Vita della pietra
Francesco Petrarca: una sintesi di etica e
di alta poesia
La letteratura italiana propone alle comuni attenzioni un ampio florilegio di esempi in cui marmi e pietre suscitano pensieri non effimeri sulla realtà della vita, la caducità delle cose terrene, e la fede nel bene anche attraverso la sublimazione della bellezza in una prospettiva di più alti valori morali. Riferimenti analoghi sono reperibili anche in altre letterature significative: a esempio, Goethe afferma che il marmo, oltre a essere ammirato, deve essere ascoltato (Elegie Romane) nei suoi messaggi destinati all’eternità, mentre il poeta inglese Thomas Gray non aveva mancato di ricordare che le glorie mondane si risolvono sempre in una pietra sepolcrale (Elegy written in a country Churchyard / Elegia scritta in un cimitero di campagna).
In Italia, antica patria lapidea, questi richiami sono più frequenti, a cominciare dai grandi classici: fra gli altri, assieme a Dante, e ai grandi poeti moderni Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi e Gabriele d’Annunzio, è da menzionare proprio Francesco Petrarca, pronto a onorare il «felice sasso che ‘l bel viso serra» (Trionfo dell’Eternità, 52) o a celebrare «i sassi dove fur chiuse le membra / di tal che non saranno senza fama» (Canzoniere LIII, 32-33), con chiari riferimenti al ruolo spirituale del sepolcro marmoreo: sia che si tratti di quello dell’amata, sia che alluda ai grandi eroi di Roma «la cui fama durerà quanto il mondo».
Assieme alla frequenza dei riferimenti «pubblici» e dei relativi auspici (basti pensare ai versi latini e volgari dedicati alla patria italiana vista in chiave di ritrovata unità culturale), nel Petrarca la dolorosa reminiscenza di Laura esprime una costante imprescindibile che diventa spunto di riflessione, e talvolta di muta preghiera. «Nel primo sasso disegno con la mente il suo bel viso» (Canzoniere CXXIX, 28-29), dice il Poeta, abbandonandosi alla sua tipica «voluptas dolendi» in cui è possibile cogliere una forma di nostalgia protoromantica: «lì medesmo assido me freddo, pietra morta in pietra viva» (Ibidem, 50-51).
In effetti, la consapevolezza che la fama mondana, il frastuono dei consensi e gli orpelli di circostanza siano transeunti e labili si coglie anche nelle opere latine, da cui Petrarca confidava dovesse scaturire la sua maggiore gloria. Un caso significativo è quello del lamento del Cartaginese Magone, fratello di Annibale, davanti alla morte: «Aurea marmoreis quidve alta palatia muris erexisse juvat, postquam periturus eram?» («A che giova erigere grandi palazzi con muri di marmo, se ero destinato a morire?»).
Queste attenzioni petrarchesche per il carattere precario delle cose terrene, non senza riferimenti probanti alla pietra, pongono in tutta evidenza un filo di continuità psicologica e letteraria fra i tempi più remoti e quelli contemporanei, che trova espressione nelle Scritture e nella grande poesia: il profeta Daniele e San Francesco scelgono di dormire sulla dura terra petrosa per affermare la volontà di dare giusto valore allo spirito e di relativizzare tutto ciò che appartiene alla sfera del particolare.
Analogamente, in tempi più recenti, il grande campione fiorentino Gino Bartali, asso indimenticato di un ciclismo dei tempi eroici, amava esortare a non affannarsi troppo per i beni mondani, a cominciare dal denaro, rammentando che «l’ultimo vestito è senza tasche». Un appello semplice ma, nello stesso tempo, indubbiamente categorico e comprensibile da chiunque.
Per quanto si riferisce al Petrarca, è interessante sottolineare come nelle sue opere sia possibile cogliere un ricorrente riferimento all’umile sasso inteso come materiale di risulta e quindi di relativo valore, ma non per questo privo di correlazioni con una doverosa umiltà: «L’error mio m’ha fatto un sasso d’umor vano stillante» (Canzoniere CCCLXVI, 111-112). Analogamente, le statue sono «ignude» anche quando stanno a onorare i grandi del passato, perché atte a glorificare «ogni impresa crudel» (Canzoniere LIII, 52-53), lasciando intendere che l’arte dovrebbe porsi al servizio del buono e del giusto, diversamente da quanto accade in tante occasioni: da questo punto di vista, Ser Francesco è ancora uomo del Medioevo, mentre quando canta l’Amore anticipa taluni aspetti del migliore Umanesimo: «Già terra infra le pietre / vedendo, Amor l’inspiri / in guisa che sospiri / sì dolcemente che mercè m’impetre» (Canzoniere CXXVI, 34-37).
Petrarca conferma che la pietra, anche nel partecipe compianto della grande memorialistica e dei monumenti funerari, e nell’ispirazione poetica che ne scaturisce, esprime valori di bellezza che diventano etici: in questa ottica, sembra anticipare le riflessioni espresse nell’opera contemporanea di Stefano Zecchi circa il rapporto di stretta correlazione fra un’estetica non più contemplativa e autoreferenziale, ma arra di progresso civile e morale. L’arte, in buona sostanza, non può essere fine a se stessa, ma traducendo nell’espressione letteraria, come in quella plastica, figurativa o architettonica le intuizioni e le speranze dell’artista, si pone agli ordini dell’«ethos», e quindi dell’umanità.
Conseguentemente, al di là delle metafore e delle immagini poetiche a cui danno vita, è congruo sottolineare a più forte ragione come nello spiritualismo petrarchesco che trascende tempi e luoghi di espressione, abbiano trovato spazio talune suggestioni immanenti (diversamente da quanto accade per quello di Dante – fedele a un imperativo che in tempi più recenti sarebbe stato definito indiscutibile). Pure, questi richiami terreni non impediscono al Poeta di valutare la realtà alla luce di una matura consapevolezza critica, in cui anche l’umile sasso, al pari di un’eletta urna marmorea, appare idoneo a promuovere una meditazione efficace sui veri destini dell’uomo, e in ultima analisi, sul significato e sul valore spirituale della vita: quello che la rende degna di essere vissuta, e nello stesso tempo, di ergersi a esempio degno di essere iterato nello spazio e nel tempo.
