Matilde
La Regina d’Inghilterra mancata
Matilde nacque a Winchester, il 7 febbraio 1102, figlia del Re Enrico I d’Inghilterra e della Regina Matilde di Scozia. Dalla madre ebbe una istruzione religiosa, mentre dal padre ebbe un buon intelletto e un fisico imponente.
A otto anni, com’era prassi delle Case Regnanti dei tempi passati a proposito del futuro dei giovani di famiglia reale, Matilde subì il volere dei suoi genitori. I Sovrani decidevano il destino dei figli, senza tanti complimenti e senza chiedere il loro parere (basti ricordare la disgraziata – insisto – disgraziata vicenda di Lucrezia Borgia per averne un’idea); anche se nel caso in esame ritengo che Matilde, per la sua età, non fosse in grado di comprendere la gravità del passo che i genitori le imponevano di fare. E tutto ciò era sempre dettato, forse più che dall’amore nei loro confronti, dal prevalere degli interessi politici dello Stato che governavano: è un delitto, se si parla di «merce di scambio»?
Così, nel 1110, Matilde andò in Germania per sposare, in un matrimonio politico, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico V. Alla sua Corte, Matilde, con l’aiuto del marito, nella sua qualità di consorte, acquisì una grande esperienza nell’arte del governare uno Stato con usanze diverse da quelle inglesi. Purtroppo nel 1125, mentre era a Utrecht, Enrico V improvvisamente morì. Rimasta sola, Matilde rientrò in patria, giacché, essendo senza figli, non era possibile la sua nomina a Imperatrice del Sacro Romano Impero, però impegnandosi a rispettare i doveri che sarebbero stati il pane quotidiano una volta salita al trono. E poiché era rimasta vedova, il padre le fece sposare il conte d’Angiò, Goffredo Plantageneto. Ufficialmente era previsto che, alla morte di Enrico I, il successore sarebbe dovuto essere il principe Guglielmo Adelin, suo figlio. Ma successe una tragedia che fece cambiare le carte in tavola.
Tornando un attimo indietro, si ricorda qui che, il 20 agosto 1119, ci fu uno scontro militare fra il Re Francese, Luigi VI il Grosso, e il Re Inglese, Enrico I Beauclerc, sul campo di battaglia di Brémule nel Vexin Normanno, non lontano dal villaggio di Gaillardbois-Cressenville. Dopo la battaglia, che vide vincitore il Re Inglese, egli e tutto il suo seguito stavano tornando in Inghilterra a bordo della «Nave Bianca» («Blanche-Nef» per i francofoni e «White Ship» per gli anglofoni). Stando ai «si dice», i passeggeri stavano festeggiando la vittoria appena conseguita e forse erano pure alticci, quando la nave, al largo della penisola Cotentin, che si spinge nel Canale della Manica, non si sa se per imperizia o per ubriachezza di chi la pilotava, si scontrò con uno scoglio e cominciò ad affondare. Fu un’ecatombe, giacché furono 140 i nobili che annegarono, fra i quali era pure l’erede legittimo al trono britannico, il principe Guglielmo Adelin, figlio di Enrico I, oltreché la sua sorellastra. Tutto quanto fu raccontato da un macellaio, unico sopravvissuto alla tragedia.
E lo sconsolato padre, essendo senza figli maschi, nominò Matilde erede legittima al trono inglese; inoltre, la nominò reggente in Inghilterra, carica che ella metteva in atto quando lui era impegnato in viaggi di lavoro. Ma quando egli morì nel 1135 e, pertanto, lei si preparava ad assumere il titolo di Regina d’Inghilterra, mentre era ancora all’estero in Normandia con suo marito, Goffredo d’Angiò, ci fu un intervento deciso e imprevisto da parte di Stefano di Blois, nipote di Guglielmo il Conquistatore, che mandò all’aria la sua successione, nominando se stesso quale successore del Re defunto. Quando la principessa ritornò in patria, si trovò di fronte al fatto compiuto. Per giustificarsi, Stefano tirò fuori quella che si ritiene sia stata una frottola bella e buona, cioè che il Re, in punto di morte, avesse cambiato idea, nominando lui come legittimo successore. Purtroppo per Matilde, la baronia inglese le si mise contro; così Stefano riuscì a essere Re d’Inghilterra dal 22 dicembre 1135 fino al 25 ottobre 1154; fra l’altro fu pure conte di Mortain, dal 1112 al 1135, duca di Normandia, dal 1135 al 1144, e infine conte consorte di Boulogne, dal 1125 al 1151.
Chiaramente questo cambiamento in peggio, quale fu l’incoronazione illegale, non fu assolutamente gradito dalla principessa che avviò una guerra di successione, denominata «Anarchia», che vide i due diventare acerrimi nemici e che durò per 19 anni. Disgraziatamente, Stefano non era stato dotato dalla natura di uno spirito bellicoso tale da evitare che si avviasse un tumulto che lui non riuscì a bloccare, quando quella inaspettata notizia divenne di dominio pubblico.
Inizialmente Matilde ottenne l’appoggio dei maggiorenti leali al padre, e pertanto si recò ad Arundel nel Sussex Occidentale, dove sbarcò, decisa a ottenere quanto le spettava.
Ma qualcosa faceva sì che le preferenze del popolo vertessero a favore di Stefano per diverse ragioni: la prima stava nel fatto che Matilde era ritenuta una straniera in Inghilterra e, per di più, sposata a uno dei peggiori e fra i più odiati nemici degli Angioini; l’altra, che lei dava parecchio fastidio all’aristocrazia, grazie al suo carattere capriccioso e volubile, per cui non vi erano garanzie per il suo operato qualora fosse diventata governatrice.
Poi, nel 1141, si svolse la battaglia di Lincoln, nella quale si trovarono di fronte Stefano e Roberto, conte di Gloucester, fratellastro di Matilde, dalla quale quest’ultimo uscì vincitore. Stefano fu catturato e fatto imprigionare nel castello di Lincoln, dopo essere stato messo di fronte a Matilde.
Questa entrò in maniera trionfale a Londra con il fratellastro, presentandosi come «Signora d’Inghilterra e Normandia». Ma sorsero i primi screzi con le autorità locali per il suo caratteraccio, per la richiesta del pagamento di ulteriori tasse e il rifiuto, fra l’altro, di consultarsi con il suo consiglio civico; questo tanto che, appena due mesi dopo il suo rientro, innescò un’insurrezione a seguito della quale si trovò in una cella della Torre di Londra. Riuscì a fuggire, di notte, attraversando il Tamigi, che era ghiacciato, e raggiunse la sua roccaforte che era nel West Country.
Nel 1147 il figlio di Matilde, che era già maggiorenne, sbarcò in Inghilterra per dirimere la partita con Stefano. Lo scontro, avvenuto nel mese di luglio a Wallingford, fu a suo favore, per cui si giunse all’accordo che la Corona Inglese sarebbe stata indossata dal vincitore; Matilde non sarebbe stata la Regina in prima persona, ma avrebbe assicurato la sorte della dinastia Plantageneta. E il suo comportamento con i suoi sudditi fu esemplare.
Malgrado ciò, tuttavia, Matilde non divenne Regina, perché non ebbe l’appoggio da parte della nobiltà per il suo caratteraccio, di cui si è già detto. Anzi, rischiò forte quando, a sua volta, fu catturata a Oxford e incarcerata a Devizes, da dove, opportunamente aiutata da amici fedeli (e meno male che ne aveva qualcuno), riuscì a fuggire fingendo di essere morta, vestita con abiti funebri, legata a una bara e infine portata al sicuro a Gloucester.
Intanto il figlio di Matilda, Enrico conte di Angiò, che era ritenuto l’erede legittimo alla Corona Inglese, sbarcò in Inghilterra con un gruppo di fedeli con l’intenzione di salire sul trono, ma essendo troppo in pochi, i soldati di Stefano lo sconfissero facilmente; e alcuni seguaci di Enrico addirittura lo abbandonarono.
In ogni modo, finalmente nel 1153 si giunse a un accordo, che andò sotto il nome di «Trattato di Westminster»: Stefano sarebbe rimasto Re d’Inghilterra sino alla sua morte e il successore sarebbe stato Enrico. Infatti, quando nel 1154 Stefano morì, Enrico fu incoronato Re Enrico II, e fu il primo della dinastia dei Plantageneti. Insomma, si può dire che, anche se indirettamente, Matilde l’aveva avuta vinta. Enrico regnò per 35 anni con competenza e rigore, prendendo sotto il suo controllo l’Impero che spaziava fra Gran Bretagna e Francia.
Matilde non fu mai Regina, ma il suo comportamento fu come quello che avrebbe avuto se lo fosse stata. Trattava i suoi vassalli in modo accomodante, concedendo loro notevoli autonomie, che le garantivano il mantenimento della pace fra i confinanti. Purtroppo, quando aveva bisogno di fondi per i suoi uomini, doveva rivolgersi a chi di denaro ne aveva in abbondanza, attraverso tassazioni spesso ritenute eccessive: però, come si dice, «di necessità, virtù!», per cui i soldi bisognava prenderli dove si trovavano. In ogni modo, trattò con bontà e comprensione coloro che ebbero, direttamente o indirettamente, contatti con lei.
Lasciò questo mondo il 10 settembre 1167, mentre si trovava a Rouen.
