzando le proprietà dei medesimi capiamo chi sul territorio avevano comunione i proprietari di tali edifici con gli Aldobrandeschi, e dunque con i Soffredinghi medesimi.

Una di tali famiglie era quella dei Bartolomei. Palazzo Bartolomei conserva una delle rare torri medievali in Lucca, e appartenne a una dinastia importante per il ruolo professionale della stessa: costruirono campane in tutta Italia, e in Lucca nelle principali chiese cittadine. Divennero nel Medioevo delle celebrità. Un loro erede fu il marchese Cesare Boccella, vissuto nel XIX secolo. Il marchese di madre faceva Bartolomei. Scrisse e pubblicò un enigmatico libro, dal titolo Il Templare. Molto contestato peraltro dai cittadini lucchesi. Non solo per il personaggio che lo redasse, il marchese Boccella appunto, che fu Gran Ciambellano del Duca Carlo Ludovico di Borbone-Parma e con lui convertitosi al Protestantesimo per un certo periodo, ma anche per il contenuto del libro.

Si tratta in effetti di un caso unico nel suo genere.

Il libro del marchese Boccella non è un fantasy, ma si riferisce a un caso preciso di un Templare lucchese che, dopo lo scioglimento dell’Ordine, si ritirò a vivere in un monastero cistercense ex benedettino nei pressi di Lucca, ossia in Badia di Cantignano, tra Lucca e Pisa. Si trattava di un nobile del luogo. Il marchese conosceva così bene il personaggio perché faceva capo alla sua stessa famiglia? Probabile.

E i Lucchesi non volevano guai. Per questo ostacolarono e boicottarono in tutti i modi possibili sia il marchese Cesare Boccella che la sua pubblicazione.

I Bartolomei erano vicini di casa di altre dinastie che possedevano gli altri palazzi della Piazza: una di queste la dinastia Cenami.

L’ufficialità li vuole mercanti lucchesi attivi dal secolo XIV in poi nell’Italia Centrosettentrionale, in Francia e nelle Fiandre. In realtà col nome di Cenamo nelle carte lucchesi sono indicati, a partire dal IX secolo, numerosi personaggi, che la storiografia locale ha cercato di ricollegare con i più famosi Cenami. Purtroppo la mancanza di indagini approfondite sulla società lucchese dei secoli precedenti non consente di delineare la storia della famiglia prima del 1308 quando, in seguito alla vittoria dei guelfi neri, furono cacciati dalla città insieme alle altre famiglie di parte bianca. Un caso questo? Probabilmente no. Non fu un caso che la storiografia non li abbia trattati. O che proprio in quella data fossero stati cacciati. Si recarono con molti altri Lucchesi a Venezia e qui fecero fortuna ulteriore con la seta.

Alcuni membri della famiglia sappiamo però che rimasero in Lucca. Nel 1310 troviamo un Nicolò di Cenamo abitante nella contrada di San Donato e un Nicolò di Ugolino abitante nella contrada di San Frediano. I Cenami comunque furono tra le famiglie presenti al giuramento di fedeltà a Giovanni di Lussemburgo Re di Boemia e figlio di Carlo nel 1331. Come i Bartolomei anche i Cenami furono, vista la loro ubicazione, e la loro storia, vicini all’Ordine del Tempio. E naturalmente ai potenti Aldobrandeschi. Seguire le loro tracce ci aiuta a identificare, per dirla con lo storico Mencacci «cosa davvero potettero continuare a fare gli ex Templari dopo lo scioglimento dell’Ordine», dal momento che gli ex Templari Lucchesi continuarono a fare quello che avevano sempre fatto senza subire particolari difficoltà dovute proprio a tale scioglimento.

Molto verosimile che anche i Cenami fossero dunque tra questi adepti.

Esaminiamo i fatti. Nicolò di Cenamo fu giudice e notaio; ebbe un figlio, Matteo, notaio, che divenne procuratore di Agnese, figlia del conte Campanari e moglie di Casereccio da Porcari, che poi sposò quando essa rimase vedova, divenendo così proprietario di un cospicuo patrimonio che alla sua morte lasciò al figlio Giovanni (1350), sul quale non possediamo ulteriori notizie.

Già il fatto che fosse Porcari terra cavalleresca per antonomasia, ex possedimento dello stesso Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, dove anche la famiglia Di Poggio cittadina era ben radicata, e dove Castruccio Castracani degli Antelminelli, di riflesso, con il matrimonio con una Da Corvaia, aveva radicalizzazione, la dice lunga sul percorso e la condizione delle famiglie della celebre piazza cittadina, con al centro gli Aldobrandeschi. E i Soffredinghi medesimi.

Dunque gli ex Templari erano davvero uomini di affari? Almeno nella città di Lucca? Parrebbe di sì.

Si legarono al Comune di Lucca. In particolare Nicolò di Ugolino fu «provisor gabelle» alle dipendenze del Comune medesimo.

Nella parte frontale della piazza di fronte alla chiesa i palazzi appartenevano sempre ai Cenami, visto che furono gli eredi di questi per politica matrimoniale, ossia i conti Spada, a vendere uno di questi palazzi agli attuali proprietari, in epoca più recente. Dunque una intera piazza con presenze secolari davvero specifiche.

Che cosa dovremmo pensare? Vale la pena seguire queste due famiglie, le loro gesta, per capire come poterono convivere con i potenti Aldobrandeschi che poi avranno un ruolo chiave in Maremma, non solo in epoca matildica con il celebre Papa Gregorio VII.

Le vicende dei Bartolomei si spostano anche a Firenze e nelle Marche, soprattutto a Urbino. Sembrerebbero originari della Germania. Alcuni di loro, uomini d’arme al soldo delle truppe imperiali. Divennero costruttori di campane per le chiese, specializzati come tecnici, diremmo noi oggi, in questo settore. La loro fama era generalizzata. E da lì a divenire dei cavalieri apprezzati il passo fu breve. Sicuramente la presenza della loro residenza principale in Lucca in San Pietro Somaldi indica tali appartenenze. Una fonte inesauribile, queste famiglie, di gloria imperitura.

I palazzi frontali rispetto alla piazza, sempre di loro pertinenza, venduti poi ad altri che facevano parte però nella cerchia cittadina di quei Chierici Regolari che nel Cinquecento sostituirono i Padri Gesuiti in città in modo definitivo e che fecero nel Seicento costruire una Madonna di Loreto perfettamente riprodotta con le vestigia palestinesi altrettanto ben riprodotte «in loco». Un legame, quello con la Terra Santa, che travalicava anche questa predilezione. Perché gli stessi furono i primi a tradurre il Corano in latino, segno evidente sia di conoscenza della lingua araba che di unione e frequentazione con quei siti e quei luoghi.

È un caso che la vendita delle abitazioni fatta dai Cenami-Spada e dai Bartolomei in San Pietro Somaldi fosse proprio a famiglie che gravitavano in quest’Ordine? Peraltro sorto su un precedente sito templare, in Corte Orlandini? Qui infatti la chiesa di Santa Maria riporta tutta la simbologia templare e si sa per certo che la seconda fondazione della chiesa nel 1187, proprio l’anno della battaglia di Hattin, era templare.

Dunque gli Aldobrandeschi, possessori a lungo in San Pietro Somaldi prima di divenire i Signori della Maremma e dettar legge con Gregorio VII in Europa, ci riportano alla memoria insieme ai fidi cavalieri che li circondavano in quella piazza il legame imperituro in Italia e in Europa con i mitici cavalieri. Se lo storico Mencacci in Templari a Lucca definisce gli ex Templari Lucchesi dopo lo scioglimento dell’Ordine come coloro che continuarono a fare quello che avevano sempre fatto, evidentemente questo facevano anche ai tempi della presenza ufficiale dell’Ordine Templare queste Casate e questi cavalieri.

(luglio 2025)

Tag: Elena Pierotti, San Pietro Somaldi, Aldobrandeschi, Gregorio VII, principi Orsini, Palestina, Ordine Gesuita.