Firidolfi o Ricasoli?
Il barone di ferro che costruì nei secoli
la storia d’Italia
Non comunemente viene ricordato che la famiglia Ricasoli aveva come originario cognome quello dei Firidolfi, che a partire dal Medioevo avevano dato lustro alla casata.
I Ricasoli, detti originariamente Firidolfi, furono una potente casata feudale radicata nel Chianti. Il loro legame con i signori di Monte Magno (detti anche Da Corvaia o Corvaresi), vedi Buonaccorso da Monte Manno, è un incrocio di alleanze politiche, intrighi e rivalità tipiche delle lotte tra fazioni della Toscana Medievale. La connessione, leggiamo in rete, tra queste casate medievali si articola in tre momenti storici salienti:
– il contesto dei Ricasoli: la famiglia Ricasoli fece la sua comparsa con l’antenato longobardo Geremia, ma consolidò il suo immenso potere sul castello di Brolio (oggi famoso per l’omonima produzione vinicola) a partire dal 1141. Essendo fedeli alleati di Firenze, possedevano vasti feudi anche in Valdarno;
– i Da Monte Magno nello scacchiere toscano: i signori di Monte Magno (o Monte Manno) furono una nobile famiglia originaria dell’omonimo borgo sulle colline sopra Camaiore in provincia di Lucca (attraversato storicamente dalla Via Francigena). A lungo signori di castelli e di posizioni strategiche, furono costretti a integrarsi con la crescente egemonia fiorentina;
– lotta tra Guelfi e Ghibellini: le due famiglie si trovarono a condividere lo stesso scacchiere politico e militare. I Ricasoli furono strenui difensori del partito guelfo e di Firenze. I Da Monte Magno, invece, pur avendo rami ghibellini, furono costretti a sottomettersi al dominio fiorentino, finendo spesso per essere annoverati, insieme ad altre casate signorili, nell’elenco delle famiglie escluse dal potere politico diretto dalle severe leggi restrittive imposte dal Comune di Firenze ai nobili «magnati».
Ho trovato grazie alle mie ricerche sui Garzoni Venturi Lucchesi, i padri putativi di quel Carlo Lorenzini che scrisse le Avventure di Pinocchio, che nel Settecento un Garzoni Venturi si sposò con una Firidolfi, ramo collaterale dei baroni Ricasoli. La cosa mi ha particolarmente incuriosito perché i Garzoni Venturi furono anche padri putativi di un personaggio essenziale nelle dinamiche del XIX secolo, il nobile lucchese Giuseppe Binda, oggi pressoché dimenticato dalla storiografia ufficiale ma che nel XIX secolo era molto noto, stando alle carte rintracciate e pubblicate recentemente dallo storico Adriano Amendola in una sua pubblicazione a lui dedicata in seguito anche alle segnalazioni in Lucca del dottor Pizzi nella sua pubblicazione dal titolo Squadre e Compassi edita dall’editore Pacini Fazzi; furono padri putativi, dunque, anche di questo personaggio che nei giardini della loro splendida dimora di Collodi visse la sua giovinezza.
E ancora sempre in questa splendida dimora anche Lord Minto, e ben conosciamo il ruolo diplomatico e gestionale di questo nobiluomo inglese in Italia, ebbe modo di assaporare non solo il gusto e le bellezze del luogo, ma anche il substrato politico che oggi sfugge ai più, date le scarse ricerche storiche al riguardo.
Noi oggi conosciamo il Barone di Ferro a memoria, ossia Bettino Ricasoli, che ha reso grandi servigi al neonato Stato Unitario Italiano e che ha dato vita all’eccellenza enologica che ancora ci caratterizza. Ma i Ricasoli non sono solo il castello di Brolio. I Ricasoli fino agli anni Sessanta del XX secolo hanno avuto come proprietà anche il castello di Meleto, sempre in provincia di Firenze, dove il conte Cosimo Ridolfi, grazie alla lungimiranza degli stessi Ricasoli, costituì una scuola di eccellenza agraria che ancora a livello internazionale produce i suoi frutti. Qui, intorno al 1860, il pittore all’epoca di fama internazionale Giuseppe Pierotti dipinse un magnifico quadro con raffigurati il Ridolfi medesimo, i suoi figli, il marchese Antinori, l’Abate Lambruschini e l’amico (del Pierotti) Gino Capponi. Tutti amici di lungo corso, qui riuniti per dar vita e testimonianza di un’eccellenza lunga secoli, quadro che recentemente è stato esposto a Firenze a Palazzo Medici-Riccardi.
Perché ho indicato queste connessioni? Perché i documenti riscontrati producono interessanti osservazioni lunghe appunto quasi 1.000 anni.
Giuseppe Binda, cui ho fatto cenno, aveva due fratelli le cui mogli (cognate del Binda medesimo) erano una Francesconi e una Guidotti, ossia i Francesconi erano i medici di Lucca molto conosciuti, mentre i Guidotti erano gli editori della Curia Lucchese. Siamo nello stesso periodo del quadro dipinto e citato di Giuseppe Pierotti e della Meleto di Ridolfi.
Ma questi due nomi, Francesconi e Guidotti, si ritrovano esattamente nello stato di famiglia di un Giuseppe Pierotti nato e deceduto lo stesso anno del pittore in esame che aveva radici in Lucca. Segno evidente della connessione anche parentale tra lo stesso Giuseppe Binda e la famiglia di provenienza del pittore. Che proprio a Gino Capponi scrisse nel 1856 una lettera rintracciabile alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze pronunciando testuali parole: «Capponi mio, il cavaliere è tuo non è mio». Il riferimento era a scavi archeologici in Castelnuovo Garfagnana relativi al 1200 dove i due amici di lungo corso disquisivano su quale paternità attribuire al cavaliere ritrovato. Tau secondo i dettami della famiglia Capponi che resse l’Ordine Altopascese pressoché ininterrottamente per secoli, addirittura fino al Cinquecento, quando dovette arrendersi allo strapotere di Cosimo de’ Medici per salvare l’Ordine cavalleresco di riferimento; e altro cavalierato attribuito dall’amico Gino Capponi all’amico Giuseppe Pierotti. In quel caso la disputa fu vinta dal pittore: il cavaliere ritrovato era Tau.
Questo per indicare la provenienza dal profondo Medioevo della famiglia del pittore, parallelo e concomitante con quello dei Capponi ma anche con quello dei Firidolfi alias Ricasoli piuttosto che dei Ridolfi, degli Antinori e naturalmente dei Garzoni Venturi.
Se la storiografia vuole i Da Corvaia estinti nel Cinquecento così come i paralleli Soffredinghi che con i Da Corvaia si imparentarono in quel di Bagni di Lucca, altrettanto plausibile è che queste famiglie abbiano dovuto piegarsi a lotte politiche medievali che modificarono e/o alterarono il nome della casata. Perché i Pierotti medesimi avevano molte proprietà proprio sulla Via Francigena, non lontano da Monte Magno, nei dintorni di Lucca e in Bagni di Lucca, ancora nel XIX secolo, ai tempi del pittore menzionato. Ma anche in Barga e territori limitrofi. Alcuni di quei territori subirono la dominazione fiorentina. Ecco allora che i rapporti stretti con famiglie come i Garzoni Venturi piuttosto che con i Ridolfi, i Capponi, gli Antinori (anche i Frescobaldi visto che la mamma di Gino Capponi era Maddalena Frescobaldi) provenivano davvero da quei rapporti guelfi-ghibellini che tanto hanno segnato la storia del nostro Paese.
Quando Lord Minto si insediò in casa dei Garzoni Venturi a Collodi a fine Settecento lo fece a ragion veduta. Quella meravigliosa dimora rappresentava molto di più di un luogo ameno. Rappresentava e segnava i rapporti tra la profonda Inghilterra, quella di Lord Minto, e le casate toscane, in questo caso quelle che avevano segnato quei rapporti ancestrali di potere con le stesse casate inglesi. L’Unità Nazionale Italiana, di cui Lord Minto fu un precursore nella sua opera di proselitismo verso soluzioni all’epoca federaliste nella Penisola, si legava inesorabilmente a quegli antichi legami. Solo interessi economici nel Mediterraneo per gli Inglesi o un atto dovuto da parte della mitica terra «rivoluzionaria», sul piano politico, oltre Manica? Il Lord Minto cui faccio riferimento è il padre di quel Lord Minto cognato di Lord Russell che mediò anche lui nel 1847-1848 verso soluzioni federaliste nella Penisola.
Se alcune di queste casate avevano fatto nel Medioevo della loro connotazione guelfa un dovere, e altre erano riuscite, in quanto parzialmente ghibelline, a mantenere contatti più forti col mondo germanico, poi in seguito parzialmente riformato, allora questi caratteri anche a Roma, anche col potere spirituale e non solo temporale, dovevano essere stati in qualche modo salvaguardati. E dietro all’ufficialità, l’ufficiosità remava verso lidi molto più «rivoluzionari» di quanto la storiografia ha voluto descrivere dopo che l’Unità è stata realizzata, in modo se vogliamo un po’ rocambolesco. Nei tentativi poi naufragati di costituire dei ponti molto corposi tra potere temporale e potere spirituale che emergono da alcuni studi che ho condotto e pubblicato sul periodo sul sito www.storico.org e in altri siti in rete dove emerge proprio questo. Uno spaccato ampio, molto ampio di rapporti nazionali e internazionali in cui questo Medioevo e questi contatti emergono in maniera incessante e continua. Dove superando la dicotomia tra un prima e un dopo il 1848 si osservano situazioni che ci riportano con la mente a queste conclusioni. Nessuno era escluso da tali vicende, neppure Roma, neppure la Corte Papale. E il superamento dell’ingerenza del potere temporale sullo spirituale rappresentava anche all’epoca la condizione essenziale per la risoluzione dei conflitti in atto. Il posteriore congelamento alla Bettino Ricasoli, appunto il Barone di Ferro come venne ampiamente definito, un modo per dichiarare che i giochi erano fatti e che solo un congelamento del potere politico avrebbe potuto mantenere in vita il neonato Stato Unitario Italiano, cosa che evidentemente per quasi due secoli (1861-2061?) continua a produrre frutti ben visibili. Si tratta nel mio caso di osservazioni, di riflessioni tenendo conto della lettura di determinate carte che propongo come riflessione ben più generale.
Vogliamo ricordare il ruolo assunto da Pasquale Paoli in Corsica nella seconda metà del XVIII secolo dapprima in comunione con l’Inghilterra e poi non sempre in sintonia visto il potere a Londra dei Tories? Dove però dalle carte riemergerebbe un profondo legame anche con alcune frange romane del Paoli e dunque degli Inglesi con i territori italiani se una lettera che ho rintracciato dal Paoli inviata a Padre Ghelsucci dei Chierici Regolari Lucchesi denuncia la comunione anche politica e militare tra lo stesso e i Chierici medesimi. Non stupisce quindi che il Lord Minto di fine Settecento soggiornasse proprio a Villa Garzoni-Venturi a Collodi dove il padre di Giuseppe Binda era l’uomo di fiducia. E che il padre di Napoleone Bonaparte fosse allora il Segretario personale di Pasquale Paoli.
Oltretutto la lettera è rintracciabile in una pubblicazione dello storico di fiducia di Carlo Alberto di Savoia, a lungo impenitente bonapartista, il conte Luigi Cibrario, edita nel 1819 per l’editore Alliana di Torino in una pubblicazione dal titolo Lettere di principi ed uomini illustri dell’epoca, il 1819, anno in cui probabilmente qualcuno in Piemonte tifava ancora Inghilterra.
